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"L'arresto di Imperiale a Dubai è solo l'inizio della lotta al narcotraffico"

(afp)
Parla il responsabile dell'organismo emiratino per la lotta al riciclaggio e al terrorismo: "Stiamo aumentando il livello di cooperazione internazionale"
4 minuti di lettura

"L'arresto di Raffaele Imperiale e di altri latitanti rappresenta un segnale preciso da parte degli Emirati Arabi Uniti".  Per Hamid Saif Al Zaabi, responsabile del nuovo ufficio antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo di Dubai, è l'inizio di una svolta.

Fino ad inizio agosto il "manager della camorra", considerato uno dei più grandi narcotrafficanti europei, aveva trovato rifugio tra i grattacieli lussuosi di Dubai, dove poteva incontrare davanti a un drink i signori della droga olandesi, bosniaci e irlandesi. "Siamo impegnati ad agire subito - assicura - e siamo venuti a Roma per alcuni incontri istituzionali alla Farnesina e al ministero dell'Economia".

"L'arresto di Raffaele Imperiale e di altri latitanti rappresenta un segnale preciso da parte degli Emirati Arabi Uniti".  Per Hamid Saif Al Zaabi, responsabile del nuovo ufficio antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo di Dubai, è l'inizio di una svolta.

Fino ad inizio agosto il "manager della camorra", considerato uno dei più grandi narcotrafficanti europei, aveva trovato rifugio tra i grattacieli lussuosi di Dubai, dove poteva incontrare davanti a un drink i signori della droga olandesi, bosniaci e irlandesi. "Siamo impegnati ad agire subito - assicura - e siamo venuti a Roma per alcuni incontri istituzionali alla Farnesina e al ministero dell'Economia".

Come mai avete cominciato dall'Italia?

"Perché riteniamo sia centrale, anche nelle dinamiche del G20, per contrastare il riciclaggio e il finanziamento al terrorismo. A breve faremo lo stesso anche con altri paesi europei. Si tratta di una delle sfide più importanti della nostra epoca, basti considerare il possibile rafforzamento di Isis e Al-Qaeda, e gli sforzi delle singole giurisdizioni richiedono un'ampia collaborazione per essere efficaci.  A inizio anno è stato istituito l'ufficio che dirigo proprio perché si ritiene centrale agire in questa direzione: il nostro compito è coordinare e rendere più efficaci tutte le attività dei 7 stati che formano gli Emirati Uniti. Una migliore condivisione delle informazioni tra polizia, intelligence e aziende private, permette infatti di intervenire subito, così da evitare ritardi, e di perseguire immediatamente coloro che commettono reati. Il nostro obiettivo è essere trasparenti".

Imperiale sarà estradato presto?
"Non posso commentare un caso specifico, ma abbiamo intrapreso una strada. Vanno in questa direzione anche i trattati di estradizione e assistenza giudiziaria che abbiamo siglato. Pochi giorni fa abbiamo firmato due accordi con i Paesi Bassi. E stiamo avviando colloqui con le autorità di polizia e di vigilanza in Asia, Africa ed Europa.

A marzo la Dubai Financial Services e la Banca d'Italia hanno firmato un'intesa per facilitare la cooperazione nella vigilanza finanziaria; a giugno la nostra Banca centrale ha siglato con la Banca centrale d'Egitto un impegno sulla sorveglianza e il miglioramento dei flussi di informazioni. 

La portata e la complessità del crimine finanziario sono aumentate, ma anche la consapevolezza e la comprensione da parte degli Emirati: siamo determinati ad agire subito".

Perché personaggi di tante nazionalità diverse, accusate nei loro Paesi di crimini gravi, scelgono di vivere negli Emirati?

"Le indagini internazionali possono essere complesse. Questo è il motivo per cui stiamo aumentando il livello di cooperazione. I trattati hanno posto le basi, ma sono piuttosto recenti, e da soli non sono sufficienti perché le estradizioni abbiano luogo. Il nostro scopo è darne esecuzione e credo che i recenti sviluppi testimonino questa volontà. Oltre ad Imperiale e all'olandese Ridouan Taghi (accusato di essere a capo della Mocro maffia e sospettato anche di essere il mandante dell'omicidio del giornalista De Vries ad Amsterdam, ndr) ricordo ad esempio l'arresto di un nigeriano di alto profilo da parte della polizia di Dubai che ha portato a una dichiarazione di colpevolezza per le accuse di riciclaggio in un tribunale statunitense. Andiamo avanti in questa direzione e sono certo che la cooperazione sarà sempre più stretta efficace e rapida".

Un altro tema sono i capitali provento di evasione, elusione o frode fiscale che sono stati trasferiti nel sistema finanziario emiratino. Come vengono considerati dalla vostra legislazione?

"Solo da inizio anno abbiamo risposto alle autorità finanziarie internazionali recuperando più di 150 milioni di dollari: dal 2019 la somma globale supera i 560 milioni. Il 43 per cento delle richieste arrivano proprio dall'Europa e riguardano soprattutto casi di frodi, proventi frutto del traffico di droga e crimine organizzato.  Ma per combattere con successo il crimine finanziario senza confini occorre imparare a condividere le informazioni: un impegno di cui deve farsi carico tutta la comunità internazionale".

Pochi giorni fa per la prima volta avete istituito un tribunale incentrato sul contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo. In cosa consisterà?

"La Corte di Dubai ha istituito, nell'ambito del piano d'azione nazionale, un tribunale che migliorerà l'efficienza giudiziaria nel trattare i crimini finanziari. È una delle tante iniziative avviate proprio per rafforzare e rendere sempre più efficace la nostra azione anche nell'ambito dei trattati firmati con vari paesi. Permetterà di condurre indagini che colleghino le informazioni tra autorità finanziarie, ministero dell'Interno, procuratori e forze dell'ordine".

Le free trade zones con poche regole e controlli sono spesso un terreno fertile per il riciclaggio. Dato l'alto numero di "free trade zone" a Dubai come intendete comportarvi?

"C'è spesso un malinteso sulle zone di libero scambio. A scanso di equivoci, esse sono soggette alla politica antiriciclaggio federale e questo include conoscere la vera proprietà. Proprio per questo abbiamo attivato procedure per determinare la regolarità delle licenze e dei documenti e per sapere sempre in trasparenza chi sono i reali beneficiari. In questo momento stiamo procedendo affinché tutte le società rispettino questo requisiti: nel mese di agosto abbiamo inviato 78.787 avvertimenti scritti alle imprese che hanno violato per la prima volta le regole per la registrazione e comminato 42.011 sanzioni amministrative per un totale di oltre 170 milioni di dollari statunitensi.

Questi regolamenti si applicano a tutte le società, anche a quelle nelle zone franche, e già diverse autorità stanno utilizzando le informazioni sulla proprietà beneficiaria per svolgere indagini. Questo percorso ci ha permesso ad esempio di individuare i membri di un gruppo che lavorava senza licenza e svolgeva attività di riciclaggio muovendo cifre per oltre 230 milioni di dollari: hanno ricevuto condanne tra i 5 e i 10 di reclusione. Siamo convinti che sostenere l'integrità sia una garanzia per le aziende e gli investitori che scelgono gli Emirati Arabi, il miglior modo per far sì che il business continui a prosperare".

Vi è la percezione che ci sia una certa tensione tra Italia ed Emirati alla luce di recenti episodi di carattere commerciale come la vicenda Ethiad-Piaggio o di carattere strategico come il rinnovo della base o il diniego di sorvolo per i nostri militari impegnati in Afghanistan. Le relazioni si sono incrinate?

"Come in tutta relazioni di lunga durata ci possono essere delle tensioni, ma la fiducia tra i due Paesi permane. Siamo amici e abbiamo ottime relazioni, negli ultimi anni sono state avviate operazioni di cooperazione che hanno l'obiettivo di perseguire l'interesse nazionale in modo congiunto e io stesso in questi giorni avrò alcuni incontri con rappresentanti della vostra commissione esteri. Un percorso comune non solo nel campo delle relazioni economiche ma di crescita dei sistemi paese. L'unica via è porre alle basi la trasparenza".