Raisi, il presidente anti-corruzione dell'Iran su cui pesa l'ombra della "commissione di morte" del 1988
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoE’ il 9 agosto del 2016, il governo del religioso moderato Hassan Rouhani ha concluso l'anno prima un accordo storico con gli Stati Uniti per mettere sotto controllo il programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni. In Iran si respira aria di euforia, Rouhani è saldo al comando. Nel maggio 2017, verrà riconfermato con il 57% dei voti battendo il suo sfidante, il religioso conservatore Ebrahim Raisi.
Cinque anni dopo, la storia ha fatto il suo giro. Raisi si insedia alla presidenza dell’Iran avendo dalla sua parte tutti i centri che contano nel sistema di potere iraniano: la Guida suprema, il corpo dei Pasdaran, il Parlamento dominato dai conservatori e la magistratura, ma con un peso sulla sua reputazione.
Quel 9 agosto, Ahmad Montazeri, figlio del grande ayatollah Montazeri scomparso pochi anni prima, pubblicò sul sito dedicato a suo padre un’audiocassetta dello stesso tipo che 30 anni prima i khomeinisti…
E’ il 9 agosto del 2016, il governo del religioso moderato Hassan Rouhani ha concluso l'anno prima un accordo storico con gli Stati Uniti per mettere sotto controllo il programma nucleare iraniano in cambio della rimozione delle sanzioni. In Iran si respira aria di euforia, Rouhani è saldo al comando. Nel maggio 2017, verrà riconfermato con il 57% dei voti battendo il suo sfidante, il religioso conservatore Ebrahim Raisi.
Cinque anni dopo, la storia ha fatto il suo giro. Raisi si insedia alla presidenza dell’Iran avendo dalla sua parte tutti i centri che contano nel sistema di potere iraniano: la Guida suprema, il corpo dei Pasdaran, il Parlamento dominato dai conservatori e la magistratura, ma con un peso sulla sua reputazione.
Quel 9 agosto, Ahmad Montazeri, figlio del grande ayatollah Montazeri scomparso pochi anni prima, pubblicò sul sito dedicato a suo padre un’audiocassetta dello stesso tipo che 30 anni prima i khomeinisti avevano usato per diffondere la parola di Khomeini e preparare la rivoluzione. Montazeri per anni era stato considerato il più fidato consigliere di Khomeini, il più quotato per la successione a ruolo di Guida Suprema. L’audio era la registrazione di una conversazione che aveva avuto nell’agosto del 1988 con i quattro membri di un tribunale speciale incaricato di decidere della sorte di migliaia di prigionieri politici alla fine della guerra con l’Iraq. Montazeri si opponeva alla loro esecuzione: “Credo che questo sia il più grande crimine commesso nella Repubblica islamica dalla rivoluzione [1979] e la storia ci condannerà per questo”, disse. “Questa azione è stata compiuta da voi, buone e pie figure dell'amministrazione giudiziaria. La storia vi annoterà come criminali".
Del comitato faceva parte anche Ebrahim Raisi, all’epoca dei fatti giovane vice procuratore generale. I quattro decisero di giustiziare migliaia di membri del Mek, Mujahedin-e-Khalq, ma tra le vittime c'erano anche comunisti, laici, attivisti di sinistra. Secondo lo storico Ervand Abrahamian, che ai fatti del 1988 ha dedicato un libro, "Tortured Confessions", molti furono giusitiziati anche per apostasia. I membri del Mek erano considerati dalla teocrazia iraniana dei traditori che combattevano contro l’Iran dall’Iraq. Negli anni successivi sono diventati un’organizzazione di opposizione all’estero, screditata presso la maggior parte degli iraniani e considerata un gruppo terroristico dal governo di Teheran, che l’accusa che di decine di attentati. Per molto tempo il Mek è stato considerato un’organizzazione terroristica anche dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Da quell’agosto 1988, il giovane Raisi ha fatto una lunga carriera in magistratura sempre sostenuto dal suo mentore ed ex insegnante, Ali Khamenei. Come la Guida suprema, Raisi è nato a Mashhad, città che ha lasciato a 15 anni per andare a studiare in seminario a Qom, il cuore dello sciismo iraniano. Ha sposato la figlia dell’ayatollah ultraconservatore Ahmad Alamolhoda, inviato personale di Khamenei nella provincia di Khorasan Razavi, dove si trova Mashhad. Nel 2016, la Guida suprema gli affidò la direzione della Astan Quds Razavi, tra le più importanti e ricche fondazioni religiose (bonyad) dell’Iran, da cui dipendono decine di società impegnate in diversi settori dell’economia iraniana, dalle telecomunicazioni all’edilizia, e in cui lavorano molti manager legati ai Pasdaran o ex Pasdaran. Nel 2019, Raisi è diventato il capo della magistratura sempre per volere di Khamenei.
Negli anni del suo mandato ha portato avanti una campagna contro la corruzione che gli è valsa il plauso di molti iraniani. La sua crociata contro i corrotti ha mandato il messaggio di un leader devoto e austero, con una vita umile e una dichiarazione dei redditi più vicina a quella degli iraniani meno abbienti che a quelli delle élite che vivono nel nord di Teheran. Sulla sua reputazione però continua a pesare il massacro del 1988. Le famiglie delle vittime chiedono da anni che venga fatta giustizia con un processo vero e trasparente, una richiesta a cui si sono unite diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani. Lo scorso 22 giugno, durante la sua prima conferenza stampa, il nuovo presidente ha risposto così a una domanda del giornalista di Al Jazeera sui fatti del 1988: “Sono orgoglioso di essere stato un difensore dei diritti umani e della sicurezza e del benessere delle persone come pubblico ministero ovunque mi trovassi. Ho sempre difeso i diritti delle persone”.
Il massacro del 1988 è un grande rimosso della politica iraniana. Il regime giustifica la mattanza come un atto di guerra. Per la società civile iraniana è un trauma non elaborato: non se ne parla, non se ne può parlare. Ai parenti delle vittime è vietato anche piangere i loro cari nel grande cimitero a sud di Teheran dove molti di loro sono stati seppelliti, senza lapidi, il cimitero di Khavaran.
Gli Stati Uniti di Joe Biden - che hanno puntato su un accordo con l'Iran per rimettere sotto controllo il suo programma nucleare - dovranno fare i conti anche con questo passato. Il 4 novembre del 2019, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha messo Raisi sotto sanzioni con l’accusa di violazioni dei diritti umani. L’ordine che dispone le sanzioni recita: “Prima della nomina a capo della magistratura, Raisi è stato procuratore generale di Teheran dal 1989 al 1994, primo vice capo della magistratura dal 2004 al 2014 e procuratore generale dell'Iran dal 2014 al 2016. Raisi è stato coinvolto nella brutale repressione del regime delle proteste del Movimento Verde iraniano che hanno seguito le caotiche e disordinate elezioni del 2009. In precedenza, come vice procuratore generale di Teheran, Raisi ha partecipato a una cosiddetta "commissione di morte" che ha ordinato le esecuzioni extragiudiziali di migliaia di prigionieri politici nel 1988”.
Non è ancora chiaro come la nuova amministrazione iraniana si comporterà con i negoziati di Vienna, certo per Teheran la precondizione perché si riprenda il dialogo è che Raisi venga rimosso dalla lista delle sanzioni.