✕

Gerusalemme, la Corte suprema stabilisce che la Legge Stato-Nazione è “un tassello verso una Costituzione israeliana"

Nel parere di minoranza, il giudice arabo George Karra ha invece sostenuto che “il linguaggio della legge è caratterizzato da un deliberato e grossolano disprezzo dell'esistenza dei principi democratici fondamentali”.
2 minuti di lettura

Gerusalemme – La Corte Suprema ha respinto giovedì 15 diversi ricorsi contro la “Legge Stato-Nazione” entrata nel canone israeliano come legge fondamentale nel 2018. Dieci giudici contro uno hanno stabilito che la legge costituisce “un altro tassello verso una Costituzione israeliana, con lo scopo di ancorare la componente ebraica dell'identità dello Stato, senza con questo sminuirne la componente democratica, ancorata in altre leggi fondamentali”. Nel parere di minoranza, il giudice arabo George Karra ha invece sostenuto che “il linguaggio della legge è caratterizzato da un deliberato e grossolano disprezzo dell'esistenza dei principi democratici fondamentali”.

La legge, approdata alla Knesset nel 2011 e approvata nel 2018, è stata oggetto di accese contestazioni negli anni, in quanto stabilisce de iure il carattere ebraico dello Stato d’Israele, soverchiando, secondo i contestatori, il carattere dem…

Gerusalemme – La Corte Suprema ha respinto giovedì 15 diversi ricorsi contro la “Legge Stato-Nazione” entrata nel canone israeliano come legge fondamentale nel 2018. Dieci giudici contro uno hanno stabilito che la legge costituisce “un altro tassello verso una Costituzione israeliana, con lo scopo di ancorare la componente ebraica dell'identità dello Stato, senza con questo sminuirne la componente democratica, ancorata in altre leggi fondamentali”. Nel parere di minoranza, il giudice arabo George Karra ha invece sostenuto che “il linguaggio della legge è caratterizzato da un deliberato e grossolano disprezzo dell'esistenza dei principi democratici fondamentali”.

La legge, approdata alla Knesset nel 2011 e approvata nel 2018, è stata oggetto di accese contestazioni negli anni, in quanto stabilisce de iure il carattere ebraico dello Stato d’Israele, soverchiando, secondo i contestatori, il carattere democratico dello Stato e mettendo a rischio i diritti delle minoranze – in primis quella araba che costituisce il 20% della popolazione. I sostenitori affermano – ed è la posizione confermata dalla Corte Suprema – che il principio di uguaglianza di tutti i cittadini è sancito in altre leggi fondamentali dello Stato, tra cui quella sulla “Dignità e libertà dell’uomo” del 1992, mentre finora non esisteva una legge che sancisse il carattere ebraico dello Stato nello spirito della Dichiarazione d’Indipendenza del 1948, che definisce Israele “Stato ebraico e democratico”.

Alcuni degli 11 articoli della legge hanno valenza puramente dichiarativa in quanto già ancorati nella legislazione israeliana da decenni, tra questi i simboli dello Stato e Gerusalemme come “capitale unificata”. Gli articoli più controversi sui quali si è concentrato l’esame della Corte sono quelli che sanciscono che Israele è la patria storica del popolo ebraico, l’unico ad avere titolo a esercitare il diritto all'autodeterminazione nazionale (art. 1); che l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo viene declassato a lingua a statuto speciale, pur specificando che non viene pregiudicato lo status stabilito prima dell’entrata in vigore della nuova legge (art. 4); che lo sviluppo degli insediamenti ebraici è un valore nazionale che va incoraggiato e promosso (art. 7).

La maggioranza dei giudici ha sostenuto che la legge ha uno scopo dichiarativo le cui disposizioni vanno interpretate “in senso ampio e in armonia costituzionale con tutte le altre leggi fondamentali”. Va segnalato che la Corte Suprema non è mai intervenuta sul contenuto di una legge fondamentale – considerate al livello di leggi costituzionali – e che il fatto stesso che a dicembre abbia accettato di discutere i ricorsi è stato oggetto di critica politica. Il contrasto dell’attivismo giudiziario è uno dei temi principali promossi in campagna elettorale da diversi attori politici, in particolare dall’attuale premier Naftali Bennett e dal suo braccio destro Ayelet Shaked, ministra degli Interni, e dal ministro della Giustizia Gideon Saar, fuoriuscito dal Likud, che ha commentato la decisione: “Bene ha fatto la Corte a respingere i ricorsi, in quanto non sussiste nessuna ragione di intervenire nella legislazione. Questa legge non viola i diritti individuali di nessun cittadino d’Israele”. Tra gli otto partiti che formano l’attuale maggioranza che meno di un mese fa ha messo fine a 12 anni di governi Netanyahu, tre si erano opposti alla legge nel 2018: Yesh Atid del ministro degli Esteri nonché premier alternato Yair Lapid, il partito di sinistra Meretz (uno dei ricorrenti alla Corte) e il partito islamista Ra’am. A causa della fragile tenuta della eterogenea coalizione, le reazioni da parte dei membri del governo solo state minime. Uno dei pochi ad aver espresso un commento è il neo-ministro della Cooperazione Regionale Esawi Frej (Meretz) che in un tweet ha condannato la decisione della Corte “che ha avallato la discriminazione dei cittadini arabi d’Israele e della lingua araba”. Il parlamentare Ahmad Tibi della

Lista Araba Unita (coalizione dalla quale è fuoriuscito Ra’am di Mansour Abbas, il primo partito arabo della storia del Paese a sostenere un premier di destra) ha attaccato duramente la Corte per aver “certificato il razzismo. La legge sullo Stato-nazione riguarda il suprematismo ebraico e nessuna ‘uguaglianza’ può derivarne”.