Tra i meharisti, le sentinelle del Sahel che sui dromedari sfidano la Jihad
di
Paul Sugy
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di Paul Sugy
Impegnata da quindici anni nella lotta al terrorismo, la Mauritania è la mosca bianca nell'area. Il Raggruppamento nomade, un’unità tradizionale composta da soldati meharisti, è la punta di diamante della sua strategia antiterroristi (Le Figaro)
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Attraverso l’oblò reso opaco dalla sabbia e dalla polvere, dalla carlinga dell’aereo militare non si distingue quasi più altro che la distesa infinita del Sahel, rosseggiante sotto la bruma e desolato, senza confini né rilievi. Il deserto è un’immensa distesa vuota battuta da tutti i venti, aperta a tutti gli uomini, il santuario silenzioso di una libertà inospitale che nessuna frontiera può veramente proteggere.
Quando, all’inizio degli anni ’60, la capitale della Mauritania, Nouakchott, sorse dal nulla, la gente dell’entroterra vi si precipitò troppo rapidamente, creando intorno alle istituzioni ancora fragili una cintura di miseria e cedendo la campagna ai salafiti algerini armati, sbaragliati dalla guerra civile e respinti fino alle porte del Sahel. I figli della Jihad trovarono in quella zona «una terra di nessuno in cui la presenza dello Stato maliano, mauritano o nigeriano era debole o i…
Attraverso l’oblò reso opaco dalla sabbia e dalla polvere, dalla carlinga dell’aereo militare non si distingue quasi più altro che la distesa infinita del Sahel, rosseggiante sotto la bruma e desolato, senza confini né rilievi. Il deserto è un’immensa distesa vuota battuta da tutti i venti, aperta a tutti gli uomini, il santuario silenzioso di una libertà inospitale che nessuna frontiera può veramente proteggere.
Quando, all’inizio degli anni ’60, la capitale della Mauritania, Nouakchott, sorse dal nulla, la gente dell’entroterra vi si precipitò troppo rapidamente, creando intorno alle istituzioni ancora fragili una cintura di miseria e cedendo la campagna ai salafiti algerini armati, sbaragliati dalla guerra civile e respinti fino alle porte del Sahel. I figli della Jihad trovarono in quella zona «una terra di nessuno in cui la presenza dello Stato maliano, mauritano o nigeriano era debole o inesistente». Così la descrive il colonnello Charles Michel*, fine conoscitore di questa regione, nella quale ha partecipato a numerose operazioni esterne con l’esercito francese, prima di prendere la direzione del Collegio della difesa del G5 del Sahel. Una manna dal cielo, dunque, per chi intendeva estendere la guerra santa a sud del Maghreb. E un calvario per gli abitanti della regione. Nel 2005, come rappresaglia per una vasta operazione antiterrorismo, Mokhtar Belmokhtar prese d’assalto una caserma nel nord del paese, uccidendo una quindicina di soldati mauritani e suscitando l’interesse di Al Qaeda. I terroristi del Sahel si unirono a quelli del Levante, creando una sinistra fratellanza guerriera. Fu una dichiarazione di guerra: la battaglia delle dune era iniziata.
L’aereo continua la traversata del paese, diretto verso la frontiera orientale con il Mali; da Néma, la città più importante del sudest della Mauritania, i soldati del deserto ci portano al villaggio di Achemime, che una strada appena costruita ha collegato all’aeroporto ponendo fine all’isolamento delle popolazioni nomadi che lo abitano. Durante il percorso il generale Dia descrive i progressi dello jihadismo nella regione: «dopo i primi successi, i terroristi si sono “sahelizzati”: hanno approfittato della disorganizzazione dello Stato per mettere radici nella zona», spiega l’ufficiale di stato maggiore mauritano, formato all’accademia militare di Saint-Cyr. «Per respingerli non basta combatterli», aggiunge, pulendosi gli occhiali e lanciando un’occhiata distratta alle dune che si susseguono a perdita d’occhio fino all’orizzonte, «bisogna occupare lo spazio, ricostruire lo Stato là dove è scomparso, rimediare alla disorganizzazione dei territori, penetrare nelle zone senza legge. Bisogna conquistare il cuore della popolazione». Altrimenti saranno i jihadisti che, in questi villaggi sperduti, faranno rispettare la legge – la loro legge – avranno cura delle persone, leggeranno il Corano ai bambini. La natura ha orrore del vuoto, il deserto ancora di più.
Il villaggio di Achemime è sede di una delle unità del Raggruppamento nomade, un corpo di meharisti collegato al ministero dell’Interno e più vecchio del paese stesso (lo crearono i francesi nel 1912 per controllare il deserto). Al nostro arrivo, un ufficiale dà l’ordine di sellare i “cammelli”, in realtà dei dromedari, che qui prendono il posto delle Toyota fiammanti per permettere alle truppe di essere più mobili, dal momento che non ci sono strade che si inoltrano a est di Achemime. Abituati all’esercizio, gli uomini eseguono gli ordini ridendo, legano le coperte e assicurano le selle. Le bestie lasciano fare, impassibili: sono addestrate alle lunghe marce e ai combattimenti, abituate al rumore delle armi da fuoco. Un cantiniere si aggira fra le truppe servendo del tè. L’operazione è presto conclusa, gli ufficiali ostentano zelo ed esagerano la solennità degli ordini, per impressionarci. Con pochi rapidi movimenti le cavalcature, sellate e montate, si mettono in piedi e partono a passo di corsa, col loro galoppo sgraziato, per fare il giro della caserma. La scena è tanto spettacolare quanto anacronistica. Rispetto alle forze speciali avvolte nelle tute mimetiche ed equipaggiate di tutto punto, i meharisti sembrano venire da un’altra epoca. Molti di loro sono uomini del posto, alcuni quasi anziani.
Sotto le tende colorate innalzate per l’occasione nel cortile della caserma il colonnello che comanda il posto è fiero della resurrezione di questa unità fuori dal comune, avvezza alle condizioni estreme del deserto e abbigliata con la tunica tradizionale, sormontata da una lunga sciarpa drappeggiata sul capo. Sono 450 uomini in tutto, divisi in tre compagnie, impegnati in parte sul campo, nei tanti villaggi nomadi dove quotidianamente aiutano e proteggono i pastori, e in parte in un’attività di formazione oggi finanziata dall’Unione Europea. Achemime infatti è un posto di comando ma anche un centro di addestramento, ancora in costruzione: quando sarà ultimato, potrà ospitare nei suoi dormitori spartani fino a 320 uomini, che verranno addestrati a compiere la loro missione.
I meharisti reclutano in massa: attualmente stanno formando 80 nuove leve, principalmente autoctone. Il dromedario è al centro delle esercitazioni pratiche. Qui si impara a montarlo, a prendersene cura, a portarlo in battaglia e a tendere imboscate senza smontare di sella. «Ma il Raggruppamento nomade non è solo un’unità da combattimento, è un corpo impegnato in azioni militari e civili», spiega orgoglioso l’ufficiale. «La nostra missione è soprattutto umanitaria: siamo presenti in appoggio alla popolazione, portiamo l’amministrazione statale in luoghi difficilmente accessibili». Nello specifico, il Raggruppamento nomade ha poteri di polizia e, durante le visite ai villaggi, arbitra i contenziosi fra gli abitanti. Svolge anche missioni di sviluppo: quando è necessario ripristina i pozzi insabbiati e cura i malati.
dalla nostra corrispondente Anais Ginori, dalla nostra corrispondente Anais Ginori
Un formidabile strumento di intelligence
Visitiamo un dispensario, situato nei pressi del campo. È una specie di piccolo ospedale di campagna, finanziato dalla cassa mutua dei soldati meharisti; la gente si affretta a raggiungerlo, prima delle ore più calde della giornata, per una visita o per farsi dare delle medicine. I nomadi vengono ricevuti gratuitamente, mentre gli abitanti dei villaggi pagano una cifra simbolica. Questa presenza rassicurante garantisce ai meharisti un’accoglienza entusiasta. Fra le case del villaggio, dove passeggiamo per un po’ assieme a loro, le sentinelle dei confini del Sahel suscitano ammirazione mista a timore reverenziale. I bambini li guardano con la coda dell’occhio, ne ammirano le uniformi e le armi, e corrono a nascondersi, spaventati, se una guardia si avvicina troppo. Le donne li salutano agitando le vesti. Un ufficiale si allontana per parlare con Sidi Mohammed, il sindaco del villaggio – i due uomini abbassano la voce. La presenza del Raggruppamento nomade è un formidabile strumento di intelligence: i pastori notano ogni minimo movimento insolito e possono fornire allo Stato mauritano informazioni preziose sulle intenzioni dei gruppi terroristici.
Non è stato facile conquistare la fiducia degli abitanti: qui gli uomini sono più diffidenti che al nord, pur di evitare le banche nascondono il denaro nella sabbia, si recano di rado in città, passano la maggior parte del tempo a badare alle mandrie. Conquistare la loro stima è stata una vittoria simbolica decisiva: la presenza del raggruppamento nomade è, infatti, la chiave di volta della politica antiterrorista mauritana.
«La ricostituzione delle unità mehariste ha permesso di rafforzare la coesione del nostro paese e di ristabilire la fiducia nello stato,» osserva fiero il generale Ould Meguett, capo di stato maggiore, che incontriamo quando facciamo ritorno a Nouakchott. Ormai in Mauritania la lotta al terrorismo si fa con un approccio olistico: comprende non solo azioni di difesa ma anche un riarmo amministrativo, legale e ideologico dello Stato, una ripresa in mano completa del territorio. «Di fronte alla tentazione jihadista dobbiamo riconquistare la nostra popolazione, ricreare un sentimento nazionale», precisa il ministro della Difesa, Hanena O. Sidi, che aggiunge: «abbiamo formulato una risposta che è al contempo giudiziaria, economica e sociale; e infine, per far fronte all’Islam fondamentalista dei terroristi, abbiamo messo in campo i nostri eruditi perché predichino fino ai confini del deserto un Islam pacificato».
I risultati si vedono: la Mauritania ha respinto i terroristi oltrefrontiera e, se Quai d’Orsay la considera ancora in parte “zona rossa”, dal 2011 in poi, contrariamente alla Francia, non ha più subito attentati terroristici. Una “vittoria fra le dune” che secondo il colonnello Charles Michel può essere un esempio e un motivo di speranza per la regione nel suo complesso: «Sento dire che il Sahel si sta impantanando nella guerra al terrorismo, ma se si guarda alla Mauritania ci si rende conto che niente è ineluttabile», commenta con entusiasmo.
Il nemico però non è sconfitto definitivamente, è solo dormiente, e i mauritani lo sanno. Nessuna vittoria è mai definitiva in questo deserto immenso e vuoto le cui frontiere non fermano nessuno (del resto, l’estrazione dell’oro dalle sabbie aurifere e altre attività clandestine continuano a prosperare sotto il naso delle autorità) e dove la minima destabilizzazione di una regione vicina può far piombare tutta l’area nel caos. Ed è qui che entra in campo la seconda componente della strategia mauritana: solo rafforzando la cooperazione internazionale si può sconfiggere definitivamente l’idra. Per questa ragione Nouakchott, sede del Collegio della difesa che addestra gli Stati maggiori di tutti i paesi del G5 del Sahel (Mauritania, Niger, Mali, Ciad e Burkina Faso), intende esportare nei paesi vicini la sua esperienza nella lotta al terrorismo, consapevole che stanno tutti combattendo la stessa guerra a cui si potrà mettere fine solo grazie alla solidarietà fra gli Stati. (Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Alessandra Neve)