Si può morire anche per dei jeans. Ecco perché l'India non è un paese per donne
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiLa notizia di Neha Paswan, la diciassettenne dello Stato indiano dell’Uttar Pradesh assassinata da zio e papà perché voleva indossare i jeans invece degli abiti morigerati “da femmina” la troverete a malapena sui giornali indiani. Ha fatto il giro del mondo, dalla Bbc all’Australia, dagli Stati Uniti all’Italia. Ora alcune testate indiane la riprendono, ma solo perché sta facendo rumore all’estero. Che una minorenne venga uccisa per quella che in Occidente sembra una follia, ma che contestualmente per molti fondamentalisti indù è giustificabile, fa sempre meno notizia in India.
La storia della giovane Paswan è tipica. Aveva finito il digiuno religioso e stava per fare le sue preghiere con i jeans e un top. “I nonni si sono lamentati dell’abbigliamento,” racconterà la madre, “Neha ha risposto che i jeans sono fatti per essere indossati e così avrebbe fatto.” Oltre…
La notizia di Neha Paswan, la diciassettenne dello Stato indiano dell’Uttar Pradesh assassinata da zio e papà perché voleva indossare i jeans invece degli abiti morigerati “da femmina” la troverete a malapena sui giornali indiani. Ha fatto il giro del mondo, dalla Bbc all’Australia, dagli Stati Uniti all’Italia. Ora alcune testate indiane la riprendono, ma solo perché sta facendo rumore all’estero. Che una minorenne venga uccisa per quella che in Occidente sembra una follia, ma che contestualmente per molti fondamentalisti indù è giustificabile, fa sempre meno notizia in India.
La storia della giovane Paswan è tipica. Aveva finito il digiuno religioso e stava per fare le sue preghiere con i jeans e un top. “I nonni si sono lamentati dell’abbigliamento,” racconterà la madre, “Neha ha risposto che i jeans sono fatti per essere indossati e così avrebbe fatto.” Oltre all’abbigliamento, offende la voglia di indipendenza. E la lite in famiglia diventa tragedia. Arriva un auto-rickshaw per portare la ragazza ferita in ospedale. Alla madre viene ordinato di restare a casa. La mattina dopo, la minorenne viene trovata impiccata dal ponte sul fiume Gandak. Indagati, ora, sono i nonni, gli zii, le zie, i cugini e l’autista del auto-rickshaw.
Una storiaccia così non fa più notizia in India perché succede troppo spesso e anche per ragioni più futili dei jeans. Perché, nonostante il femminismo indiano stia facendo passi avanti, la realtà contro cui si batte è troppo possente. Iniziò già il Mahatma Gandi con una missione per delegittimare il “sati,” antica usanza di auto-immolazione forzata diffusa nel Sud-Est asiatico in cui la vedova si sacrifica rimanendo seduta accanto al coniuge mentre viene cremato. Il primo premier Jawaharlal Nehru ottenne più diritti per le donne, grazie anche alle lotte nel XIX secolo delle femministe Pandita Ramabai e Tarabai Shinde, battaglie continuate dal filosofo femminista Periyar Ramasamy. Nonostante la politica abbia avuto una premier donna come Indira Gandhi, la potente nuora di origini italiane Sonia Gandhi e molte governatrici di importanti Stati indiani, la situazione per le donne indiane continua a registrare insufficienti tutele legali e sociali.
Già nel 1992 l’assoluzione per lo stupro di gruppo dell’assistente sociale Bhanwari, una Dalit che si batteva per i diritti delle donne della casta più bassa, causò un tale disgusto culminato in margini più severi per la definizione legale di “molestie sessuali.” Vent’anni dopo, un altro stupro di gruppo finito nell’assassinio a Delhi della studentessa di medicina Joyti Singh mobilitò proteste di piazza talmente clamorose da ottenere il varo di una nuova “Legge contro le molestie sessuali verso le donne.” Il movimento #metoo in India è riuscito a far cadere dallo scranno uomini potenti, come il famoso direttore di un’importante rivista arrestato per stupro nel 2013 (comunque assolto 2 mesi fa perché “la vittima fu fotografata mentre sorrideva alcuni giorni dopo il fatto”), un ministro e un giudice della Corte suprema, accusati di molestie. Ma non è arrivato nell’India profonda, che resta un Paese fortemente maschilista dove un politico, nel 2017, annuncia che la donna è come un’auto e quindi per evitare che venga strisciata deve restare parcheggiata in casa, o un regista nel 2019 dice che le donne dovrebbero girare con i preservativi nella borsa e collaborare con gli stupratori per evitare violenze peggiori.
Qui il feticidio femminile, i “suicidi” dovuti al ricatto della dote (la moglie bruciata viva in cucina con un finto incidente, così il vedovo si può risposare), le leggi non scritte che inibiscono la promozione delle donne ai vertici delle università e la discriminazione serpeggiante basata sul chiacchiericcio delle donne al potere, unite al clima conservatore fomentato dal governo dei fondamentalisti indù, stanno peggiorando le cose: dal 2015 al 2018 la percentuale di donne che lavorano è scesa dal 35% al 26%. Solo in Arabia Saudita le donne sono così poco presenti nel mondo del lavoro. E quelle che lavorano guadagnano il 38% in meno dei maschi. Ogni anno, 20 mila casalinghe indiane “parcheggiate in casa come un’auto che non viene strisciata” si suicidano.
Si dice che l’India sia la patria delle contraddizioni. Da un lato, pubblico e religioso, le dee della ricchezza e della conoscenza sono donne, Lakshmi e Sarasvati. E la mamma ha un ruolo sacro, come in Italia: la donna come icona da venerare pubblicamente. Nel privato, i femminicidi perché si indossano i jeans diventano non-notizie e hanno fatto conquistare a questa nazione il triste primato di uno studio della Thomson Reuter, basato su parametri della salute, discriminazione, tradizioni culturali, violenza sessuale e non sessuale e traffico di esseri umani che nel 2018 ha bollato l’India come “il peggior Paese al mondo per le donne”.