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L'atollo di Okinotorishima 

Fa tanto caldo che si cancellano i confini

Quando un’isola finisce sommersa dal mare che si innalza a causa del riscaldamento globale, lo Stato che la rivendica non può più sfruttarne le risorse. E poiché gli interessi legati alla pesca, al gas, al petrolio e alla libertà di navigazione sono enormi, il rischio è che nascano nuovi conflitti (Tribune de Genève) Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima cliccate qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica cliccate qui
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Di qui al 2100 il livello dei mari e degli oceani dovrebbe innalzarsi da uno a 2,25 metri, con conseguenze importanti e difficili da prevedere su numerose frontiere che già oggi appaiono piuttosto incerte. Questo perché quando l’acqua sale, la linea di confine non è più chiaramente definita.  

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) definisce un’isola come “una distesa naturale di terra circondata dalle acque, che rimane al di sopra del livello del mare ad alta marea”. Poiché la Convenzione non prende in considerazione il riscaldamento del clima, un’isola che sprofonda tra i flutti finisce di fatto in un vuoto giuridico.

A spiegarlo è l’avvocato ginevrino Lorenzo Croce, autore di uno studio su questo tema: “Il testo dell’Unclos non contiene praticamente alcuna disposizione riguardo alle conseguenze dell’innalzamento delle acque rispetto alle linee di bas…

Di qui al 2100 il livello dei mari e degli oceani dovrebbe innalzarsi da uno a 2,25 metri, con conseguenze importanti e difficili da prevedere su numerose frontiere che già oggi appaiono piuttosto incerte. Questo perché quando l’acqua sale, la linea di confine non è più chiaramente definita.  

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) definisce un’isola come “una distesa naturale di terra circondata dalle acque, che rimane al di sopra del livello del mare ad alta marea”. Poiché la Convenzione non prende in considerazione il riscaldamento del clima, un’isola che sprofonda tra i flutti finisce di fatto in un vuoto giuridico.

A spiegarlo è l’avvocato ginevrino Lorenzo Croce, autore di uno studio su questo tema: “Il testo dell’Unclos non contiene praticamente alcuna disposizione riguardo alle conseguenze dell’innalzamento delle acque rispetto alle linee di base, alle isole e alla emersione dei banchi di sabbia. Non specifica se le frontiere marittime sono fisse o se invece occorre considerare che nel tempo si possano modificare”.

Negli anni Ottanta, quando quell’accordo fu firmato, “tale problematica non venne discussa, e da allora le due interpretazioni coesistono e ogni Stato difende i propri interessi”.

E di interessi ne esistono a valanghe.

“Il punto centrale di questa vicenda”, spiega l’avvocato ginevrino, “è lo sfruttamento delle risorse che derivano da queste zone: come la pesca, il gas, il petrolio e la libertà di navigazione, che per gli Stati rappresentano dei benefici enormi”.

Se un Paese riesce a far valere i propri diritti su un’isola abitabile ha diritto allo sfruttamento esclusivo delle duecento miglia nautiche che la circondano. Se l’isola viene inghiottita dalle acque, però, perde tale prerogativa. Non si tratta di una questione puramente teorica, ma di una situazione che può avere numerose conseguenze a livello geo-strategico e politico. “L’innalzamento del livello del mare potrebbe ad esempio porre fine al contenzioso che circonda l’isola di New Moore, che India e Bangladesh si disputano dal 1970 – anno in cui emerse – e che nel 2010 è stata sommersa dalle acque”, fa notare Bruno Tertrais, che nel suo “Atlante delle frontiere”, di recente pubblicazione, ha affrontato questioni simili.

Al largo della costa, gli esempi e le situazioni variano enormemente. “Non si deve immaginare, ad esempio, che se il livello dei mari si innalza ogni anno a livello globale di due-tre millimetri, ciò sia vero ovunque. Alcune isole dell’oceano indiano, come le Maldive, stanno guadagnando più terreno di quanto ne perdano”, ricorda Bruno Tertrais. “Si tratta di un fenomeno abbastanza documentato”.

Il politologo francese precisa inoltre che “occorre tener conto anche del meccanismo della subsidenza: un termine che più o meno indica come non è tanto il mare che salire, ma la Terra che si abbassa – a causa delle attività portuali o della distruzione delle mangrovie”.

Strappare la terra al mare

 

A prescindere da quale sia la causa del progressivo inabissamento di queste terre, la situazione ha già indotto alcuni di quegli Stati che a causa dei cambiamenti climatici hanno più da perdere a giocare d’anticipo, dice Bruno Tertrais. “Per contrastare questo fenomeno e strappare la terra al mare sono state messe in atto delle politiche di polderizzazione (il termine si riferisce alla pratica con cui nei Paesi Bassi si tenta di recuperare delle zone litoranee invase dal mare, ndr). Pur di mantenerle al di sopra della superficie dell’acqua, alcuni Paesi si sono spinti sino a edificare le isole minacciate dal mare".


“Di questo fenomeno esistono numerosi esempi in Asia”, spiega Lorenzo Croce. “I più noti sono gli scogli di Okinotorishima: per fare in modo di mantenerne la superficie al di sopra del livello dell’acqua (ed estendere così la propria zona economica esclusiva) il Giappone ha speso centinaia di milioni”.

Tra gli altri esempi, l’avvocato ginevrino cita anche l’isola di Taiping, la secca di Scarborough e lo scoglio di Gaven Reefs, di cui basta osservare le immagini satellitari per accorgersi di come la Cina si sta affrettando ad estendervi la propria influenza. Nel giro di pochi mesi, infatti, lo scoglio, un tempo completamente naturale, è stato coperto da una colata di cemento e dotato di pista di atterraggio, centrale elettrica, impianto di desalinizzazione, un faro, un porto, e via dicendo.

“È allarmante constatare come alcuni Paesi non solo rendono questi spazi naturali abitabili attraverso degli interventi artificiali, ma addirittura li militarizzano: cosa che prima non accadeva”. Tutto questo permette di comprendere come, secondo la formula di Bruno Tertrais, “le frontiere hanno un avvenire, soprattutto in mare”. Questi confini daranno origine a nuove dispute, da cui potrebbero scaturire numerosi potenziali conflitti.
Mentre dagli anni Novanta in poi la stragrande maggioranza delle frontiere terrestri è rimasta inalterata, esistono ben duecentosettanta confini marini in attesa di definizione. Senza contare le isole più o meno sommerse.
(Copyright Tribune de Genève/Lena–Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Marzia Porta)