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Nathan Law 

L'attivista Nathan Law: "A Hong Kong ormai è un crimine anche solo parlare"

Dall'esilio a Londra uno dei leader delle proteste per la democrazia commenta la prima sentenza pronunciata ieri in base alla legge sulla sicurezza voluta da Pechino: "Il sistema giudiziario è diventato un'arma per opprimere"
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PECHINO. “Il processo? Uno show politico. Il diritto ad avere una giuria, condizione normale per qualsiasi imputato, è stato negato. Il governo si è scelto i giudici, per far sì che il risultato finale potesse servire al meglio il suo interesse politico”. Nathan Law, 28 anni, uno dei leader delle proteste a Hong Kong durante i 79 giorni del Movimento degli Ombrelli nel 2014, fondatore ed ex presidente del partito Demosisto, fuggito a Londra nel luglio dello scorso anno e che ad aprile ha ottenuto l’asilo politico in Gran Bretagna, commenta con Repubblica la prima condanna arrivata ieri in base alla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020 all’ex colonia britannica. 

PECHINO. “Il processo? Uno show politico. Il diritto ad avere una giuria, condizione normale per qualsiasi imputato, è stato negato. Il governo si è scelto i giudici, per far sì che il risultato finale potesse servire al meglio il suo interesse politico”. Nathan Law, 28 anni, uno dei leader delle proteste a Hong Kong durante i 79 giorni del Movimento degli Ombrelli nel 2014, fondatore ed ex presidente del partito Demosisto, fuggito a Londra nel luglio dello scorso anno e che ad aprile ha ottenuto l’asilo politico in Gran Bretagna, commenta con Repubblica la prima condanna arrivata ieri in base alla nuova legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020 all’ex colonia britannica. 

Tong Ying-kit è stato ritenuto colpevole di terrorismo e incitamento alla secessione. Condannato per aver sventolato una bandiera per chiedere la "liberazione" di Hong Kong. Qual è stata la sua prima reazione?
“Il verdetto dipinge persone come Tong come 'terroristi' per giustificare le persecuzioni contro i manifestanti e l’attuazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Lo slogan - 'Liberate Hong Kong, revolution of our times' - ora viene considerato 'incitamento alla secessione': un modo per rendere ancora più chiaro che a Hong Kong è un crimine anche soltanto parlare. Questo verdetto viola lo spirito dello stato di diritto. Il sistema giudiziario di Hong Kong è stato usato come un’arma per opprimere. Il nostro diritto alla libertà di espressione è sempre più limitato”.

Che cosa succederà ora?
“Si intensificherà ancora di più quel senso di terrore bianco (espressione usata per gli scontri e gli arresti di dissidenti iniziati il 28 febbraio 1947 a Taiwan e l’imposizione della legge marziale che durò fino al 1987 da parte del partito nazionalista Kuomintang al potere, ndr) che continua ad aleggiare sulla città. Le persone hanno paura a dire cose che non piacciono al Partito comunista. Vedremo ancora più condanne per reati di opinione”. 

Poco più di un mese fa abbiamo assistito alla chiusura dell’Apple Daily, uno degli ultimi giornali pro-democrazia rimasti in città. Come sta cambiando la situazione a Hong Kong?
“Lo spazio per la libertà di espressione, e per la libertà in generale, sta diminuendo drasticamente. Abbiamo meno potere per chiedere conto al governo di ciò che fa. Stanno perseguitando i manifestanti più che mai: già oltre cento sono in carcere”. 

Lei vive nel Regno Unito da più di un anno ormai. E’ ancora in contatto con gli altri attivisti a Hong Kong? Che raccontano?
“Non sono più in contatto con gli altri attivisti. Ma di certo posso dire che sono preoccupati. Ciò nonostante continueranno a fare campagna per la democrazia a Hong Kong, non importa quanto subdole possano essere le azioni del governo”.

La Cina sta diventando sempre più oppressiva? Che cosa dovrebbero fare i Paesi occidentali?
“Sì, lo sta diventando. Penso che i Paesi occidentali dovrebbero essere uniti: sanzionare Pechino per le sue azioni, diminuire la loro dipendenza dalla Cina e, in definitiva, combattere la sua espansione autoritaria”.