KABUL — Sono le 7.30 del mattino, ora di Kabul: è giovedì 19 agosto, anniversario dell’indipendenza dell’Afghanistan dalla Gran Bretagna. Sono qui all’aeroporto internazionale per testimoniare da giornalista la realtà di chi cerca di fuggire. Lo scenario è drammatico, quasi 10.000 persone sono ammassate agli ingressi dello scalo nel disperato tentativo di uscire dal Paese. Ci sono anziani, giovani, donne e bambini: tutti vogliono andar via. La maggior parte di loro non ha nessun visto per l’espatrio: nè tantomeno un biglietto aereo. Molti sono addirittura senza passaporto.
C’è Ajmal, 28 anni: lui e la moglie hanno il passaporto americano. Ajmal è afghano ma non vive più nel Paese: è venuto per il matrimonio del fratello, ma dopo la caduta di Kabul in mano ai talebani è rimasto bloccato nella capitale. Parliamo, ha la disperazione negli occhi: mi racconta che è qui da tre …
KABUL — Sono le 7.30 del mattino, ora di Kabul: è giovedì 19 agosto, anniversario dell’indipendenza dell’Afghanistan dalla Gran Bretagna. Sono qui all’aeroporto internazionale per testimoniare da giornalista la realtà di chi cerca di fuggire. Lo scenario è drammatico, quasi 10.000 persone sono ammassate agli ingressi dello scalo nel disperato tentativo di uscire dal Paese. Ci sono anziani, giovani, donne e bambini: tutti vogliono andar via. La maggior parte di loro non ha nessun visto per l’espatrio: nè tantomeno un biglietto aereo. Molti sono addirittura senza passaporto.
C’è Ajmal, 28 anni: lui e la moglie hanno il passaporto americano. Ajmal è afghano ma non vive più nel Paese: è venuto per il matrimonio del fratello, ma dopo la caduta di Kabul in mano ai talebani è rimasto bloccato nella capitale. Parliamo, ha la disperazione negli occhi: mi racconta che è qui da tre giorni ma non è riuscito a partire e non ci sono piani e procedure che gli consentano di uscire dal Paese assieme alla moglie. Dice, colmo di frustrazione, che sarà un miracolo se riuscirà a lasciare l’Afghanistan. Una storia simile a quella di Sajia, che bivacca all’ingresso opposto dell’aeroporto: ha il passaporto tedesco, ha lavorato con un’organizzazione tedesca in Afghanistan, ma non c’è nessun piano che oggi le consenta di lasciare il Paese.
Ajmal e Sajia sono solo alcune delle migliaia di persone che giorno e notte lottano per uscire dall’Afghanistan: da sabato notte questo è diventato il luogo dove la disperazione degli afghani per il ritorno dei talebani si tocca con mano. Almeno 12 persone sono morte qui da domenica, in scontri con i talebani mentre cercavano di fuggire oppure nel tentativo di lasciare il Paese salendo sugli aerei in decollo: stritolate dagli ingranaggi oppure cadute giù quando i voli sono partiti. Ai cancelli si sono ammassate madri pronte a gettare i figli ai soldati stranieri, pur di assicurare loro un futuro lontano da qui: un’immagine che difficilmente si potrà dimenticare.
La situazione all’aeroporto di Kabul testimonia la disperazione delle persone che per 20 anni dopo l’11 settembre 2001 hanno nutrito delle speranze. Ora non aspirano a vivere nel lusso in un Paese straniero, ma solo a sopravvivere.
Dopo cinque giorni dalla caduta della capitale nelle mani dei talebani tutti vivono nell’incertezza, non sanno cosa succederà oggi e domani: i talebani a parole promettono tolleranza, ma qui nessuno si fida. Ieri un centro studi delle Nazioni Unite ha rivelato che si muovono per le strade a caccia di obiettivi guidati da liste precise: in cima ci sono quelli che hanno collaborato con le truppe e le organizzazioni straniere. Verificare è impossibile, ma qui a Kabul la tensione e la disperazione sono alle stelle: non c’è posto dove questo sia più evidente dell’aeroporto di Kabul.
La situazione è tesa in tutto il Paese: ieri, ricordando l’Indipendenza, diversi gruppi di persone sono scese in strada avvolte dalla bandiera tricolore che negli ultimi venti anni è stata il simbolo dell’Afghanistan rinato. In molti casi le manifestazioni sono state represse con la violenza: sappiamo per certo che ci sono stati quattro morti ad Asadabad, non lontano dal confine con il Pakistan. Ma è possibile che le vittime siano di più.
Molte delle persone che sono all’aeroporto non sanno nulla di questi scontri, né di quello che accade nel resto del Paese: sanno solo che vogliono partire, al più presto. Prima che anche questa ultima possibilità di salvezza svanisca. Le tragiche scene che si sono verificate nello scalo dopo la caduta della capitale sono parte del triste destino degli afghani. La gente cerca di fuggire anche a rischio di perdere la vita in questo scalo, sotto i colpi degli AK47 dei talebani da un lato del muro e degli M16 degli americani dall’altro.
— Traduzione di Emilia Benghi