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La lunga fuga di Amina: “Grazie di tutto, Italia ricomincio da qui”

Amina a Fiumicino mostra il fazzoletto rosso che ha permesso ai carabinieri di individuarla nella folla 
Ha lanciato messaggi disperati nascosta nella sua cantina di Kabul: poi ha coordinato la fuga delle ragazze con i fazzoletti rossi. Ora è in salvo a Roma
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Non è una notte come le altre all'aeroporto di Fiumicino. Davanti al terminal, tre autobus della Marina sono carichi di afghani composti e talmente stanchi da non sapere ancora cosa provare. In centinaia sono arrivati con una media di due o tre voli al giorno. In coda quasi ordinata prima di salire sul bus che non sanno dove li porterà, un bambino in piedi accanto alla madre ha gli occhi che si chiudono, si sforza di stare sveglio ma è stremato.

Sono le 23 e loro sono arrivati nel pomeriggio. Il volo è stato lungo, la procedura sanitaria del Covid e quella dell'immigrazione lo sono ancora di più: ma è niente al confronto di quello che hanno passato per arrivare in aeroporto a Kabul, facendosi largo tra migliaia di persone disperate. Nella tragedia, quelli che sono qui sono i fortunati, perché sono riusciti a salire su uno di quei voli che nel giro di poche ore saranno sospesi.

Non è una notte come le altre all'aeroporto di Fiumicino. Davanti al terminal, tre autobus della Marina sono carichi di afghani composti e talmente stanchi da non sapere ancora cosa provare. In centinaia sono arrivati con una media di due o tre voli al giorno. In coda quasi ordinata prima di salire sul bus che non sanno dove li porterà, un bambino in piedi accanto alla madre ha gli occhi che si chiudono, si sforza di stare sveglio ma è stremato.

Sono le 23 e loro sono arrivati nel pomeriggio. Il volo è stato lungo, la procedura sanitaria del Covid e quella dell'immigrazione lo sono ancora di più: ma è niente al confronto di quello che hanno passato per arrivare in aeroporto a Kabul, facendosi largo tra migliaia di persone disperate. Nella tragedia, quelli che sono qui sono i fortunati, perché sono riusciti a salire su uno di quei voli che nel giro di poche ore saranno sospesi.

"Sono di Ghazni", dice un signore con accanto la moglie e un paio di gemelli piccoli e vivaci. Ghazni è una città del Nord, di quelle assediate per mesi, poi è caduta: come tutto al resto. Ci sono hazara, tagiki, professori e insegnanti. Donne che si tolgono il velo, altre che lo tengono sopra i vestiti buoni. Qualcuno ha un trolley, qualcun altro uno zainetto, altri sono riusciti a portar via solo cellulare e passaporto.

In disparte ci sono le ragazze italiane di Nove Onlus, che tanto hanno fatto in questi giorni per portare in salvo le loro collaboratrici afghane: i militari acconsentono che entrino solo in tre, ma sono in 5 e per tutte è un momento importante. Come altre Ong che hanno operato in Afghanistan, hanno creato legami fortissimi con lo staff locale: non era solo lavoro. Quando la situazione è precipitata si sono trasformate in ancore di salvataggio per le loro collaboratrici.

Su quel volo c'è Amina, una delle coordinatrici dell'organizzazione. Da quando i talebani sono entrati a Kabul, è stata fra quelle che - a volto coperto - dalla cantina ha lanciato il suo grido di dolore per tutte le donne afghane. Uno dei suoi video-appelli è stato pubblicato anche da Repubblica. Per giorni il suo volto sempre sorridente, i modi gentili, è sparito sotto il tessuto azzurro simbolo dell'oppressione delle donne. Due notti fa, l'aereo su cui viaggiava doveva arrivare a mezzanotte, ma le ore sono passate, il ritardo è aumentato, l'attesa si è fatta estenuante: quando finalmente è atterrato, lentamente sono usciti i primi profughi. Prima il tampone rapido e la scartoffie, poi il tè: qualcuno avrebbe voluto capire che ne sarà di loro, ma erano tutti troppo stanchi per le domande. "Vengo da Herat, lavoravo per gli italiani", dice un uomo.

Divisi per famiglie, sono tutti spaesati. Per ultima c'è Amina, minuta, vestita di nero, con la mascherina. Prima ci si saluta mantenendo le distanze, poi scatta un abbraccio commosso: guerra, Covid, paura, disperazione, spariscono. È finita, anche se è solo l'inizio di qualcos'altro. Anche se altri devono arrivare. Anche se altri disperati scrivono che sono al cancello a Kabul ma non li fanno entrare. Non ce la faranno.

La testimonianza dell’attivista afghana: "Devo nascondermi, ho perso ogni speranza per il futuro"

"Grazie di tutto", mormora Amina: racconta l'odissea dell'aeroporto, dove i bambini e le donne venivano schiacciate e picchiate, dove i talebani probabilmente hanno permesso il caos per impedire alla gente autorizzata di raggiungere l'entrata. Dice che quando ha visto che i soldati le dicevano di raggiungerli, lei era ancora troppo lontana, si è buttata in uno scolo e si è immersa fino alle ginocchia nella melma. È stata presa e portata dentro, per poi riuscire per recuperare tutte le altre della lista: a distinguerle nella folla c'erano i fazzoletti rossi. Ora uno di quei pezzi di tessuto lo sventola davanti a tutti: "È stato brutto, ma siamo vive", dice.

Fuori l'aspetta un autobus dell'esercito. Amina manda un messaggio al padre, dice che è arrivata. Difficile non pensare a quei genitori che hanno perso la cosa più importante in Afghanistan, i figli. Ma non avevano altra scelta che lasciarli andare. Amina non ci pensa, sa cosa ha lasciato. Ora è pronta a guardare avanti. Si ricomincia da qui.