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Isis, più alto il rischio di attentati

Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio, a sinistra, e il segretario di Stato americano Antony Blinken, a destra (afp) 
L’Italia nel mirino per l’impegno nel Sahel e il vertice anti-Daesh. Si temono attacchi contro le nostre forze in Africa. Ma l’invito a “colpire i crociati nelle loro case” e i riferimenti a Roma potrebbe spingere i lupi solitari ad agire nel nostro Paese
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L’Italia come bersaglio strategico dello Stato islamico, con una posizione geografica che permette ai terroristi di aggredirla sfruttando le cellule provenienti dall’Africa. Il testo della rivista ufficiale dell’Isis – tradotto dall’esperto britannico Aymenn Jawad Al-Tamimi e anticipato ieri da Repubblica – sta venendo riletto dai responsabili della sicurezza nazionale, alla luce di altre informazioni raccolte dall’intelligence. Portando a ritenere che il nostro Paese sia stato indicato ai seguaci del Califfato come un obiettivo prioritario, tale da renderlo ad alto rischio di attentati.

LA MINACCIA

Il lungo documento di al-Naba – l’unica pubblicazione online riconducibile dire…

L’Italia come bersaglio strategico dello Stato islamico, con una posizione geografica che permette ai terroristi di aggredirla sfruttando le cellule provenienti dall’Africa. Il testo della rivista ufficiale dell’Isis – tradotto dall’esperto britannico Aymenn Jawad Al-Tamimi e anticipato ieri da Repubblica – sta venendo riletto dai responsabili della sicurezza nazionale, alla luce di altre informazioni raccolte dall’intelligence. Portando a ritenere che il nostro Paese sia stato indicato ai seguaci del Califfato come un obiettivo prioritario, tale da renderlo ad alto rischio di attentati.

LA MINACCIA

Il lungo documento di al-Naba – l’unica pubblicazione online riconducibile direttamente ai vertici dello Stato Islamico - descrive il vertice della Coalizione anti-Daesh che si è tenuto a Roma alla fine del giugno per sostenere come l’Occidente sia ancora spaventato dalla minaccia jihadista. Per ben dodici volte cita la capitale italiana e la presenta come una città da conquistare, come previsto sin dalla nascita del Califfato, non appena si realizzeranno le condizioni. E sottolinea che così come i “crociati” hanno subìto grave perdite nel Sahel, in Siria e in Iraq, all’identica maniera verranno colpiti “nelle loro case”.

Non ci sono segnali che possano fare ipotizzare minacce concrete di attacchi contro esponenti del governo italiano, nonostante il riferimento al ministro degli Esteri, di cui non fa il nome. Luigi Di Maio ha ricevuto la solidarietà di tutti i leader politici, incluso il premier Mario Draghi che ha dichiarato: “La conferenza anti Daesh da lui presieduta è stata un successo. Il governo resta impegnato nel contrasto al terrorismo”.

IL SAHEL NEL MIRINO

C’è però un elemento netto: il ruolo assunto dal nostro Paese nel Sahel ci espone al rischio di ritorsioni. Più volte negli ultimi mesi

la propaganda del Califfato ha segnalato l’Italia come principale partner della Francia nell’impegno per fermare i terroristi in Niger, Mali e Burkina Faso. Un’indicazione che spinge a ritenere più alto il livello di pericolo per i nostri connazionali e per gli interessi italiani in questi Paesi dove l’escalation jihadisti è più forte ed organizzata militarmente. Lì attualmente sono impegnati circa 550 uomini e donne delle forze armate e sono attive numerose iniziative di cooperazione, governative o di ong.

Quanto ai rischi per l’Italia, la preoccupazione maggiore è che questi avvertimenti ripetuti dai media delle Bandiere Nere possano spingere all’azione “lupi solitari”. Figure radicalizzate proprio attraverso i canali online che diffondono l’odio religioso o disadattati, spesso con trascorsi di tossicodipendenza, che si vogliono “riabilitare” agli occhi della comunità fondamentalista: il profilo dei protagonisti degli attacchi condotti anche recentemente in Germania e in Francia. Figure che proprio perché agiscono in autonomia totale riescono a sottrarsi ai controlli sulle organizzazioni jihadiste.

L’ARRESTO DEL CAPO MAROCCHINO

Minori invece i timori sulla presenza di cellule strutturate. L’attività di contrasto sul territorio nazionale resta sempre altissima, grazie anche a una efficace rete di scambio di informazioni e di collaborazione con altre nazioni. Solo ieri sono state segnalate due operazioni. La prima a Terracina, in provincia di Latina, ha portato all’arresto di un quarantenne tunisino evaso da un centro psichiatrico francese: l’uomo, indicato come pericoloso, è sotto inchiesta per apologia del terrorismo e minacce aggravate. In passato avrebbe esaltato su internet le imprese di Mohamed Merah, l’autore della strage di Tolosa, e pochi giorni fa ha spedito una serie di mail mail in cui prometteva attacchi contro

i francesi e dichiarava di essere pronto al martirio. Proprio l’intercettazione della posta elettronica ha permesso alla polizia a individuare il suo nascondiglio: è stato già consegnato alle autorità di Parigi e adesso gli investigatori italiani stanno esaminando i suoi telefonini per ricostruire la rete dei contatti.

La seconda – dai contorni ancora non chiariti – è stata annunciata dal governo marocchino con un comunicato ufficiale: i servizi di sicurezza di Rabat assieme alle nostre forze dell’ordine hanno arrestato venerdì in Italia un esponente dell’Isis di primo piano. Il cittadino marocchino – che usava il nome di battaglia di Abi Al-Barae – avrebbe avuto “un ruolo di responsabilità nei bastioni del Daesh nella scena siriano-irachena” e sarebbe riuscito a fuggire dal Medio Oriente per entrare clandestinamente in Europa. Abi Al-Barae è un nomignolo abbastanza comune: nelle cronache del Califfato ne vengono citati diversi, tra cui almeno un comandante militare. Il jihadista sarebbe attualmente detenuto nel nostro Paese, in attesa dell’e