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Diario da Kabul, quando l'ex moglie rapisce tuo figlio

(afp)

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Tanta gente ha lasciato l’Afghanistan, tanta ancora vuole partire. Dovunque arriverà, dovrà cominciare da capo, tra speranze, difficoltà e nostalgia. Alle spalle, tra quelli che restano, lascia dolore.Nel caso di Baz il dolore è diverso.

Baz ha ventotto anni e vive in carrozzina a causa di un incidente stradale. È un ragazzo garbato e atletico, è campione di basket, ha un lavoro fisso. Tre anni fa si innamora. Lei è Faridà, insegnante, disabile. Silenziosa, schiva. Baz mi chiede consiglio. “Dille tutti i tuoi problemi, sii onesto”, lo esorto. Un anno dopo hanno un figlio. Ma ben presto le cose tra loro non vanno. Baz chiede ancora consiglio. “Parla, chiarisci, trova un compromesso”. Invece arriva il divorzio. “Non voglio obbligarla a vivere con uno come me”, spiega. Potrebbe, la legge è dalla sua, ma non sarebbe vita per nessuno.

La sentenza assegna il bambino a lei finché…

Tanta gente ha lasciato l’Afghanistan, tanta ancora vuole partire. Dovunque arriverà, dovrà cominciare da capo, tra speranze, difficoltà e nostalgia. Alle spalle, tra quelli che restano, lascia dolore.Nel caso di Baz il dolore è diverso.

Baz ha ventotto anni e vive in carrozzina a causa di un incidente stradale. È un ragazzo garbato e atletico, è campione di basket, ha un lavoro fisso. Tre anni fa si innamora. Lei è Faridà, insegnante, disabile. Silenziosa, schiva. Baz mi chiede consiglio. “Dille tutti i tuoi problemi, sii onesto”, lo esorto. Un anno dopo hanno un figlio. Ma ben presto le cose tra loro non vanno. Baz chiede ancora consiglio. “Parla, chiarisci, trova un compromesso”. Invece arriva il divorzio. “Non voglio obbligarla a vivere con uno come me”, spiega. Potrebbe, la legge è dalla sua, ma non sarebbe vita per nessuno.

La sentenza assegna il bambino a lei finché è piccolo, poi a lui. Baz lo vede regolarmente e contribuisce al mantenimento, i rapporti con l’ex-moglie sono civili, con la famiglia di lei meno. Tre settimane fa Faridà e il bambino spariscono. Poiché le scuole sono chiuse e le insegnanti a casa, nessuno lo nota. Lo scopre Baz quando è il suo turno col figlio. Che gli ex-suoceri dicano di non saperne nulla insospettisce. Comincia le ricerche.

 

Scopre che è stata vista all’aeroporto con bambino, sorella e cognato tra la gente che cercava di partire. Respinti, sarebbero andati via terra in Pakistan per rivolgersi a qualche ambasciata e ottenere un visto. Che fare? Rivolgersi alla polizia? Quale? Quella vecchia è sparita, la talebana ancora non esiste. Ai genitori di lei? Negano di sapere.

Ancora una volta mi chiede consiglio. Senza la versione di Faridà, cosa dire? “Prova con l’Unhcr”, la branca dell’Onu che si occupa di rifugiati, “hanno le liste”. Forse Faridà vuole rifarsi una vita, risposarsi (ben difficile se resta in Afghanistan), sfuggire ai genitori e al dover un giorno cedere il figlio. L’esodo in massa, quale occasione migliore per chiudere con il passato? Sì, ma il bambino? Baz è pur sempre il padre, sottrarlo, farlo sparire, è grave.

 

Mi sembrano entrambi vittime: lei che deve ricorrere a rapimento e fuga per avere una nuova vita e tenere il bambino, lui che perde l’unico figlio e non può fare niente. A dire il vero una cosa potrebbe, terribile: denunciare la sottrazione. Poiché Faridà era sotto la tutela del padre, chiedere l’arresto di questi fino a che il bambino non è riconsegnato. Un vero ricatto, prassi comune qui. Questo non posso consigliare. Intanto Baz si dispera.

Alberto Cairo è il responsabile del Programma di Riabilitazione Fisica del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Afghanistan. Per il suo Diario da Kabul, gli è stato conferito il Premio Speciale dalla Giuria de “Il Premiolino”, il prestigioso e più antico premio di giornalismo italiano