Zaky a processo. L'Egitto: ha difeso i copti. Rischia cinque anni di carcere
di Francesca Caferri , di Francesca CaferriDiciannove mesi in cella. Senza una risposta, un perché. Una speranza o un obiettivo. Le domande che da più di 570 giorni tormentano le notti di Patrick Zaky potrebbero trovare risposta oggi, quando per la prima volta da quando è stato arrestato, nel febbraio del 2020, lo studente egiziano dell'università di Bologna si troverà di fronte a un giudice incaricato di decidere nel merito del suo caso. E non solo, come è stato in tutto questo periodo, di fronte a un magistrato il cui unico compito era prolungare o meno la sua detenzione anche in assenza di dibattimento: prolungamento puntualmente avvenuto.
Patrick comparirà questa mattina di fronte alla corte di Mansoura, la città di origine della sua famiglia, dove era …
Diciannove mesi in cella. Senza una risposta, un perché. Una speranza o un obiettivo. Le domande che da più di 570 giorni tormentano le notti di Patrick Zaky potrebbero trovare risposta oggi, quando per la prima volta da quando è stato arrestato, nel febbraio del 2020, lo studente egiziano dell'università di Bologna si troverà di fronte a un giudice incaricato di decidere nel merito del suo caso. E non solo, come è stato in tutto questo periodo, di fronte a un magistrato il cui unico compito era prolungare o meno la sua detenzione anche in assenza di dibattimento: prolungamento puntualmente avvenuto.
Patrick comparirà questa mattina di fronte alla corte di Mansoura, la città di origine della sua famiglia, dove era stato imprigionato nella prima fase dopo l'arresto avvenuto all'aeroporto del Cairo, mentre tornava a casa in una breve pausa dei suoi studi. Al giudice, nell'aula angusta al quarto piano del tribunale, dove passano divorzi e cause per maltrattamenti dovrà rispondere di "diffusione, in patria e all'estero, di notizie false contro lo Stato egiziano". L'unico atto di accusa noto fino a questo momento - ed è stato esplicitato solo ieri - è un articolo scritto nel 2019 per la rivista on line Darraj, in cui Patrick parla della discriminazione subita da un militare di religione cristiano copta morto nel Sinai, dove lo Stato egiziano conduce da anni quella che definisce una "campagna anti-terrorismo": per lui, nessun onore né nessuna sepoltura di Stato, sottolinea il ragazzo, lui stesso figlio di una famiglia copta osservante.
Di queste parole Patrick deve rispondere a una corte di emergenza che si occupa di terrorismo, in base agli articolo 80D e 102 bis del codice penale egiziano. La pena, sostengono i suoi amici, prevede fino a cinque anni di carcere. La speranza massima di questa piccola e determinata comunità di attivisti, intellettuali e progressisti, come quella della tradizionalissima e religiosa famiglia George Zaky, è una pena lieve, che tenga conto del tempo già passato in cella e dunque porti Patrick fuori. Di più, nell'Egitto di Abdel Fatah al Sisi non si può sperare.
Comunque vada, la sentenza di oggi sarà inappellabile, perché commutata da una corte di emergenza. La difesa chiederà un rinvio per esaminare le carte dell'accusa: probabile che la ottenga. Ma che sia oggi o una fra una settimana è il quadro in cui si inserisce la sentenza quello che conta. Fra pochi giorni Al Sisi sarà a New York per l'Assemblea generale dell'Onu e qui incontrerà Joe Biden per la prima volta. Al Palazzo di vetro il presidente egiziano si presenta con una "Iniziativa statale sui diritti umani" che ha illustrato sabato: un documento vuoto, sostengono le organizzazioni per di diritti umani, perché privo di riferimenti al problema principale dell'Egitto, le migliaia di detenuti come Patrick, in cella senza processo da anni. Ad essi Human rights watch ha appena dedicato un rapporto che ha fatto il giro del mondo.
Cosa di meglio di una grazia a Zaky per pulirsi la reputazione? E' il piano di Al Sisi, sostengono gli amici di Patrick: esausti, dicono che andrebbe bene anche questo per mettere fine all'incubo.