La fuga al contrario dal Pakistan: "Noi torniamo con i talebani"
dal nostro inviato Fabio Tonacci , dal nostro inviato Fabio TonacciTORKHAM (CONFINE PAKISTAN - AFGHANISTAN) - Il talebano col fucile e il soldato pachistano hanno l'ordine di non guardarsi negli occhi. Sono a un metro di distanza l'uno dall'altro, sotto la bandiera bianca dell'Emirato islamico. Lì è Afghanistan, qui è Pakistan. Non si parlano eppure collaborano. Muti e sospettosi, lavorano insieme per evitare che il Point Zero, questa linea immaginaria di venti metri tracciata sul fango di Torkham, precipiti nel caos. Migliaia di uomini, donne e bambini, osservati da 95 telecamere del Frontier Corps, brulicano da ore tra recinti di ferro, filo spinato e catapecchie, in una nuvola di polvere sollevata dai coloratissimi camion in transito. Hanno i documenti in mano e una vita pressata in borsoni rigonfi sui carretti. Vogliono passare. Ma la direzione non è quella che uno si aspetta.
L'esodo al contrario
Siamo venuti a Torkham nella convinzione che avremmo visto gli afghani che scappano dai taleb…
TORKHAM (CONFINE PAKISTAN - AFGHANISTAN) - Il talebano col fucile e il soldato pachistano hanno l'ordine di non guardarsi negli occhi. Sono a un metro di distanza l'uno dall'altro, sotto la bandiera bianca dell'Emirato islamico. Lì è Afghanistan, qui è Pakistan. Non si parlano eppure collaborano. Muti e sospettosi, lavorano insieme per evitare che il Point Zero, questa linea immaginaria di venti metri tracciata sul fango di Torkham, precipiti nel caos. Migliaia di uomini, donne e bambini, osservati da 95 telecamere del Frontier Corps, brulicano da ore tra recinti di ferro, filo spinato e catapecchie, in una nuvola di polvere sollevata dai coloratissimi camion in transito. Hanno i documenti in mano e una vita pressata in borsoni rigonfi sui carretti. Vogliono passare. Ma la direzione non è quella che uno si aspetta.
L'esodo al contrario
Siamo venuti a Torkham nella convinzione che avremmo visto gli afghani che scappano dai talebani, invece abbiamo trovato gli afghani, tanti, che tornano in patria. L'esodo al contrario. Quelli che non hanno la carta di identità pagano anche 30mila rupie (152 euro) per falsificare i documenti e corrompere qualcuno. Hanno vissuto per anni in Pakistan nelle aree tribali lungo il confine nord-occidentale e nella provincia di Peshawar. Adesso vedono in quella bandiera bianca con la Shahada un principio di evasione.
"Con l'Afghanistan in mano ai talebani e preda dei terroristi, mi presento alle ambasciate straniere di Kabul e chiedo un visto per motivi umanitari. Voglio andare in Germania o nel Regno Unito con un aereo e non a piedi o su una barca. Ecco perché sto tornando lì...", spiega Wahid Ullah, che si ferma un attimo nonostante i pachistani del Frontier Corps sollecitano l'avanzare usando una bacchetta di plastica sulle braccia dei ritardatari. Il ragionamento di Wahid non è banale, ma è una scommessa al buio. Con il permesso del marito, anche Seema accetta di parlare. Chiusa dentro un burqa nero, dice di essere nata a Mardan ed è felice di seguirlo in Afghanistan, dove non è mai stata. "Non ho paura dei talebani, Wahid proteggerà me e i nostri due figli".
Il valico
Per arrivare a Torkham bisogna inoltrarsi nell'area tribale covo dei terroristi di Lashkar-e-Islam affiliati al TTP (i talebani pachistani), superare due fortificazioni costruite dall'impero britannico, attraversare il Khyber Pass che è una gola stretta tra cave di rocce rosse, passare i bunker dei signori della droga, seguire quello che resta della vecchia ferrovia utilizzata dagli americani per rifornire i mujahiddin contro i russi e, infine, con tanta pazienza, mettersi in coda in una fila lunga tre chilometri di enormi autocarri decorati come ceramiche di Vietri.
Al valico gli afghani si fanno largo tra venditori di frutta e ruote, soldati, questuanti, capre vive e capre scuoiate sulla brace. Affidano le loro poche cose a dei ragazzi che per qualche rupia spingono i carretti di legno. Portano tappeti, coperte, vestiti, condizionatori d'aria, galline, cibo in scatola, pentole. Sui carretti siedono i vecchi che non possono camminare. Il controllo dei documenti avviene in una stazione che ha 8 sportelli, 6 per gli uomini, 2 per le donne. Hazrat Shana Gul, 18 anni, attende il timbro del doganiere. È uno studente coranico, indossa una lunga tunica nera e, a differenza di Wahid, non sta tornando per andarsene. "I talebani sono la cosa migliore che ci potesse capitare, senza gli americani e con la Sharia sarà un paradiso".
Duemila passaggi al giorno
L'ufficio del responsabile di frontiera è in un container con le tende di velluto viola, il ventilatore, il fornello per fare il té, una scrivania e due computer. "Prima che i talebani conquistassero il Paese - spiega il funzionario, chiedendo di non essere citato - avevamo in media 600 afghani che ogni giorno partivano dal Pakistan e attraversavano per motivi di lavoro. Adesso sono 2.000: la maggior parte spera di andare in Europa e negli Stati Uniti con i corridoi umanitari, gli altri tornano perché condividono l'ideologia dei talebani". Nel container entra un soldato con tre iPad, un tablet Samsung e 4 telefoni impacchettati. "Erano nella valigia di un afghano, tentava di contrabbandarli". La porta si apre ancora, una donna si getta a terra e lo implora. "Vuole passare, ma ha documenti falsi...".
Point Zero
Torkham non è, al momento, la via dei migranti in fuga dall'Emirato, anche perché sulle montagne hanno steso una rete spinata alta tre metri. "Qualcuno passa illegalmente, ma i numeri sono bassi - ripete il funzionario - Non è come a Chaman, o a Ghulam Khan". Duecento metri più avanti, si apre uno spiazzo fangoso chiamato Point Zero. È il vero limite: da una parte i talebani (al presidio anche un miliziano del Badri 313, le forze speciali, con un fucile mitragliatore, l'elmetto e le manette alla cintura), dall'altra decine di militari del Frontier Corps. Tre bandiere bianche sventolano di là, due bandiere pachistane di qua. Un centinaio di afghani sono seduti sul lato talebano. Aspettano da sei ore. "Non vogliono chiedere asilo politico, solo lavorare". Alle loro spalle, il muso di altro camion decorato.