Biden: "Ritiro la scelta giusta. Il ponte aereo un successo"
dal nostro corrispondente Federico Rampini , dal nostro corrispondente Federico RampiniNEW YORK – “La guerra più lunga è finita, ho mantenuto la promessa fatta agli americani di non mandare un’altra generazione sul fronte afghano. Abbiamo già chiesto troppo a quell’un per cento fra noi che portano la divisa. Non esistono guerre a bassa intensità e basso costo umano”. Joe Biden torna a parlare alla nazione, per ribaltare la narrazione sulla ritirata, mentre l’ultimo aereo militare Usa ha lasciato Kabul e i talebani cantano vittoria.
Biden tenta di descrivere anche l’evacuazione come “un successo straordinario, il più grande ponte aereo che una nazione abbia mai organizzato per portare in salvo i propri cittadini e quelli di altri paesi, un’operazione in cui 13 eroi americani hanno perso la vita, e tanti altri militari, diplomatici, hanno rischiato la loro per aiutare altri”. Ricorda le circostanze drammatiche: “Donald Trump aveva promesso ai talebani di ritirare le trup…
NEW YORK – “La guerra più lunga è finita, ho mantenuto la promessa fatta agli americani di non mandare un’altra generazione sul fronte afghano. Abbiamo già chiesto troppo a quell’un per cento fra noi che portano la divisa. Non esistono guerre a bassa intensità e basso costo umano”. Joe Biden torna a parlare alla nazione, per ribaltare la narrazione sulla ritirata, mentre l’ultimo aereo militare Usa ha lasciato Kabul e i talebani cantano vittoria.
Biden tenta di descrivere anche l’evacuazione come “un successo straordinario, il più grande ponte aereo che una nazione abbia mai organizzato per portare in salvo i propri cittadini e quelli di altri paesi, un’operazione in cui 13 eroi americani hanno perso la vita, e tanti altri militari, diplomatici, hanno rischiato la loro per aiutare altri”. Ricorda le circostanze drammatiche: “Donald Trump aveva promesso ai talebani di ritirare le truppe già entro il primo maggio, e aveva costretto il governo afgano ad aprire le prigioni liberando 5.000 combattenti. Quando sono diventato presidente io, i talebani erano già tornati al massimo delle loro forze dal 2001. In qualunque momento avessimo fissato l’evacuazione, o se avessimo cominciato il rimpatrio a giugno o a luglio, si sarebbe scatenata la stessa ressa, lo stesso panico verso l’aeroporto”.
Stima che “il 90% dei nostri cittadini sia uscito”, che rimangano in Afghanistan tra i cento e i duecento americani, molti dei quali con doppia cittadinanza e forse intenzionati a rimanere, ma “per loro non c’è scadenza, li riporteremo a casa quando vorranno”. Ricorda che gli Stati Uniti e tutta la comunità internazionale hanno intimato ai talebani di rispettare la libertà di movimento e il diritto di partire.
Biden difende la scelta strategica con un argomento già usato nelle ultime giornate: non c’era una via di mezzo. Ritirarsi oppure ricominciare un’escalation, e lui aveva promesso di non sacrificare altre vite per una guerra che doveva finire già molto prima. “Ho sempre assicurato che essendo il quarto presidente in questa guerra, non l’avrei passata a un quinto”. No a un conflitto a tempo indefinito, dopo che 2.400 soldati Usa hanno già perso la vita nella guerra più lunga. “Ci sono ragazzi ventenni che non hanno mai conosciuto un’America in tempo di pace”.
Ripercorre la storia di questo conflitto anomalo: cominciò per dare la caccia a Osama Bin Laden e colpire i responsabili dell’11 settembre, ma questa precisa missione anti-terrorismo era già esaurita dieci anni fa, visto che Bin Laden fu ucciso nel 2011. Dopo, quale interesse vitale dell’America era in gioco in Afghanistan? Nessuno. Se Al Qaeda avesse avuto la sua base nello Yemen, di certo non saremmo andati a invadere l’Afghanistan. Prosegue la sua polemica contro i fautori spesso tardivi del “nation building”: nessuno è mai riuscito a costruire la nazione afghana. Difendere i diritti umani – garantisce Biden – resterà un principio guida della nostra politica estera, ma chi ha mai detto che il modo per farlo sia attraverso le guerre?
E poi, spiega il presidente, il mondo è cambiato. Devo difendere la mia nazione dalle minacce del 2021, non da quelle del 2001. Il terrorismo rimane un pericolo, ma si è trasformato e si è allargato: continueremo a inseguirlo e a colpirlo, ma il modo migliore non è quello di immobilizzare migliaia di truppe sul suolo afgano. Dagli hacker alla cyber-guerra, sullo sfondo si stagliano i pericoli di oggi, a cominciare dalla Cina, che in questi vent’anni secondo Biden e la sua squadra ha goduto di una rendita di posizione: poteva risparmiarsi interventi militari facendo da parassita di una stabilità puntellata da truppe americane in giro per il mondo.
Uno dei fili rossi che attraversano tutta la revisione strategica in atto a Washington è proprio questo: non è una versione di sinistra dell’isolazionismo, è la certezza che l’ultimo ventennio sia stato favorevole ad una formidabile accelerazione della Cina, proprio perché Pechino si è risparmiata avventure militari mentre Washington s’impantanava su teatri strategici secondari. “Dobbiamo imparare dai nostri errori. D’ora in avanti saremo concentrati su ciò che conta davvero per l’interesse nazionale e il futuro dell’America. E’ finita l’era delle grandi guerre per rifare nazioni”.