Fitoussi: "In Afghanistan l'Europa ha perso l'occasione per fare la differenza"
di Eugenio Occorsio , di Eugenio Occorsio«E’ inutile illudersi che l’Occidente riesca a far valere la carta economica per indurre i talebani a più miti consigli, come hanno creduto fino all’ultimo gli americani. E’ vero che da soli non ce la faranno mai a sostenere il paese né economicamente né dal punto di vista della sicurezza come prova l’attacco all’aeroporto. Ma per la loro sussistenza preferiranno gettarsi fra le braccia di Russia o Cina, che quanto a democrazia non guardano troppo per il sottile. E per l’Europa sarà un’immane occasione perduta». Jean Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, il guru di quel cenacolo illuministico che è l’ateneo parigino di Sciences Po, è sempre stato un attento esegeta dell’exception culturelle per difendere l’Europa dall’arroganza americana. Ma stavolta ce l’ha proprio con il vecchio continente: «E’ stata un’oppo…
«E’ inutile illudersi che l’Occidente riesca a far valere la carta economica per indurre i talebani a più miti consigli, come hanno creduto fino all’ultimo gli americani. E’ vero che da soli non ce la faranno mai a sostenere il paese né economicamente né dal punto di vista della sicurezza come prova l’attacco all’aeroporto. Ma per la loro sussistenza preferiranno gettarsi fra le braccia di Russia o Cina, che quanto a democrazia non guardano troppo per il sottile. E per l’Europa sarà un’immane occasione perduta». Jean Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, il guru di quel cenacolo illuministico che è l’ateneo parigino di Sciences Po, è sempre stato un attento esegeta dell’exception culturelle per difendere l’Europa dall’arroganza americana. Ma stavolta ce l’ha proprio con il vecchio continente: «E’ stata un’opportunità che non abbiamo saputo cogliere. Come in Libia, come in Siria, ma stavolta è ancora peggio».
Se ci fosse stata l’Europa al comando, magari in posizione di copilota, le cose sarebbero andate diversamente?
«Sono sicuro di sì. Un’Europa in grado di qualificarsi come soggetto politico coeso e solido, con la tutta la forza congiunta di tanti Paesi importanti ma soprattutto di Italia, Francia e Germania troppe volte vittime di un assemblearismo ormai anacronistico, poteva giocarsela molto meglio. In tutti questi anni, servivano diplomazia e arte del compromesso, due arti in cui gli europei, al contrario degli americani, sono maestri. Se non altro perché l’Unione europea ci ha insegnato a comporre al nostro interno le controversie più spinose. Guardate agli eurobond: chi avrebbe detto che ce l’avremmo fatta quando pochi anni fa ci spaccavamo sulla Grecia e sull’austerity? Ecco, pensate a tutta quest’energia positiva convogliata nella vicenda afghana: quando mai sarebbe venuta in mente a un’Europa assurta a soggetto politico un’idea astratta come l’esportazione della democrazia?».
Detta così e guardando a quello che sta succedendo a Kabul sembra un’ipotesi surreale, però il principio non è giusto?
«Certo, ma solo con la forza delle armi non si va da nessuna parte. E’ vero che qualche infrastruttura sociale, qualche scuola, è stata costruita, ma occorreva tessere con pazienza una tela di rapporti, di relazioni economiche più profonda e resiliente. L’Afghanistan non è solo campi di oppio da radere al suolo, ma anche risorse naturali ingenti: rame, ferro, litio per le batterie, terre rare cruciali per la tecnologia, perfino oro e petrolio. Invece l’unico progetto decente l’ha vinto in silenzio il China Metallurgical Group con un appalto da 12 milioni di tonnellate di rame (una tonnellata di rame valeva al London Metal Exchange ieri 7.950 euro, ndr)».
Ma in pratica come si doveva fare?
«Non lasciare ai soli americani l’iniziativa e qualsiasi decisione, compreso il ritiro, né accettare supinamente qualsiasi iniziativa, dall’improvvido accordo di Doha, per il quale non siamo minimamente stati consultati, fino a questa fuga che è stata scomposta al punto che non sono neanche stati in grado di garantire la sicurezza in aeroporto. Del resto dagli europei non è neanche arrivato nessun suggerimento su cosa fare, e questo perché l’Ue come soggetto politico non esiste e ora non ha più neanche un leader».
Dopo Merkel, Draghi, o Macron?
«Mah, non sono molto convinto. Il problema è che un’unione trova la sua forza e la sua coesione quando c’è un leader forte. Né serve a molto che ora la presidente von der Leyen prometta qualche aiuto economico».
L’America è passata al contrattacco finanziario: i conti presso l’Fmi e la World Bank sono congelati, le banche hanno rotto i ponti se non altro per non finire nella black-list antiterrorismo, Western Union e MoneyFarm hanno bloccato i trasferimenti di valuta…basterà?
«Sicuramente no. I talebani non svenderanno la loro vittoria per un tozzo di pane, neanche se verrà loro offerto un aiuto contro l’Isis. Resisteranno, conserveranno la loro autonomia e si cercheranno nuovi alleati internazionali».