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Afghanistan, i raid delle forze speciali nelle strade di Kabul: “Non li abbandoniamo”

(reuters)

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Incursori americani ed europei vanno a piedi o in elicottero a salvare connazionali e afghani rimasti bloccati
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"Non si lascia indietro nessuno”. In un angolo defilato dell’aeroporto di Kabul c’è un insolito affollarsi di tute mimetiche. Si distinguono solo per i minuscoli stemmi delle bandiere nazionali, pronti a essere staccati quando si va in azione. Sono uomini del Navy Seal statunitense, del Ksk tedesco, del Raid francese, del Sas britannico, del Fsk norvegese e di altre unità di forze speciali italiane, olandesi, belghe, danesi, spagnole: l’élite militare dell’Occidente, che per vent’anni ha fatto la guerra in Afghanistan, combattendo fianco a fianco nelle Task Force della Nato. Tra di loro si chiamano “la comunità”, a testimoniare una fratellanza di valori marziali e di addestramento estremo. E ora hanno un’ultima missione da compiere, forse la più difficile: entrare in città per recuperare connazionali e afghani rimasti isolati.

"Non si lascia indietro nessuno”. In un angolo defilato dell’aeroporto di Kabul c’è un insolito affollarsi di tute mimetiche. Si distinguono solo per i minuscoli stemmi delle bandiere nazionali, pronti a essere staccati quando si va in azione. Sono uomini del Navy Seal statunitense, del Ksk tedesco, del Raid francese, del Sas britannico, del Fsk norvegese e di altre unità di forze speciali italiane, olandesi, belghe, danesi, spagnole: l’élite militare dell’Occidente, che per vent’anni ha fatto la guerra in Afghanistan, combattendo fianco a fianco nelle Task Force della Nato. Tra di loro si chiamano “la comunità”, a testimoniare una fratellanza di valori marziali e di addestramento estremo. E ora hanno un’ultima missione da compiere, forse la più difficile: entrare in città per recuperare connazionali e afghani rimasti isolati.

Sono gli episodi più segreti della drammatica corsa contro il tempo che avviene nella capitale, di cui trapelano pochi dettagli per non mettere a rischio chi deve essere ancora soccorso e non indispettire i talebani: le squadre partono in elicottero, in auto o addirittura a piedi fino ai nascondigli. Nelle prime giornate della caduta di Kabul queste spedizioni sono state frequenti. Dal 16 al 20 agosto una coppia di elicotteri russi Mi17 con matricola statunitense è decollata sei volte verso la periferia della metropoli: a bordo, i jawbreakers – letteralmente “spaccamascelle” - della Cia che hanno raggiunto una delle basi top secret dell’Agenzia – in codice Salt Pit ossia “il buco di sale” - per trasferire i loro collaboratori.

Il Pentagono ha ammesso solo due interventi fuori dall’aeroporto, entrambi condotti dai grandi elicotteri Chinook. Ben 169 cittadini americani erano asserragliati nell’Hotel Baron, a poche centinaia di metri dalla pista: spostarli attraverso i posti di blocco dei talebani era troppo pericoloso e così giovedì scorso i Seal sono andati a prenderli. Un’azione simile ha messo in salvo un’altra sessantina di persone, raccolte in un campo di calcio.

Alcune foto diffuse dai soldati turchi hanno rivelato come i commandos statunitensi abbiano trasferito sullo scalo di Kabul un arsenale poderoso: sotto i teloni protettivi si riconoscono otto Little Bird, piccoli elicotteri armati con mitragliere e missili a guida laser; quattro MH60, gli stessi impiegati per il blitz contro Osama Bin Laden, e alcuni elicotteri da battaglia Apache, mentre nel cielo orbitano gli Hercules trasformati in cannoniere volanti. Una potenza di fuoco impressionante, pronta a scatenarsi in caso di crisi.

Le imprese più complesse sono state condotte nell’oscurità. Nel crollo improvviso della capitale, due riservisti dell’Us Army, forse ingaggiati dalle società di contractor, si sono persi nelle strade. Di loro si sono occupati team in abiti locali, che li hanno raggiunti a piedi e scortati fino all’aeroporto: sembra che abbiano superato la recinzione con una scala tirata giù all’ultimo.

Anche gli europei non sono stati da meno. I francesi si sono affidati ai superpoliziotti del Raid per allestire due cortei di Suv che hanno evacuato 216 concittadini e collaboratori. Più discrete le sortite dei tedeschi, che vantano una lunga presenza sul terreno e si sono portati dietro due elicotteri d’assalto. I nostri carabinieri parà, accompagnati da operatori del Gis e incursori del Col Moschin, si sono ingegnati per mettere al sicuro un gruppo di attiviste afghane: gli hanno fatto indossare un fazzoletto rosso per riconoscerle tra la folla ai cancelli. E subito gli spagnoli del Goe li hanno imitati.

Ma la storia che ha i toni del film hollywoodiano è il salvataggio di Mohammad Khalid Wardak e della sua famiglia. Il colonnello afghano nel 2013 aveva liberato un reparto di ranger americani intrappolato in un’imboscata. Quando i talebani hanno invaso la città, ha telefonato ai vecchi commilitoni negli Usa chiedendo aiuto. È scattato il passaparola fino a Kabul, teste di cuoio statunitensi e inglesi si sono mobilitate. Per quattro volte è stato stabilito un appuntamento per prelevarlo, ma i droni hanno segnalato “presenze ostili”. Poi mercoledì un elicottero è riuscito a soccorrerlo: l’hanno chiamata “Operazione promessa mantenuta”.