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Iraq, dopo 18 anni gli Usa mettono fine alla missione di combattimento

Il presidente Usa Joe Biden con il Primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi  (reuters)
Diciotto anni dopo l'arrivo a Bagdad, gli Stati Uniti diminuiscono la loro presenza. Sono pronti a ritirare gradualmente, entro fine anno, una parte consistente dei 2.500 uomini ancora sul posto
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NEW YORK - Via dall'Iraq. Diciotto anni dopo aver messo piede nella regione - anzi, "boots on the ground", stivali, come si dice in gergo militaresco - gli Stati Uniti diminuiscono la loro presenza: pronti a ritirare gradualmente, entro fine anno, una parte consistente dei 2.500 uomini ancora in loco. E, ancora più importante, a cambiare il volto alla missione, che non sarà più di combattimento ma di addestramento e di sostegno alle forze armate irachene.

"Sosterremo la democrazia, garantiremo sicurezza e resteremo legati alla partnership con gli iracheni addestrando i loro soldati. Ma non avremo più un ruolo di combattimento in Iraq": ha affermato il presidente Joe Biden dopo aver accolto la richiesta in tal senso del primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi, ieri a Washington in occasione del quarto round di dialogo strategico sulla regione.

NEW YORK - Via dall'Iraq. Diciotto anni dopo aver messo piede nella regione - anzi, "boots on the ground", stivali, come si dice in gergo militaresco - gli Stati Uniti diminuiscono la loro presenza: pronti a ritirare gradualmente, entro fine anno, una parte consistente dei 2.500 uomini ancora in loco. E, ancora più importante, a cambiare il volto alla missione, che non sarà più di combattimento ma di addestramento e di sostegno alle forze armate irachene.

"Sosterremo la democrazia, garantiremo sicurezza e resteremo legati alla partnership con gli iracheni addestrando i loro soldati. Ma non avremo più un ruolo di combattimento in Iraq": ha affermato il presidente Joe Biden dopo aver accolto la richiesta in tal senso del primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi, ieri a Washington in occasione del quarto round di dialogo strategico sulla regione.

II premier iracheno è tornato alla Casa Bianca un anno dopo la visita fatta a Donald Trump con la medesima richiesta, sempre nell'ambito di quegli "stategic dialogue" fra i due Paesi che avevano preso il via l'estate scorsa. Ovvero gli incontri proposti dagli Usa per ricucire i rapporti con gli iracheni dopo avergli ucciso in casa con un drone  - e in un momento di particolare tensione - il generale iraniano Qassem Soleimani: una bella grana per al-Kadhimi, insediatosi un mese prima e pressato dalle forze filo-iraniane da un lato e dalla minaccia dello Stato Islamico dall'altra.

All'epoca il Parlamento locale aveva approvato una soluzione non vincolante dove si chiedeva agli americani di lasciare il Paese: e infatti già a settembre 2020 gli Stati Uniti avevano annunciato il taglio drastico delle truppe, portate da 5.200 a 2.500. A tre mesi dalle elezioni parlamentari irachene del 10 ottobre, d'altronde, il premier, ex giornalista ed ex direttore dell'Iraqi National Intelligence Service, è alle prese con uno scontro interno con le potenti milizie sciite filo-iraniane che dura da mesi e con la grave crisi economica e sanitaria determinata dal coronavirus. E vede dunque l'allontanamento gli americani come una mossa essenziale: "Non c'è motivo di ospitare ancora forze di combattimento straniere sul nostro suolo, le abbiamo", ha detto, alludendo agli oltre 250 mila uomini delle forze di sicurezze irachene e curde addestrati dagli americani negli ultimi anni per contrastare soprattutto l'offensiva dell'Isis.

"Ci serve però cooperazione d'intelligence. E ancora aiuto nell'addestramento". Perché se è vero che lo  Stato Islamico non è più in grado di condurre una vera guerra è comunque impegnato in destabilizzanti attacchi.

L'America perde basi militari strategiche e lascia campo aperto all'Iran. La ritirata è strategica pure per President Biden - già impegnato a portare il Paese fuori dal pantano afgano - desideroso di mettere un punto a quella presenza americana nella regione mediorientale, che dura ormai da un'intera generazione ed è costata ben 757,8 miliardi di dollari. A cui sia Barack Obama che Donald Trump avevano promesso di porre fine.

Era infatti il 20 marzo 2003 quando la cosiddetta "coalizione di volenterosi" guidata da Usa e Regno Unito dava il via a quella guerra "preventiva" giustificata dall'accusa, poi rivelatasi falsa, che il dittatore Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa. Ben 200 mila soldati mandati in Iraq da 21 Stati (americani per l'87%) invasero il Paese senza autorizzazione formale del consiglio di sicurezza dell'Onu.

Nel 2014 e dopo quasi 5 mila morti americani, Obama tentò di sfilare gli Stati Uniti, annunciando il ritiro, nonostante il parere contrario dei suoi consiglieri militari. La presenza venne drasticamente ridotta da 142 mila a 50 mila unità e poi man mano diminuita. Ma quell'abbandono precipitoso lasciò il Paese fragile, in balia del nascente Stato Islamico: tanto che nel 2014 Washington, fu costretta a ristabilire una nutrita presenza militare. Ora la "missione è compiuta". Già, ma a quale costo?