Esteri

Zhara che ha sfidato i talebani: “Aiutatemi a lasciare l’Afghanistan”

L'intervista
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Negli ultimi giorni ci sono due fratelli che non riescono a chiudere le loro chiamate su WhatsApp. Da mattina a sera trascorrono più tempo possibile al telefono. Ogni parola è un nodo che sembra accorciare la distanza tra Kabul e Venezia. Si guardano, si parlano e piangono insieme. Lei è Zhara Hamadi, imprenditrice afgana di 32 anni. Lui è Ahmed Hamadi, tra i fondatori della catena Orient Experience e protagonista della serie Waffles + Mochi di Michelle Obama. Scappato dai talebani nel 2006, Hamadi ha portato in questi anni in Italia i genitori e altri cinque fratelli. L’ultima, Zhara, è bloccata a Kabul.
 

Zhara Hamadi, dove si trova adesso?
«Sono nascosta in una casa con altre amiche. Siamo sole e non dormiamo da 72 ore. Se i talebani prenderanno Kabul cercheranno le donne dai 15 ai 40 anni non sposate per costringerle a stare con un jihadista. Questo pensiero mi fa vomitare ed è ancora peggio dell’idea di morire».

Com’era la sua vita fino a poco tempo fa?
«Ho rilevato il “Jardin”, un noto ristorante a Kabul frequentato in passato da stranieri e nell’ultimo periodo da politici. Nel 2016 ha subito un attacco terroristico ed è stato abbandonato, ma nel 2018 l’ho rilevato e a breve avrei dovuto aprire il nuovo ristorante “Mehmane Sahar”. Fino a quando c’erano gli americani andava tutto bene e potevo servire ai tavoli senza velo. In questi anni ho creduto che noi giovani potessimo risollevare il nostro Paese, ma adesso ho il cuore terrorizzato e a pezzi. Ho faticato tantissimo per realizzare questi progetti in un Paese molto maschilista. Credevo di avercela fatta».

Lei ha tutta la famiglia in Italia, perché non può raggiungerla?
«Il consolato italiano, quello che rilascia i visti, è chiuso da due anni ed è impossibile averne uno. Il governo italiano ha annunciato che aiuterà chi ha collaborato con lo Stato. Io non ho collaborato, ma ho tutti i miei affetti a Venezia e non posso raggiungerli. Mio fratello mi farà lavorare con lui, non sarò un peso, ma aiutatemi».

È pericoloso uscire a Kabul?
«A Kabul sarebbe ancora possibile, ma entro qualche giorno non lo sarà più. Ascoltiamo le notizie, ma più ci rendiamo conto di quello che sta succedendo e più ci sembra di impazzire. Se arriveranno i talebani non potremo più comunicare con nessuno. I talebani avevano chiesto al presidente di dimettersi e lui non l’ha fatto, le conseguenze saranno devastanti. Se siamo costretti a convivere con i talebani chiediamo alla comunità internazionale che si assicuri che un eventuale accordo venga rispettato. Altrimenti per noi è la fine, in particolare per noi donne».

Quanto contano le donne?
«Tra i giovani molto, sono entusiasti se scendiamo in piazza anche noi. Due settimane fa c’è stata una manifestazione contro i talebani. Abbiamo urlato Allah Akbar perché quell’espressione appartiene a tutti e devono smetterla di fare propaganda, ma loro hanno risposto che ce la faranno pagare. In quell’occasione ho parlato al microfono e tanti mi hanno supportata perché eravamo solo poche donne. Io ci credevo, alla rinascita dell’Afghanistan. Ci credevo davvero».