Ogni giorno mi arriva notizia di conoscenti afghani che sono riusciti a raggiungere l'aeroporto, soli o con la famiglia. Vedendo il muro di folla attorno mi chiedo come abbiano fatto. Una volta entrati, mandano messaggi e foto, i volti tesi e affaticati. Sorridono per il successo e per tranquillizzare i parenti che restano, chiedendo ai bambini di fare ciao con la mano. Poi, separatamente, mi inviano una foto "vera", dove piangono tutte le lacrime che restano loro.
Impressione mi ha fatto Mariam, insegnante di inglese e volontaria per una organizzazione che difende le donne. Sempre elegante e truccata con cura, stento a riconoscerla nella ragazza coi capelli scarmigliati, gli occhi gonfi e il mascara che cola. Dovunque il destino la porti, le auguro felicità e i migliori cosmetici del mondo, li merita.
Ogni giorno mi arriva notizia di conoscenti afghani che sono riusciti a raggiungere l'aeroporto, soli o con la famiglia. Vedendo il muro di folla attorno mi chiedo come abbiano fatto. Una volta entrati, mandano messaggi e foto, i volti tesi e affaticati. Sorridono per il successo e per tranquillizzare i parenti che restano, chiedendo ai bambini di fare ciao con la mano. Poi, separatamente, mi inviano una foto "vera", dove piangono tutte le lacrime che restano loro.
Impressione mi ha fatto Mariam, insegnante di inglese e volontaria per una organizzazione che difende le donne. Sempre elegante e truccata con cura, stento a riconoscerla nella ragazza coi capelli scarmigliati, gli occhi gonfi e il mascara che cola. Dovunque il destino la porti, le auguro felicità e i migliori cosmetici del mondo, li merita.
Il rombo degli aerei è continuo. Ad ogni decollo provo un misto di gioia e dolore. Najmuddin, il mio più stretto collaboratore, confessa le stesse emozioni. Portano degli afghani verso una vita migliore, ma strappano al Paese preziose risorse su cui contare. Con lui faccio il conto di chi, tra i nostri impiegati -tutte persone disabili- ci ha lasciato. Aumentano ogni giorno. Felici per loro, già ci mancano.
Malihà, troppo indipendente per accettare regole integraliste, Farid, artista e sognatore, Lailà che vuole essere un'atleta a tempo pieno. Solo Jumà ci preoccupa, perenne scontento, starebbe male anche in paradiso. Conosciamo i più dal giorno in cui i genitori ce li hanno portati, alcuni piccolissimi, chiedendo se sarebbero guariti o almeno riusciti ad avere una vita decente. Li abbiamo visti crescere, spinti ad andare a scuola e imparare un mestiere. Alcuni sono diventati fisioterapisti, tecnici ortopedici, medici, esperti di computer. Molti si sono sposati, anche le ragazze -per amore- contro il costume afghano che vuole le disabili nubili a vita.
Spesso la cosa più difficile è stata convincerli a credere in se stessi, che tutto è possibile, che la disabilità è un dettaglio. Vederli sbocciare ci ha regalato l'entusiasmo e forza necessaria nei momenti difficili. Confesso che li sentivamo un po' nostri. Ora partono per lidi lontani, di certo timorosi, ma con solidi strumenti per riuscire. È la prova che il piano era buono, ma siamo tristi, anche perché consapevoli che rimpiazzarli richiederà anni. Ma a questo penseremo dopo. Consoliamoci pensando che nel mondo saranno tante le case in cui saremo benvenuti. Solo l'imbarazzo della scelta.
Alberto Cairo è il responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan