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Yoani Sánchez: una nuova generazione di cubani non sarà messa a tacere

(reuters)
L'articolo della giornalista e attivista per la libertà d'espressione
3 minuti di lettura

L'AVANA - Luglio è un mese di anniversari a Cuba: l'assalto di Fidel Castro alla Caserma Moncada, che diede avvio alla rivoluzione, nel 1953; l'uccisione del generale rivoluzionario Arnaldo Ochoa, che scioccò molti cubani, nel 1989; e l'affondamento di un rimorchiatore con decine di persone a bordo nell'estate del 1994, al culmine dell'esodo degli balseros. A queste date storiche bisogna aggiungere il momento in cui i cubani hanno ripreso le strade, le nostre strade.

Domenica 11 luglio è iniziata come qualsiasi altro giorno d'estate su quest'isola: caldo, lunghe code per comprare il cibo e la precarietà che segna il ritmo della vita. Poi sono stati pubblicati su Facebook i primi video della protesta esplosa nella piccola città di San Antonio de los Baños, nella provincia di Artemisa, a sud-ovest dell'Avana.

L'AVANA - Luglio è un mese di anniversari a Cuba: l'assalto di Fidel Castro alla Caserma Moncada, che diede avvio alla rivoluzione, nel 1953; l'uccisione del generale rivoluzionario Arnaldo Ochoa, che scioccò molti cubani, nel 1989; e l'affondamento di un rimorchiatore con decine di persone a bordo nell'estate del 1994, al culmine dell'esodo degli balseros. A queste date storiche bisogna aggiungere il momento in cui i cubani hanno ripreso le strade, le nostre strade.

Domenica 11 luglio è iniziata come qualsiasi altro giorno d'estate su quest'isola: caldo, lunghe code per comprare il cibo e la precarietà che segna il ritmo della vita. Poi sono stati pubblicati su Facebook i primi video della protesta esplosa nella piccola città di San Antonio de los Baños, nella provincia di Artemisa, a sud-ovest dell'Avana.

L'accesso di milioni di cubani alle reti sociali, iniziato nel dicembre 2018, ha fatto sì che i video dell'indignazione popolare si diffondessero rapidamente. Sui loro schermi, i cubani hanno visto una folla che gridava “libertà”, “vogliamo aiuto”, “non abbiamo paura” e insulti contro il presidente Miguel Díaz-Canel. Era un'immagine nuova, che provocava un sussulto nello stomaco e aveva subito un effetto contagioso.

Quando il corteo presidenziale ha raggiunto San Antonio de los Baños, le proteste si erano già diffuse in altre città dell'isola. Díaz-Canel e il suo seguito sono andati a San Antonio per cercare di ripetere la scena dell'irruzione di Fidel Castro sul viale del lungomare dell'Avana dopo le proteste del Maleconazo del 1994, l'unico precedente di esplosione sociale che diverse generazioni di cubani avevano visto. Ma il trucco non ha funzionato.

In quel momento c'erano già proteste a Palma Soriano, a Santiago de Cuba; centinaia di cittadini occupavano le piazze di Cárdenas, a Matanzas, e gruppi di giovani si avvicinavano al Campidoglio all'Avana.

“Ci siamo riuniti in un angolo di El Vedado - un quartiere dell'Avana - e abbiamo cominciato a parlare la stessa lingua”, mi ha detto Alejandro, un uomo di 32 anni, che insieme a decine di abitanti dell'Avana è arrivato al palazzo del Parlamento cubano gridando a gran voce quella parola di tre sillabe: libertà.

Secondo la narrativa ufficiale del castrismo, la maggior parte della gente approva il modello politico e il governo. Solo pochi oppositori la disapprovano. Ma le proteste hanno dimostrato che questa narrativa non è vera.

Molti di coloro che chiedevano le dimissioni di Díaz-Canel e la fine della dittatura sono nati dopo il Maleconazo o erano bambini e non hanno memoria di quella rivolta. Ma non importa che non la ricordino, perché a differenza di allora, queste proteste non sono per fuggire dall'isola su una zattera, ma per cambiarla.

Nonostante decenni di indottrinamento e sorveglianza, i manifestanti hanno mostrato un senso civico sorprendente. In un giorno hanno fatto più di quanto il dissenso non fosse riuscito a realizzare in più di mezzo secolo. Non avevano bisogno di un leader o di organizzazioni di opposizione che li chiamassero a manifestare. Gridavano slogan libertari, ma anche contro il governo per una vita migliore e contro il modello politico: “Abbasso il comunismo”.

Certo, le restrizioni della pandemia hanno estenuato una popolazione già stanca delle penurie che deve sopportare. Ma i giovani cubani non protestano solo per il coprifuoco imposto dalla crisi della salute pubblica, o per i tagli ai voli commerciali che impediscono loro di cercare di fuggire in qualche Paese della regione, o per gli aborriti negozi che lavorano solo in valuta estera, dove si possono trovare prodotti che scarseggiano nei negozi che accettano i pesos cubani. Sono tutti motivi per protestare, ma non la ragione principale. Il carburante è l’ansia di libertà, la speranza di vivere in un Paese che dia delle opportunità, la paura di diventare delle ombre fugaci e silenziose come i loro nonni.

Erano lì perché il mito ufficiale del popolo salvato da quei barbuti scesi dalla Sierra Maestra non funziona più per loro, che sono cresciuti vedendo prosperare le pance dei gerarchi mentre nelle loro case bisogna fare salti mortali per mettere qualcosa nel piatto. Non hanno più paura di perdere la vita nelle piazze se la stanno comunque perdendo lentamente nelle lunghe file per comprare il cibo, negli autobus sovraffollati e nelle lunghe interruzioni di corrente elettrica.

Non vogliono essere i nipoti di una rivoluzione che è invecchiata così male da rinnegare se stessa e che li ha condannati a rischiare la pelle attraversando lo stretto della Florida alla ricerca di una vita decente.

Un'immagine racchiude il fallimento della narrazione ufficiale e il cambio generazionale: alcuni giovani con una bandiera cubana insanguinata che si arrampicano su un veicolo della polizia rovesciato in mezzo alla strada. Non portano la barba, né uniformi verde oliva, come i patriarchi della rivoluzione, ma sono già il nuovo simbolo di quest'isola. Sono scesi nelle strade perché credono che gli appartengano.

traduzione di Luis E. Moriones

(copyright New York Times)