Sudafrica: nell'università che fu il tempio dell'apartheid la crociata dei neri per parlare l'afrikaans, la lingua dei dominatori
di Francesco Malgaroli , di Francesco MalgaroliWilliam Sezoe lo sa bene: l’afrikaans, la lingua degli oppressori bianchi, è quasi morta, eppure lui - nero - si batte per tenerla in vita. E' molto apprezzato per gli interventi su giornali e siti e dopo la laurea progetta di tornare nel borgo di pescatori di Velddrif, a insegnare afrikaans ai ragazzi. Ora studia a Stellenbosch, che è una cittadina ad un passo a Città del Capo, nota per i vini e per la prima università fondata in Sudafrica. Non è una università qualunque: qui studiarono - in afrikaans naturalmente - gli uomini che hanno fatto la storia della segregazione e organizzato il sistema dell’apartheid: personaggi come DF Malan, Jan Smuts, HF Verwoerd, JBM Hertzog tanto per dire, sono passati da quelle aule.
Stellenbosch è divenuta il terreno di uno scontro sulla lingua, anzi sulle lingue del Sudafrica. E non è una questione solo accademica, ma ben più larga e ha a …
William Sezoe lo sa bene: l’afrikaans, la lingua degli oppressori bianchi, è quasi morta, eppure lui - nero - si batte per tenerla in vita. E' molto apprezzato per gli interventi su giornali e siti e dopo la laurea progetta di tornare nel borgo di pescatori di Velddrif, a insegnare afrikaans ai ragazzi. Ora studia a Stellenbosch, che è una cittadina ad un passo a Città del Capo, nota per i vini e per la prima università fondata in Sudafrica. Non è una università qualunque: qui studiarono - in afrikaans naturalmente - gli uomini che hanno fatto la storia della segregazione e organizzato il sistema dell’apartheid: personaggi come DF Malan, Jan Smuts, HF Verwoerd, JBM Hertzog tanto per dire, sono passati da quelle aule.
Stellenbosch è divenuta il terreno di uno scontro sulla lingua, anzi sulle lingue del Sudafrica. E non è una questione solo accademica, ma ben più larga e ha a che fare con la storia e l'identità di questo paese.
L'ateneo ha dovuto aprire una inchiesta perché era stato denunciata la proibizione dell'afrikaans nelle aule e nei dormitori dell'università. Si diceva che nessuno degli studenti poteva parlare, neanche su WhatsApp, in afrikaans. L'indagine aveva poi appurato però che si trattava di voci infondate e le autorità accademiche avevano tirato un sospiro di sollievo: “Noi siamo per l'inclusione e il multiculturalismo”.
Ma il problema non è risolto. Le testimonianze degli studenti che parlano afrikaans indicano che l'inglese è effettivamente privilegiato in maniera sfacciata tanto da diventare lingua esclusiva e, complici i tagli del personale dovuti alla pandemia da Covid-19, le poche traduzioni in afrikaans che venivano garantite non ci sono più, così come i corsi bi-lingue.
Ma vediamo un po' di storia per capire meglio perché questa questione non sia irrilevante.
Il 16 giugno 1976 è una data simbolo: il governo introduce l'uso esclusivo dell’afrikaans nelle scuole. Ragazze e ragazzi neri si ribellano, nasce il movimento che, diciotto anni dopo, porterà Nelson Mandela a presidente della Repubblica. La rivolta è alla base del rifiuto della lingua afrikaans dei razzisti.
E allora? Come oggi dei ragazzi neri possono dare battaglia per usare la lingua dell'oppressione?
Risponde Sezoe. Un conto sono i governi segregazionisti, altra cosa è l’idioma che è divenuto ormai parte della nazione, anche di un bel pezzo di popolazione nera. Come la mettiamo, per stare ai bianchi, con Breyten Breytenbach, scrittore, pittore, poeta, arrestato del ’75 e rilasciato del ’82 per tradimento, o Ingrid Jonker, poetessa che si uccise a 31 anni, o Andrè Brink, scrittore anche lui, morto del 2015? Erano nel gruppo Die Sestigers (I sessanta) che si opponevano al regime e avevano come linguaggio l'afrikaans.
Insomma, se anche è stata la lingua dell'apartheid l'afrikaans è diventato parte della storia e del tessuto culturale del Sudafrica e una istituzione come Stellenbosch non può lasciarla fuori dalla finestra. Sezoe dice che oggi l'unica lingua usata è l’inglese e questo significa per molti essere costretti ad abbandonare la lingua madre. Dice che quello che si vede per l’afrikaans vale anche per l'isiXhosa, altro idioma lasciato fuori dall’università. “Alla fine il tema è sempre uguale: l’identità di ognuno", ribatte Lestie van Roosi, docente dell’università. “Un tempo gli afrikaner bianchi avevano nel linguaggio la propria forza e avevano il privilegio di studiare in afrikaans. Niente privilegi per noi neri che parlavamo afrikaans: non avevamo accesso a quei banchi”, taglia corto Sezoe, osservando che “noi non siamo mai ben accolti: un tempo all’università c'erano i bianchi afrikaaner, ora i neri che parlano inglese”.