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(reuters)

Afghanistan, l'ultimo soldato che ha lasciato Kabul

La foto del generale Donahue con il mitra in mano che sale sull'aereo è diventata rapidamente diventata l'icona di un'armata che non voleva ritirarsi, che ha lottato e si è sacrificata per portare a termine la missione
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"Hai portato una luce in uno dei luoghi più oscuri del mondo. Hai portato un sorriso a innumerevoli persone che altrimenti non avrebbero mai avuto nulla di cui gioire. Hai mostrato, per un breve glorioso momento, quali sono i valori dell'America. Ma soprattutto, ti sei comportato con onore. Molti altri non lo possono dire".

In queste ore la lettera di un veterano del Vietnam ai soldati che hanno combattuto in Afghanistan sta venendo imparata a memoria dai G.I. americani, che non vogliono sentirsi sconfitti. Non a caso l'autore, il leggendario colonnello Keith Nightingale, è stato l'istruttore dell'ultimo uomo che ha lasciato Kabul: il generale Chris Donahue.

La foto di Donahue con i…

"Hai portato una luce in uno dei luoghi più oscuri del mondo. Hai portato un sorriso a innumerevoli persone che altrimenti non avrebbero mai avuto nulla di cui gioire. Hai mostrato, per un breve glorioso momento, quali sono i valori dell'America. Ma soprattutto, ti sei comportato con onore. Molti altri non lo possono dire".

In queste ore la lettera di un veterano del Vietnam ai soldati che hanno combattuto in Afghanistan sta venendo imparata a memoria dai G.I. americani, che non vogliono sentirsi sconfitti. Non a caso l'autore, il leggendario colonnello Keith Nightingale, è stato l'istruttore dell'ultimo uomo che ha lasciato Kabul: il generale Chris Donahue.

La foto di Donahue con il mitra in mano che sale sull'aereo sta facendo il giro del pianeta. Forse non piacerà alla Casa Bianca, perché è rapidamente diventata l'icona di un'armata che non voleva ritirarsi, che ha lottato e si è sacrificata per portare a termine la missione.

Come i tredici marines uccisi giovedì da un kamikaze mentre presidiavano l'Abbey Gate per aiutare i civili afghani a raggiungere la salvezza: l'estrema aggiunta a una lista di caduti che contava già 2.448 nomi.

Adesso milioni di militari che in vent'anni hanno rischiato la vita nelle gole di Khost e nelle strade di Kandahar si riconoscono nell'immagine dell'ufficiale che indossa l'elmetto e il visore notturno, mostrandosi pienamente operativo.

L'ultimo soldato statunitense

Chris Donahue si è arruolato nel 1992: appartiene alla generazione che non ha conosciuto la Guerra fredda e neppure il successo della liberazione del Kuwait. La sua carriera è stata interamente al servizio del "conflitto globale contro il terrore" con ben 17 rischieramenti all'estero.

Si è formato come Berretto verde, il più antico reparto di forze speciali, in quel 75mo reggimento ranger che dopo le Torri Gemelle è entrato subito in azione in Afghanistan: vennero mandati soltanto tredici soldati, raccontati pochi anni fa da un film con lo stesso titolo, che a cavallo hanno guidato le milizie dell'Alleanza del Nord fino alla conquista di Mazar-I-Sharif. Fu l'inizio della disfatta talebana.

Come tutti i suoi commilitoni, Donahue ha affrontato gli scontri nelle montagne afghane, nei villaggi iracheni e nei deserti siriani. Ha ottenuto promozioni e medaglie, fino all'incarico più prestigioso: il comando del corpo aerotrasportato che incarna la tradizione di interventi internazionali americani, dalle trincee francesi del 1918 alla Normandia, dalla Corea a Grenada.

Quando a ferragosto Kabul è caduta, il Pentagono ha subito mobilitato la 82ma divisione per contenere il dilagare dei talebani: gli "All Americans" - perché all'inizio era l'unica creata con cittadini provenienti da tutti gli States - sono sempre in allerta, pronti a raggiungere in diciotto ore qualsiasi angolo del Pianeta.  In meno di due giorni migliaia di paracadutisti hanno preso posizione nella capitale afghana per proteggere il più grande ponte aereo della storia recente.

Alcuni di loro hanno sognato di ripetere la frase pronunciata del parà Martin a Bastogne, quando nel Natale 1944 bloccò i tank in fuga davanti alle panzerdivision tedesche che travolgevano le Ardenne: "Mettetevi dietro di me, siamo l'82ma divisione e quei bastardi non andranno più lontano".

Non è andata così. Nonostante il trionfo talebano, il presidente Biden non ha avuto ripensamenti e ha rispettato l'accordo di Doha: allo scadere della mezzanotte sono partiti tutti. Ultimo il comandante, equipaggiato e pronto a combattere come un qualsiasi soldato semplice.

Corsi e ricorsi storici

Il 15 febbraio 1989 il generale Boris Gromov si fece immortalare mentre attraversava a piedi il “ponte dell’amicizia”, chiudendo il rientro in patria dell’Armata Rossa. La propaganda sovietica negò la sconfitta e i reportage mostravano i carristi sorridenti, tra una folla di afghani che li salutava a un lato del ponte e i bambini russi che li accoglievano con i fiori all’altro capo della frontiera. C’è un però un ritratto in bianco e nero di Gromov in tuta mimetica, proprio come Donahue, che rivolge uno sguardo desolato verso la terra dove sono morti migliaia dei suoi uomini.

Ancora una volta l’Afghanistan si è confermato “la tomba degli imperi”. Nelle immagini di ieri c’è un singolare contrappasso. Perché le foto nella luce verde delle ottiche notturne sono state quelle diffuse dal Pentagono nell’ottobre 2001: mostravano i marines che sbarcavano dall’elicottero per punire gli attentatori delle Twin Towers. Vent’anni dopo c’è la stessa inquadratura, ma in direzione contraria.