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Ungheria, il vero referendum non sarà sugli Lgbtq+ ma sulla permanenza nell'Ue

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (ansa)

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Il quesito che Orbán porrà ai cittadini non riguarderà tanto l'omosessualità quanto la compatibilità della democrazia di Budapest con i valori europei
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Viktor Orbán insegue la propria rielezione ad aprile cavalcando l’omofobia che cova nella pancia dell’Ungheria più retriva e attaccando per l’ennesima volta l’Europa. Ma l’annuncio di cinque referendum che, con quesiti fuorvianti, dovrebbero confermare la legge anti-omosessuali approvata dal Parlamento di Budapest è ancora un altro passo verso il vero e unico referendum che conta: quello che alla fine chiamerà gli ungheresi a scegliere tra il loro governo autoritario e l’Europa.


Nella sfida con Bruxelles sui diritti fondamentali, Polonia e Ungheria continuano ad alzare i toni e la posta in gioco, senza rendersi conto che i margini di mediazione sono esauriti. Nel 2016 Orbán sfruttò la paura dei migranti con un referendum contro …

Viktor Orbán insegue la propria rielezione ad aprile cavalcando l’omofobia che cova nella pancia dell’Ungheria più retriva e attaccando per l’ennesima volta l’Europa. Ma l’annuncio di cinque referendum che, con quesiti fuorvianti, dovrebbero confermare la legge anti-omosessuali approvata dal Parlamento di Budapest è ancora un altro passo verso il vero e unico referendum che conta: quello che alla fine chiamerà gli ungheresi a scegliere tra il loro governo autoritario e l’Europa.


Nella sfida con Bruxelles sui diritti fondamentali, Polonia e Ungheria continuano ad alzare i toni e la posta in gioco, senza rendersi conto che i margini di mediazione sono esauriti. Nel 2016 Orbán sfruttò la paura dei migranti con un referendum contro la redistribuzione voluta dalla Ue, che non raggiunse il quorum del 50 per cento di votanti e fu dunque invalidato. Oggi vanta quel risultato come una vittoria. Ma i migranti non sono più un buon capro espiatorio, e dunque sceglie la comunità Lgbtq+ per aizzare ancora una volta la maggioranza contro i diritti di una minoranza. È il modello della “democrazia illiberale” di cui si fa profeta. Forse si illude di poter governare l’escalation polemica con Bruxelles evitando una rottura definitiva. Un analogo errore di calcolo gli è già costato l’espulsione dal Ppe. Ora la posta in gioco è ancora più alta.


Nessun governo democratico, e nessuna istituzione europea, può infatti accettare un atteggiamento apertamente discriminatorio verso una minoranza da parte di uno Stato membro. È l’abc della democrazia su cui si fonda l’identità europea, come lo è il primato del diritto comunitario su quelli nazionali messo in discussione dai polacchi. Orbán potrà anche vincere i referendum, ammesso e non concesso che li indica e riesca a raggiungere il quorum richiesto. Ma questo non farà che approfondire la frattura politica e culturale tra l’Ungheria e il resto dell’Ue. La vera questione che il capetto di Budapest propone non è infatti se si possa o meno equiparare l’omosessualità alla pornografia, ma se una maggioranza abbia il diritto di violare le libertà fondamentali di una minoranza. Se la risposta fosse sì, quella maggioranza che ha scelto di rinnegare i principi di una democrazia liberale dovrà confrontarsi con l’incompatibilità tra quella scelta e la permanenza in Europa.