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Pedro Castillo con re Felipe di Spagna, arrivato a Lima per assistere all'inaugurazione della presidenza che coincide con l'anniversario della fine del dominio spagnolo (ansa)

Castillo giura da presidente. Il Perù alla resa dei conti con la sinistra al potere

Il maestro e sindacalista arrivato al vertice sbaragliando la principessa della destra Keiko Fujimori parla alla nazione. Per lui la sfida di fugare le paure del mondo imprenditoriale accettando dei compromessi. L'incognita del suo mentore Vladimir Cerrón, garante dietro le quinte del "progetto rivoluzionario"
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E’ il grande giorno del Perú. Quasi due mesi dopo le contestatissime elezioni e a soli otto giorni dalla proclamazione ufficiale del vincitore, il maestro Pedro Castillo giura come nuovo presidente del paese andino. Governerà per cinque anni. La cerimonia di insediamento cade come sempre il 28 di luglio, giorno in cui si festeggia l’Indipendenza. Questa volta assume un valore storico e politico particolare: ricorre il Bicentenario del riscatto dalla Corona spagnola. Non è un caso se proprio il re di Spagna Filippo VI sarà presente all’insediamento assieme a cinque capi di Stato di altrettanti paesi della Regione, tra cui Iván Duque, presidente della Colombia. 


Castillo si rivolgerà alla Nazione alle 12.15, le 19.15 in Italia. E’ la prima volta che lo fa, non ha mai parlato da quando ha iniziato la sua corsa verso la presidenza. Una scelta che fece a Capodanno 2021: riunì la famiglia, moglie e due figli, e …

E’ il grande giorno del Perú. Quasi due mesi dopo le contestatissime elezioni e a soli otto giorni dalla proclamazione ufficiale del vincitore, il maestro Pedro Castillo giura come nuovo presidente del paese andino. Governerà per cinque anni. La cerimonia di insediamento cade come sempre il 28 di luglio, giorno in cui si festeggia l’Indipendenza. Questa volta assume un valore storico e politico particolare: ricorre il Bicentenario del riscatto dalla Corona spagnola. Non è un caso se proprio il re di Spagna Filippo VI sarà presente all’insediamento assieme a cinque capi di Stato di altrettanti paesi della Regione, tra cui Iván Duque, presidente della Colombia. 


Castillo si rivolgerà alla Nazione alle 12.15, le 19.15 in Italia. E’ la prima volta che lo fa, non ha mai parlato da quando ha iniziato la sua corsa verso la presidenza. Una scelta che fece a Capodanno 2021: riunì la famiglia, moglie e due figli, e un pastore attorno al tavolo della cucina e annunciò la sua canditura. “Il Perú ha bisogno di un cambio”, disse in quell’umile cenacolo, sulle vette delle Ande di Cajamarca avvolte dal buio. 

Sono passati 8 mesi da quel giorno. Mesi di battaglie campali, tra comizi fatti a cavallo, il cappello a falde larghe in testa, la grande matita, simbolo di Perú libre, impugnata come un machete, a incitare contadini e braccanti, oltre alla massa di indios che vedeva in questo insegnante delle elementari e leader sindacale del mondo della scuola l’uomo del riscatto della parte più povera e da sempre tenuta ai margini del potere. 

Nessuno lo conosceva e nessuno pensava che uno sconosciuto maestro della sierra avrebbe potuto ottenere un consenso così vasto. Il Perú usciva da quattro anni di paralisi politica e istituzionale, impantanato nel fango della corruzione che aveva contagiato industriali, politici, magistrati, avvocati trasformandosi in un virus che intossicava la stessa economia. C’era ricchezza, i soldi giravano. La classe media, motore del sorprendente sviluppo che aveva inanellato per 10 anni percentuali di crescita a due cifre, poteva finalmente aspirare a quel salto sociale che le faceva accarezzare benessere e privilegi. 

Lima e le grandi città vivevano una lunga stagione d’oro e di modernità. Una pioggia d’investimenti stranieri era arrivata dall’Europa e dagli Usa. Si è costruito molto. Ognuno aveva la sua bella casa, anche al mare. Suv sfavillanti e auto di marca sfrecciavano verso la costa sud un tempo arida e deserta e adesso punteggiata da stuoli di villette a schiera, centri commerciali pieni di prodotti, negozi, ristoranti di classe gestiti da chef stellati come Gastón Acurio. E poi c’era la presenza cinese che aveva investito sulle ricche miniere delle Ande per estrarre i preziosi minerali che servivano a far marciare la locomotiva della produzione mondiale. Il Giappone, per i suoi legami storici, si ricavava uno suo spazio esportando tecnologia in cambio del pesce che, grazie alla corrente di Humboldt, affolla il tratto di Pacifico davanti al Perú.

Il miracolo è durato poco. E’ esploso lo scandalo Odebrecht, si è scoperto che anche il Perú aveva pagato tangenti i cambio degli appalti milionari, che il manager della holding delle costruzioni brasiliane aveva finanziato le campagne di molti leader politici. Ci fu il terremoto giudiziario e il clima avvelenato portò a una stagione di accuse e delazioni che non risparmiò nessuno. Due presidenti sbattuti in carcere, un terzo fuggito negli Usa, un quarto suicida mentre la polizia saliva le scale di casa per arrestarlo. Un quinto costretto alle dimissioni per impeachment. I peruviani erano attoniti. Tutti sapevano ma nessuno immaginava una tempesta così. Il Covid è arrivato nel peggior momento: ha ucciso con una virulenza da record.  

Si arriva alle agognate elezioni generali. Si candidano in 18. La maggioranza di destra e estrema destra. Pochi guardano a sinistra, mai amata dai peruviani dopo dodici anni di dittatura militare “maoista” e dieci di terrorismo sanguinario con quasi 30 mila morti per mano di quei folli di Sendero Luminoso e delle esecuzioni sommarie della polizia. Pedro Castillo macina consensi, sbaraglia la concorrenza e arriva al ballottaggio con la candidata della destra, la detestata Keiko Fujimori. E’ la figlia dell’ex dittatore Alberto, condannato per violazione dei diritti umani, su di lei pesa una richiesta a 30 anni di carcere per corruzione.

Votarla è come bere cicuta. Ma tutti buttano giù il calice. Perché Castillo minaccia la nazionalizzazione dei poli energetici e minerari, vuole affidare allo Stato l’istruzione e la sanità da sempre nelle mani dei privati. Giura di voler cambiare la Costituzione. Castillo significa Chávez e il Venezuela, Castro e Cuba. La gente scende in piazza, incita sui social, diffonde fake e mezze verità. Gli indios scendono dalle montagne, assediano Lima, si accampano per le strade, sorvegliano lo spoglio delle schede e poi il controllo sulla montagna di ricorsi per frode presentati dalla destra. Keiko Fujimori sa di aver perso. Per 44 mila voti. Ma sa anche di giocarsi tutto. E’ la terza volta che prova a farsi eleggere. Elezioni impeccabili è il verdetto degli osservatori internazionali, degli Usa, dell’Europa. 

La destra si rassegna mentre l’élite, in preda al panico e allo sconforto, svuota i caveaux delle banche trasferendo all’estero i propri risparmi. Castillo modera il suo programma. Punta su istruzione e sanità, come aveva annunciato, ma nomina come ministro dell’Economia un centrista e liberale. Conferma lo storico governatore della Banca Centrale, rassicura gli investitori stranieri. Cerca e trova alleanze al centro. Sa di poter governare solo se accetta compromessi. Il vero ostacolo è rappresentato dal suo mentore: Vladimir Cerrón, fondatore di Perú libre, neurologo di fama, un padre rapito, torturato e ucciso dalla polizia, regista occulto del progetto rivoluzionario. Ha dovuto rinunciare alla corsa elettorale perché condannato per corruzione, condanna che gli è stata cancellata clamorosamente un mese fa. Non farà parte del governo. Agirà dietro le quinte. Ha già diviso le due anime dei parlamentari eletti con il partito. Sarà lui il banco di prova del presidente che giura oggi. Keiko Fujimori lo aspetta al varco.