Usa, l'analista Bremmer: "Ritiro dall'Afghanistan inevitabile. E ora lasciamo il cerino ai cinesi"
dalla nostra inviata Anna Lombardi , dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK - "I talebani avanzano molto più velocemente di quanto l'amministrazione avesse previsto e Kabul potrebbe cadere nel giro di poche settimane e non di mesi. Ma non è una sorpresa e non cambia nulla: Joe Biden ha deciso il ritiro dall'Afghanistan entro agosto anche perché i talebani già avanzavano e c'era il rischio di veder cadere il governo locale con i militari statunitensi ancora sul territorio. Una prospettiva da incubo per qualsiasi presidente, tanto più ora: la permanenza in quel paese è davvero impopolare, il 70% degli americani è a favore del ritiro". Ian Bremmer, analista politico e fondatore del think-tank Eurasia Group, è un profondo conoscitore del Grande Medio Oriente.
NEW YORK - "I talebani avanzano molto più velocemente di quanto l'amministrazione avesse previsto e Kabul potrebbe cadere nel giro di poche settimane e non di mesi. Ma non è una sorpresa e non cambia nulla: Joe Biden ha deciso il ritiro dall'Afghanistan entro agosto anche perché i talebani già avanzavano e c'era il rischio di veder cadere il governo locale con i militari statunitensi ancora sul territorio. Una prospettiva da incubo per qualsiasi presidente, tanto più ora: la permanenza in quel paese è davvero impopolare, il 70% degli americani è a favore del ritiro". Ian Bremmer, analista politico e fondatore del think-tank Eurasia Group, è un profondo conoscitore del Grande Medio Oriente.
Biden non aveva dunque altra scelta?
"Già prima di lui Barack Obama e Donald Trump volevano tirarsi fuori dal pantano afghano. Siamo rimasti lì 20 anni impiegando centinaia di migliaia di soldati e spendendo oltre 1000 miliardi di dollari. Impelagati in una guerra dove sono morti circa 2mila americani e 40mila civili afgani: e niente è cambiato. Insomma, per Biden, che comunque ragiona in termini dei 4 anni di presidenza, la scelta era obbligata. Ciò non toglie che nel decidere il ritiro sono stati fatti errori strategicamente importanti".
Quali?
"Bisognava coinvolgere gli alleati e organizzare con loro l'uscita dal paese. Canadesi ed europei hanno fatto molto, sacrificando mezzi e soldati su richiesta degli Usa. Siamo entrati in Afghanistan con una decisione multilaterale: bisognava ritrarsi allo stesso modo. Di fatto, lasciamo il cerino ai cinesi. Un'occasione mancata perché poteva essere il posto e il momento giusto per avviare con loro trattative ampie, ben sapendo quanto temevano l'abbandono degli Usa".
Se Kabul cade Washington cosa farà?
"Nulla. È dura da accettare, proprio perché ci abbiamo investito così tanto anche in termini di vite umane. Ma l'americano medio, a prescindere dal colore politico, non vuol più vedere il suo paese fare il poliziotto del mondo. E infatti siamo rimasti a guardare pure i terribili abusi commessi in altri paesi: Yemen, Myanmar, Venezuela. Magari verranno messe sanzioni e pressioni per frenare gli atti più estremi dei talebani. Ma in buona parte resteremo a guardare".
C'è il rischio che l'Afghanistan torni a essere culla del terrorismo islamico?
"Sì, le organizzazioni terroristiche torneranno a colonizzare quello che per loro è un Eden. Uno dei Paesi più poveri al mondo, dove non c'è lavoro, né istruzione, devastato da decenni di guerre. Ma è un rischio che riguarda più i vicini dell'Afghanistan che gli Stati Uniti. Preoccupa i cinesi perché se li ritrovano al confine. E il Pakistan che ha sempre supportato i talebani, ma sa che oggi potrebbero destabilizzare il loro sistema politico. Ci sono poi i rifugiati: si riverseranno un po' ovunque e questo riguarderà anche l'Europa, dove potrebbe esserci una nuova ondata di fondamentalismo. Preoccupante: ma non tocca gli Stati Uniti, dove oggi il problema è il terrorismo interno dei suprematisti bianchi e i migranti che premono sul confine meridionale. Biden ha insomma compiuto una mossa all'insegna di "America First": i problemi interni non gli permettono di fare altrimenti".