Cosa succede se l’America non è più leader
di Timothy Garton Ash , di Timothy Garton Ash"L'America è tornata" ha detto quest'anno il presidente Joe Biden, e tutto il mondo democratico ha tirato un sospiro di sollievo. Ma di fronte alla débâcle del caotico ritiro statunitense dall'Afghanistan - Kabul una Saigon 2 - una voce spettrale ci bisbiglia all'orecchio: e se l'America non fosse tornata? E se non tornasse mai più? Cosa succederebbe? Avremmo il secolo cinese? L'Europa nuovo leader del mondo libero? O semplicemente la solita vecchia anarchia internazionale?
Magari fosse come Saigon nel 1975. L'umiliazione americana in Vietnam, in aggiunta al Watergate, fece sprofondare la reputazione Usa nel mondo. Ma nel giro di dieci anni gli Stati Uniti erano to…
"L'America è tornata" ha detto quest'anno il presidente Joe Biden, e tutto il mondo democratico ha tirato un sospiro di sollievo. Ma di fronte alla débâcle del caotico ritiro statunitense dall'Afghanistan - Kabul una Saigon 2 - una voce spettrale ci bisbiglia all'orecchio: e se l'America non fosse tornata? E se non tornasse mai più? Cosa succederebbe? Avremmo il secolo cinese? L'Europa nuovo leader del mondo libero? O semplicemente la solita vecchia anarchia internazionale?
Magari fosse come Saigon nel 1975. L'umiliazione americana in Vietnam, in aggiunta al Watergate, fece sprofondare la reputazione Usa nel mondo. Ma nel giro di dieci anni gli Stati Uniti erano tornati in sella. Nel 1995, comandavano il mondo da iperpotenza indiscussa. Tutti sanno che questa volta è diverso. I problemi interni, autoindotti, degli Usa sono dieci volte più profondi e strutturali rispetto alla metà degli anni Settanta - in parte perché, seguendo lo schema che caratterizza l'eccessiva estensione degli imperi nella storia, l'America ha speso migliaia di miliardi di dollari in luoghi come l'Afghanistan e l'Iraq, invece di impegnarsi di più nel nation-building in patria. All'estero oggi l'America non affronta più una superpotenza a guida leninista in declino, l'Unione sovietica, bensì una superpotenza a guida leninista in ascesa, la Cina. L'unica iperpotenza ormai è il cambiamento climatico.
L'ipotesi più realistica è che gli Usa "tornino" sul palcoscenico internazionale come potenza leader occidentale, prima tra uguali, in una rete globale di democrazie. Il rancore verso gli americani per i comportamenti tenuti in varie parti del mondo, inclusa quest'ultima tragedia, non dovrebbe impedire ai democratici (con la d minuscola) di rendersi conto che qualsiasi alternativa a questo scenario è peggiore. E l'amministrazione Biden è l'occasione migliore che abbiamo in quella direzione.
Facciamo conto che il governo afghano, ridicolo, corrotto, finanziato dagli americani, e il suo esercito forte in teoria di 300mila uomini addestrati dagli americani avesse resistito qualche settimana in più e ci fosse stato un ritiro ordinato, senza elicotteri Chinook sul tetto dell'ambasciata - un'immagine che da sola dice più di mille parole. Ci sarebbe stato grande scontento, certo, e un senso di sconfitta. Ma avremmo potuto dire che l'esperto presidente Usa stava conducendo con misura un piano risoluto per riportare l'America sul palcoscenico internazionale in un ruolo strategico più adatto ad affrontare la sfida delle 3 C indentificata dalla sua amministrazione: Covid, Clima, Cina.
C'è ancora la possibilità che gli Usa possano riprendere questa rotta. Gli avvenimenti, come gli oggetti, sembrano più grandi visti da vicino. Le scene all'aeroporto di Kabul non saranno mai dimenticate, ma col tempo sfumeranno in una nuova prospettiva.
Ciò nonostante è il momento di prendere in considerazione l'ipotesi che gli Usa non riescano più a "tornare" a una posizione di leadership internazionale. Che succederà? La Cina quasi certamente diventerà una potenza dominante in Asia, ma non avrà il predominio assoluto. Giappone, India e Australia, per non parlare degli Usa ancora presenti nell'Indo-pacifico, agiranno tutti per impedirlo. Nella stessa Cina le contraddizioni tra un sistema politico sempre più leninista, col potere concentrato nelle mani non solo di un unico partito, ma di un unico uomo, e una economia e società capitalista sviluppata, prima o dopo provocheranno una crisi interna, che potrebbe avere come risultato immediato la ricerca di legittimazione al nazionalismo avanzato tramite avventure all'estero: occhio, Taiwan.
Ma questa non è la formula per un "secolo cinese" nei termini in cui si può parlare di un "secolo americano" - o quanto meno di un ventennio americano, dal 1989 al 2009 - e, prima ancora, di un "secolo britannico". La Cina esercita già grande influenza in alcuni Paesi europei, ma non sarà la potenza leader dell'Europa. E tanto meno lo sarà la Russia, sebbene Vladimir Putin, come Xi Jinping, senza dubbio gongolerà davanti a questo ultimo scacco americano.
Ecco quindi uno scenario più ottimista, per la gioia dei francesi. E se fosse l'Europa a prendere le redini? L'Ue a capo del mondo libero! Rovesciando il famoso detto di un ex ministro degli esteri britannico, George Canning, chiamiamo il vecchio mondo a ristabilire l'equilibrio del nuovo. È una grande idea. Da europeo inglese mi piacerebbe molto vederla realizzata. Del resto ho trascorso molto tempo a lavorare assieme ad amici di tutto il continente in una organizzazione chiamata European Council on Foreign Relations, proprio per promuovere una politica esterna europea più coesa ed efficace. Ma non tira aria buona.
C'è un solo leader europeo, il presidente francese Emmanuel Macron, che ha la visione, ma non i mezzi. Il probabile successore della cancelliera Angela Merkel, dopo le elezioni di settembre, avrà i mezzi, ma non la visione. La Gran Bretagna è appena uscita dal gruppo e ora i leader conservatori britannici lamentano a gran voce che gli Usa ci hanno piantato in asso sull'Afghanistan. Non è certo la ricetta per la leadership globale.
Resta la terza ipotesi: l'anarchia internazionale. Grandi potenze, tribù e interessi in lotta. Un mondo "G-Zero", come lo ha definito l'analista geopolitico Ian Bremmer. Nel peggiore dei casi una sorta di Afghanistan in grande. A parte le sofferenze per milioni di esseri umani, è a rischio il pianeta. Gli incendi apocalittici di questa estate nelle isole greche e le alluvioni in Germania, per non parlare degli autorevoli allarmi lanciati recentemente dagli esperti, sono chiaro segno che per affrontare la crisi climatica è necessario un livello senza precedenti di iniziative globali collettive. Ma la situazione geopolitica attuale rende ancor più ardua una simile azione collettiva globale.
Ho visto recentemente un film di fantascienza americano intitolato Arrival, in cui degli alieni vagamente simili a piovre atterrano in vari luoghi degli Usa, Russia, Cina, Arabia Saudita e altre grandi potenze mondiali. Si scopre che il loro obiettivo è di portare le tribù dell'umanità in lotta tra di loro a cooperare, perché "avremo bisogno di voi tra 3.500 anni". E visto che si tratta di un film americano, ci riescono.
Mancando le piovre intergalattiche chiaroveggenti però tocca a noi. In una prospettiva più ampia questo momento geopolitico richiede l'impegno attivo di Europa e Cina, India, Giappone, Australia e molti altri Paesi. E c'è ancora bisogno che gli Usa tornino ad assumere un ruolo di guida nell'ambito delle democrazie, non più egemone, ma di primus inter pares.
Secondo la spietata osservazione di un economista dello sviluppo per i Paesi poveri c'è solo una cosa peggiore dell'essere sfruttati, ed è non esserlo. Per l'Occidente, ma anche per un mondo in pericolo, c'è solo una cosa peggiore della leadership statunitense ed è la sua assenza.
Traduzione di Emilia Benghi