Afghanistan, la scommessa di Pechino: investimenti in cambio di stabilità
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Da una parte c'è la propaganda dei media di Stato, ai quali non pareva vero in questi giorni poter riempire pagine e pagine per raccontare la "disfatta" e "l'umiliazione" americana in Afghanistan paragonando la ritirata in tutta fretta a quella di Saigon e arrivando perfino a tracciare parallelismi tra il fallimento statunitense e la dissoluzione dell'Urss. Dall'altra, c'è il pragmatismo del governo di Pechino, che sa bene che con i talebani bisogna ora dialogare (come del resto fa da vent'anni) offrendo loro la prospettiva di un riconoscimento internazionale e di nuovi investimenti, ma chiedendo in cambio stabilità. La Cina non ha nessuna voglia - e nemmeno i mezzi - di andare a sostituirsi a quel ruolo da "poliziotto" che gli Usa hanno avuto in questi anni (e che alla leadership comunista ha fatto comodo). E nessuna voglia di impantanarsi in un modo "troppo complicato" nella "tomba de…
PECHINO - Da una parte c'è la propaganda dei media di Stato, ai quali non pareva vero in questi giorni poter riempire pagine e pagine per raccontare la "disfatta" e "l'umiliazione" americana in Afghanistan paragonando la ritirata in tutta fretta a quella di Saigon e arrivando perfino a tracciare parallelismi tra il fallimento statunitense e la dissoluzione dell'Urss. Dall'altra, c'è il pragmatismo del governo di Pechino, che sa bene che con i talebani bisogna ora dialogare (come del resto fa da vent'anni) offrendo loro la prospettiva di un riconoscimento internazionale e di nuovi investimenti, ma chiedendo in cambio stabilità. La Cina non ha nessuna voglia - e nemmeno i mezzi - di andare a sostituirsi a quel ruolo da "poliziotto" che gli Usa hanno avuto in questi anni (e che alla leadership comunista ha fatto comodo). E nessuna voglia di impantanarsi in un modo "troppo complicato" nella "tomba degli imperi". L'interesse del Dragone però c'è ed è duplice: accordi in cambio di stabilità e sicurezza, per evitare il risorgere di estremismo, terrorismo e separatismo, "i tre mali" da combattere. Il vuoto americano è un'occasione ghiotta per espandere ancora di più la sua influenza economica in Asia centrale e per mettere le mani su quella miniera a cielo aperto che è l'Afghanistan. Ma, come riassume bene Yun Sun, direttore del China Program allo Stimson Center, quello della Cina ai talebani è un "abbraccio riluttante".
Per questo la diplomazia cinese negli ultimi giorni cerca ancora una sponda con l'America "per prevenire una nuova guerra civile ed evitare che il Paese diventi terreno fertile per il terrorismo", come ha detto il ministro degli Esteri Wang Yi al suo omologo Antony Blinken. Assicurando che la Cina "giocherà un ruolo costruttivo" lavorando con gli Usa per spingere i talebani ad una ricostruzione pacifica.
"Pechino può offrire quello che a Kabul serve di più: imparzialità dal punto di vista politico e investimenti economici", scriveva ieri in un editoriale sul New York Times Zhou Bo, ex colonnello dell'Esercito cinese. Vero, e anche l'Afghanistan ha molto da offrire: una miniera a cielo aperto da tremila miliardi di dollari, ricca di litio, rame, cobalto e terre rare. Il fattore economico, però, non è stato così determinante finora e verosimilmente non lo sarà nemmeno nell'immediato futuro. Per capirlo basta guardare i numeri che, a differenza della retorica, non mentono. Gli investimenti cinesi nei primi sei mesi di quest'anno sono stati appena 2,4 milioni di dollari. Lo scorso anno 4,4. Due dei più grandi progetti - l'impianto petrolifero di Amu Darya della China National Petroleum e la miniera di rame di Mes Aynak della China Metallurgical Group - sono fermi da anni. Fino a che la situazione resterà instabile - e Pechino deve ancora capire quanto può fidarsi delle promesse dei talebani - non vedremo funzionari cinesi con le valigette piene di yuan per investire in nuovi progetti. La Cina certamente ha l'ambizione di giocare un ruolo economico sempre maggiore, ma una chiara volontà in tal senso emergerà quando le sarà garantita stabilità e sicurezza. Soprattutto per non vedere vanificati i suoi sforzi lungo la Via della Seta, specie in Pakistan, dove nasce il progetto più importante della Belt&Road Initiative: quel corridoio di oleodotti, strade e centrali che va da Kashgar al porto di Gwadar e sul quale ha investito 65 miliardi di dollari. A guardare la cartina, la posizione dell'Afghanistan, sebbene al centro, è facilmente aggirabile. Ma Kabul di nuovo nel caos diventa un problema per tutta la regione e per gli interessi di Pechino, già allarmata per gli attentati dei talebani pachistani degli ultimi mesi, ultimo quello di due giorni fa proprio a Gwadar.
I confini sono l'altra grande preoccupazione. Cina e Afghanistan condividono una frontiera lungo il Xinjiang - appena 76 km - ma delicatissima per la questione uigura e le spinte secessioniste. Nonostante le collaborazioni militari con pachistani e tagiki per evitare il passaggio di uomini e armi lungo il corridoio del Wakhan, Pechino teme che la vittoria talebana rinvigorisca l'Etim (i jihadisti uiguri del movimento islamico del Turkestan orientale). Quando a fine luglio il ministro degli Esteri Wang Yi ha accolto a Tianjin con tutti gli onori il mullah Baradar, riconoscendo i talebani come "un'importante forza politica e militare" - un appoggio pubblico inedito - ha chiesto in cambio sicurezza facendosi promettere "un taglio netto" proprio con l'Etim, "diretta minaccia alla sicurezza nazionale e all'integrità territoriale della Cina". Facendosi assicurare che l'Afghanistan non verrà usato come base per azioni che possano danneggiare Pechino. Ora, dopo la presa di Kabul, la relazione tra i comunisti cinesi e i talebani è più una necessità che una scelta. La Cina eviterà di cadere nella trappola americana, ma non può farsi troppo da parte. Un bel mal di testa per Xi e compagni.