Afghanistan, i talebani senza governo perdono i primi pezzi: un mullah si unisce all'Isis
di Antonio Giustozzi , di Antonio GiustozziSolo alcuni giorni fa i negoziati tra i talebani e la vecchia élite politica della Repubblica Islamica sembravano essere entrati in un vicolo cieco. La sensazione di chi vi partecipava era che i talebani continuassero a discutere al solo scopo di presentare un'immagine conciliante al mondo esterno e che la decisione di ricostituire l'Emirato fosse stata già presa. Negli ultimi giorni, tuttavia, i negoziati hanno avuto un sussulto e si sono registrati dei progressi improvvisi.
Man mano che i talebani cominciano ad impratichirsi delle complessità implicite nel governare anche uno stato semi-moderno come quello afghano, si rendono conto di non essere in grado di gestire la situazione da soli. In un incontro recente con esperti del settore bancario, hanno dovuto accettare il fatto che riaprire le banche porterebbe a una corsa ai risparmi, che distruggerebbe il sistema bancario. Non riaprire le banche, d'altra parte, strangola l'economia. Senza un acco…
Solo alcuni giorni fa i negoziati tra i talebani e la vecchia élite politica della Repubblica Islamica sembravano essere entrati in un vicolo cieco. La sensazione di chi vi partecipava era che i talebani continuassero a discutere al solo scopo di presentare un'immagine conciliante al mondo esterno e che la decisione di ricostituire l'Emirato fosse stata già presa. Negli ultimi giorni, tuttavia, i negoziati hanno avuto un sussulto e si sono registrati dei progressi improvvisi.
Man mano che i talebani cominciano ad impratichirsi delle complessità implicite nel governare anche uno stato semi-moderno come quello afghano, si rendono conto di non essere in grado di gestire la situazione da soli. In un incontro recente con esperti del settore bancario, hanno dovuto accettare il fatto che riaprire le banche porterebbe a una corsa ai risparmi, che distruggerebbe il sistema bancario. Non riaprire le banche, d'altra parte, strangola l'economia. Senza un accordo con gli americani riguardo ai fondi della banca centrale, depositati negli Stati Uniti, lo stato dei talebani non potrà pagare i salari ed è destinato ad implodere, o almeno a regredire verso uno stadio molto primitivo. La fuga della classe media professionale rallenta solo perché non è più possibile farsi evacuare tramite l'aeroporto di Kabul; una volta che i voli esteri riprenderanno, o che viaggiare per strada sarà sicuro, il flusso certamente riprenderà.
Al tempo stesso la stasi politica acuisce le contraddizioni interne. Impazienti e poco fiduciosi nella possibilità di ottenere rappresentanza ai vertici dello stato, i talebani dell'est sono sempre più nervosi. Alcuni hanno già "votato con i piedi" e sono passati allo Stato Islamico. La provincia di Nangarhar è quella afflitta più seriamente. A parte vari piccoli comandanti a livello di villaggio, negli ultimi giorni si è registrata la prima defezione significativa, quella di Mullah Mansur Hesar, comandante di un fronte con cinque comandanti ai suoi ordini, per un totale di 100-150 uomini. Secondo fonti locali, Mullah Mansur avrebbe deciso di fare il grande salto perché era stato ignorato nelle nomine dei talebani alla guida della provincia di Nangarhar. La leadership dei talebani è consapevole che c'è il rischio di uno smottamento molto più ampio, non fosse altro perché di tali smottamenti ce ne sono stati in passato, specie nel 2014-15. Nelle diatribe in corso a Kabul, i talebani dell'est di frequente minacciano le loro controparti meridionali di essere pronti a passare allo Stato Islamico.
Di fronte alle crescenti difficoltà, i talebani sembrano aver offerto delle nuove concessioni ai negoziatori Karzai ed Abdullah; fonti vicine a quest'ultimo ritengono che un accordo sia molto vicino. Secondo le stesse fonti, si tratterebbe di instaurare un governo di transizione modellato in certa misura sul modello iraniano. Al vertice del potere verrebbe a trovarsi il leader dei talibani, attualmente Haibatullah Akhund, coadiuvato da un consiglio supremo di 12 membri, un misto di talebani e non talebani. Il leader dei talebani siederebbe in tale posizione de jure, mentre non è chiaro per ora come verrebbero selezionati i membri del consiglio, o sostituiti quando necessario. Il consiglio avrebbe diritto di veto sopra l'operato e le nomine del governo, che invece rassomiglierebbe a quello della Repubblica Islamica nella sua struttura: un presidente, che secondo le indiscrezioni sarebbe Karzai, con due vice-presidenti (Mullah Baradar e il Dr. Abdullah) e un gabinetto dei ministri. L'intento sarebbe di includere tutti i "vecchi mujahiddin" nell'accordo, incluso Ahmad Massud, a cui verrebbe offerto uno dei 12 seggi nel consiglio supremo. Questo governo di transizione dovrebbe durare un paio di anni, durante i quali le due parti negozierebbero un accordo finale per un sistema politico stabile. I talebani non avrebbero nemmeno chiuso la porta alla possibilità di avere un sistema elettorale nel nuovo sistema che verrà negoziato.
L'accordo sta venendo negoziato dal Mullah Baradar. Tra i talebani in generale rimane un grande scetticismo. Certamente non tutti saranno soddisfatti e non solo tra i duri. Anche tra i membri dell'ala "moderato-pragmatica" (quella di Baradar, per intenderci) molti storcono il naso all'idea di concedere una bella fetta di potere a personaggi come Karzai, Abdullah ed altri, ex nemici spesso non noti per la loro rettitudine. L'approccio preferito è di non nominare nessuno dei rappresentanti della vecchia élite politica a posizioni esecutive e semmai nominarne alcuni al Consiglio Supremo. La presidenza sarebbe meglio affidata a una figura neutrale, mentre alla vecchia élite si dovrebbe dare l'opportunità di scegliere dei volti, più o meno nuovi, a loro legati per riempire le funzioni di vice-ministri, capi dipartimento e forse, se proprio necessario, persino ministri, soprattutto per funzioni molto delicate a questo punto, quali affari esteri e finanze. L'idea di elezioni suscita anch'essa scetticismo; una fonte all'interno del Consiglio della leadership solo ieri menzionava che l'approccio preferito dai talebani sarebbe una 'Loya Jirga', ovvero un consiglio dei rappresentanti delle diverse comunità, che il potere centrale (ovvero i talebani in questo caso) sceglierebbe dall'alto.
Se l'accordo preconizzato dalle fonti vicine ad Abdullah verrà finalizzato, risolverà alcuni dei problemi dei talebani, in particolare verso l'estero, ma probabilmente ne creerà di nuovi. Porterà acqua al mulino dei duri e restringerà ulteriormente le possibilità di promozione per gli insoddisfatti. I talebani sono pertanto stretti tra l'incudine dell'isolamento internazionale e il martello delle divisioni interne e devono risolvere i loro dilemmi senza poter contare sull'autorità del loro leader, Haibatullah, che non prende parte a riunioni interne da sette mesi, apparentemente a cause di una seria malattia.