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Aghanistan, corsa a ostacoli verso l’Italia: “Noi picchiate e minacciate”

Soldati Usa di guardia nei pressi dell'aeroporto di Kabul (ansa)

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A Kabul 140 operatrici di ong e le loro famiglie non riescono a raggiungere l’aeroporto dove le aspetta un volo per Roma. La violenza dei talebani e la folla che blocca l’accesso ai cancelli dello scalo sono gli ostacoli principali sulla via dell’espatrio
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Paura e speranza si fondono in un'unica emozione che attraversa i corpi delle persone che dovrebbero partire per l'Italia. Un'emozione circoscritta che comincia nel momento in cui ti chiamano e ti dicono che a una certa ora ti devi recare in aeroporto per prendere un volo militare che ti porterà a 6.000km di distanza da tutto quello che conosci. Piangi di gioia, ma la paura è più forte e prende il sopravvento.

Centocinquanta persone dovevano salire su un volo italiano tre giorni fa, ma il problema non è tanto essere autorizzati, quanto riuscire a varcare i cancelli dell'aeroporto militare di Kabul. Migliaia di persone che non sono nelle liste da giorni si ammassano alle entrate principali. Aspettano in piedi, sedute, sui muretti, sotto il sole cocente, poi quando all'improvviso il cancello si apre, si lanciano come affamati verso i militari, si schiacciano, si scavalcano, si strattonano e spingono, si buttano verso i soldati che richiud…

Paura e speranza si fondono in un'unica emozione che attraversa i corpi delle persone che dovrebbero partire per l'Italia. Un'emozione circoscritta che comincia nel momento in cui ti chiamano e ti dicono che a una certa ora ti devi recare in aeroporto per prendere un volo militare che ti porterà a 6.000km di distanza da tutto quello che conosci. Piangi di gioia, ma la paura è più forte e prende il sopravvento.

Centocinquanta persone dovevano salire su un volo italiano tre giorni fa, ma il problema non è tanto essere autorizzati, quanto riuscire a varcare i cancelli dell'aeroporto militare di Kabul. Migliaia di persone che non sono nelle liste da giorni si ammassano alle entrate principali. Aspettano in piedi, sedute, sui muretti, sotto il sole cocente, poi quando all'improvviso il cancello si apre, si lanciano come affamati verso i militari, si schiacciano, si scavalcano, si strattonano e spingono, si buttano verso i soldati che richiudono subito impedendo anche alle persone che potrebbero entrare di farlo.

Tre giorni fa è accaduto proprio questo, dopo ore di attesa, nella notte e soprattutto dopo aver attraversato Kabul infestata di posti di blocco talebani, la folla ha cominciato a correre e il gruppo "italiano" che sarebbe dovuto entrare, composto soprattutto di donne, di qualche marito e molti bambini, è stato travolto. Una è svenuta e il marito l'ha trascinata fuori in braccio e portata in ospedale, così come una ragazza incinta che è dovuta rimanere sotto controllo per un giorno per poi riprovarci.

"Quella sera, ammaccate, affrante, sono tornate casa. Difficile dire loro che la prossima volta avrebbero dovuto tentare di nuovo, uscire dai propri nascondigli, attraversare la capitale in macchina o a piedi", racconta Arianna Briganti, vicepresidente di NoveOnlus che da giorni, come tutte le sue colleghe, non dorme per assicurarsi che chi ha lavorato ai loro progetti riesca a salvarsi.

Facile deprimersi quando la speranza è al di là di un cancello che sembra irraggiungibile. Due giorni fa i 150 sono ripartiti verso l'aeroporto. Quattro sorelle hazara (etnia detestata dai talebani perché sciita) hanno sfidato la notte e il coprifuoco e sono state fermate dai talebani: hanno sentito il cuore diventare di pietra. Ma con loro c'era la mamma che parla pashtun (la lingua dei talebani) che con la prontezza di un'attrice consumata ha detto che stavano andando in ospedale. I talebani le hanno lasciate andare. Da un'altra parte della città un ragazzino di 20 anni senza famiglia, che soffre di epilessia, è stato preso e picchiato dai talebani. Quando ha raggiunto gli altri fuori dall'aeroporto, le donne hanno deciso che una di loro sarebbe stata la sua mamma temporanea.

"Non sono riusciti a partire neanche la seconda sera, ma nonostante la delusione è successo qualcosa di straordinario: si sono uniti. Prima erano tutti individui o famiglie, ora sono un nucleo compatto. Hanno aperto un gruppo su Whatsapp e si sono organizzati, le donne vestite di nero, indossano un fazzoletto rosso sul braccio per riconoscersi", racconta Briganti. Fanno blocco con due apripista che arrivano il più vicino possibile all'entrata, rimangono tutto il giorno a monitorare la situazione, avvisando gli altri di quello che succede e di come muoversi.


Ieri alla fine nove persone sono riuscite a passare: una famiglia e quattro sorelle, tra cui una incinta. Un colpo di fortuna, di quelli che ti cambiano la vita. Poi la notte scorsa una nuova chiamata: alle 4.30 dovranno essere davanti a uno dei gate, sempre in balia della gente e dei talebani, ma ora si mandano mappe e indicazioni e la paura condivisa diventa meno paralizzante.

L'unica incognita è sempre il maledetto cancello controllato dagli americani che non rispondono agli appelli della politica, della diplomazia, dei militari. Ancora una volta decidono del destino delle persone. Ma i 140 almeno sono insieme anche se condividono un destino feroce. Ce la faranno? Lo scopriremo oggi.