Fu l'Fbi a tradire Latifa, la principessa ribelle in fuga dagli Emirati
di Anna Lombardi , di Anna LombardiFu l’Fbi a permettere, il 4 Marzo del 2018, la cattura della principessa “ribelle” Sheikha Latifa bint Mohammed al-Maktoum, una dei 31 figli dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum: il premier degli Emirati Arabi, e con una fortuna personale stimata in almeno quattro miliardi di dollari, ricchissimo emiro di Dubai. Lo racconta uno scoop del quotidiano americano Usa Today: secondo cui l’agenzia americana aiutò l’intelligence degli Emirati, convinti che la donna – che oggi ha 35 anni – in fuga dal padre e da una vita di prigionia, fosse invece stata rapita.
Eppure la vog…
Fu l’Fbi a permettere, il 4 Marzo del 2018, la cattura della principessa “ribelle” Sheikha Latifa bint Mohammed al-Maktoum, una dei 31 figli dello sceicco Mohammed bin Rashid al Maktoum: il premier degli Emirati Arabi, e con una fortuna personale stimata in almeno quattro miliardi di dollari, ricchissimo emiro di Dubai. Lo racconta uno scoop del quotidiano americano Usa Today: secondo cui l’agenzia americana aiutò l’intelligence degli Emirati, convinti che la donna – che oggi ha 35 anni – in fuga dal padre e da una vita di prigionia, fosse invece stata rapita.
Eppure la voglia di libertà della principessa Latifa, era ben nota: fuggita la prima volta di casa a 16 anni, ripresa e rinchiusa per 3 lunghi anni. Un tentativo, per altro, di avere una sorte migliore della sorella Shamsa, vent’anni fa fuggita dalla tenuta di famiglia in Gran Bretagna, ritrovata e riportata a forza a Dubai, e da allora scomparsa dalla scena pubblica.
Ad aiutare Latifa ad “evadere” dalla sua prigione dorata era stata un’amica finlandese, la sua insegnante di capoeira Tiina Jauhiainen. Che le aveva permesso di attraversare il confine portandola in Oman nascosta sotto la ruota di scorta del suo Suv e poi aveva preso il largo con lei e un amico francese su uno yacht. A rivelare agli uomini dell’emiro che la principessa era a bordo di quell’imbarcazione in viaggio già da 8 giorni, permettendo quella clamorosa cattura che per tre anni era rimasta un mistero, furono dunque gli americani.
Convinti di essere alle prese con un rapimento dalle gravi ricadute internazionali gli agenti dell'Fbi si procurarono i dati di geolocalizzazione dal provider Internet dello yacht, fornendoli poi ai funzionari di Dubai che assalirono l’imbarcazione. Una scena straziante, descritta in seguito dalle due persone che erano con lei: con Latifa a piangere e urlare: “Uccidetemi piuttosto ma non riportatemi indietro”. Secondo Usa Today, col loro comportamento, gli agenti statunitensi violarono gli stessi protocolli dell'Fbi, cedendo i dati senza notificarlo al provider, come da regolamento. Né l’Fbi né il Dipartimento di Stato, hanno commentato la notizia.