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Afghanistan, il doppio fronte dell'aiuto italiano: cosa sta facendo per chi è arrivato e per chi è rimasto

Lo stato dell’accoglienza dei rifugiati afghani in Italia e le iniziative solidali per aiutare chi è rimasto intrappolato sotto il nuovo governo dei talebani. Come l'indirizzo e-mail di Repubblica, nato per segnalare casi di parenti e conoscenti rimasti bloccati: sosafghanistan@repubblica.it  
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Accogliere chi è arrivato senza dimenticare chi è rimasto: è su questo doppio fronte che si sta muovendo l'aiuto italiano agli afghani. Per i primi il futuro dipenderà dalla riuscita del processo di integrazione, per gli altri dal sostegno delle ong, che, in attesa di una possibile apertura di corridoi umanitari, si sono già riorganizzate per riprendere il lavoro. In Italia sono 4.890 le persone giunte con il ponte aereo dell'Esercito. Per loro, finito il periodo di quarantena, il governo ha previsto l'inserimento nei percorsi della rete Sai, il sistema di accoglienza e integrazione di secondo livello (ex Sprar) gestito dal ministero dell'Interno con l'associazione dei comuni italiani.

"Con i nostri percorsi possiamo garantire un inserimento duraturo, fatto di integrazione sociale e cittadina, in cui si offrono non solo vitto e alloggio, ma anche percorsi di accompagnamento, di formazione e di inserimento socio-economico pe…

Accogliere chi è arrivato senza dimenticare chi è rimasto: è su questo doppio fronte che si sta muovendo l'aiuto italiano agli afghani. Per i primi il futuro dipenderà dalla riuscita del processo di integrazione, per gli altri dal sostegno delle ong, che, in attesa di una possibile apertura di corridoi umanitari, si sono già riorganizzate per riprendere il lavoro. In Italia sono 4.890 le persone giunte con il ponte aereo dell'Esercito. Per loro, finito il periodo di quarantena, il governo ha previsto l'inserimento nei percorsi della rete Sai, il sistema di accoglienza e integrazione di secondo livello (ex Sprar) gestito dal ministero dell'Interno con l'associazione dei comuni italiani.

"Con i nostri percorsi possiamo garantire un inserimento duraturo, fatto di integrazione sociale e cittadina, in cui si offrono non solo vitto e alloggio, ma anche percorsi di accompagnamento, di formazione e di inserimento socio-economico personalizzati" - spiega Matteo Biffoni, delegato Anci all'immigrazione e sindaco di Prato - solo così potranno diventare futuri cittadini di Roma, Milano, Prato e di tante altre città. Socializzando con gli altri cittadini, prendendo l'autobus, facendo la raccolta differenziata".

 

 

Il problema è che i posti rimasti liberi nella rete sono pochi, pochissimi: al momento se ne contano circa 420. Biffoni però è convinto che con un ampliamento dei fondi messi a disposizione dal ministero dell'Interno i comuni potrebbero farsi carico di tutte le persone evacuate: "C'è stata una risposta netta dei sidaci all'emergenza, anche dai comuni di centro-destra. L'accoglienza di chi ha collaborato per 20 anni con l'Italia è un tema molto bipartisan. Se si stanziano nuove risorse si possono finanziare nuovi progetti ed espandere quelli già in atto". Ad oggi però il ministero non ha ancora dato indicazioni e tutto è bloccato in attesa della copertura finanziaria.

 

La seconda opzione

L'alternativa alla rete Sai sono i centri di accoglienza straordinaria, i Cas. "È la scelta più veloce e forse anche più economica - continua il delegato Anci - ma i Cas per questo tipo di persone rischiano di diventare un orpello inutile, anzi dannoso ai fini dell'inserimento e dell'inclusione perché non li farebbe sentire accolti in un percorso di cittadinanza. Sono semplicemente un alloggio, dignitoso per carità, ma non offrono ciò di cui hanno bisogno. Chi andava a scuola deve tornare a scuola e chi faceva la pasticcera deve tornare a lavorare come pasticcera".

"Se ben integrate, queste persone possono essere un surplus, una risorsa per il nostro Paese", sottolinea Arianna Briganti, vicepresidente di Nove Onlus, associazione attiva in Afghanistan dal 2012, che ora seguirà le circa 270 persone, tra collaboratrici e loro famigliari, fatte evacuare da Kabul. "Ci sono profili anche più umili è ovvio, ma ricordiamoci che la maggioranza di chi è arrivato è gente qualificata: manager, ingegneri, avvocati, politici, medici, attivisti. Spero che ci sia la possibilità di aprire percorsi che facciano di loro non un 'peso economico' per l'Italia, come spesso si dice, ma un valore aggiunto".

 

 

La rete delle associazioni e della solidarietà

In attesa che le coperture finanziarie arrivino, una seconda rete di sostegno è nata dalla solidarietà degli italiani e dal lavoro del terzo settore. Da un lato c'è chi offre opportunità di formazione, di lavoro e alloggi, dall'altro chi si occupa di gestirle. "Nove Onlus ha aperto due indirizzi mail - spiega Briganti - uno per offerte lavorative e formazione (formazionelavoro@noveonlus.org) e una per quelle di alloggio (alloggio@noveonlus.org). La risposta è stata davvero sentita, si sono fatte avanti molte aziende e tanti privati cittadini con le loro case".

 

 

La solidarietà sta intasando anche le linee telefoniche del Cisda, il Coordinamento italiano sostegno donne afghane, e di Refugees Welcome, che si occupa da anni di integrazione attraverso l'ospitalità anche in famiglie. Mentre Fondazione Progetto Arca, che a Milano aiuta senzatetto e famiglie indigenti, si è resa disponibile a fornire 150 alloggi.

La disponibilità dei privati e delle associazioni da sola però non è sufficiente. Non è ancora chiaro infatti se il governo deciderà di sfruttarla o meno. Come rimane da chiarire se le persone evacuate avranno accesso a una procedura più rapida per la richiesta dello status di rifugiato, dato che per lavorare e studiare i documenti sono imprescindibili. "Chi è stato accolto è arrivato con un visto umanitario. Sarebbe sicuramente importante riuscire a dare una contestualizzazione legale al loro status in tempi brevi", spiega la vicepresidente di Nove Onlus.

 

L'aiuto in Afghanistan

"Non dobbiamo però dimenticarci di chi è rimasto", continua Briganti. Per questo in Afghanistan, Nove Onlus ha già ricominciato ad operare, come anche Pangea, altra associazione attiva nel Paese dal 2003, che ha riaperto la scuola per bambini sordi e riattivato una rete di sostegno alle donne e alle loro famiglie.

 

 

"Seguiamo sempre bambini, famiglie e persone con disabilità - spiega Briganti - ma stiamo predisponendo anche un programma di aiuti di emergenza, cibo e assistenza sanitaria, per persone in povertà estrema e intendiamo riprendere, se e quando sarà possibile, le attività per migliorare la condizione femminile". Poi c'è la campagna social #saveafghanwomen, pensata per riempire i social di fazzoletti rossi, come quelli che hanno aiutato le collaboratrici della onlus e le loro famiglie a farsi riconoscere dai carabinieri del Tuscania tra le migliaia di persone stipate fuori l'aeroporto di Kabul.

Un'idea per cercare di non far spegnere i riflettori sull'Afghanistan, sulle sue donne, sul destino delle persone rimaste bloccate lì. "Anche perché molti di quelli che sono arrivati hanno ancora pezzi di famiglia nel Paese, per questo sono molto preoccupati", conclude Briganti di Nove Onlus. Motivo per cui Repubblica ha deciso di mettere a disposizione un indirizzo e-mail a cui è possibile inviare segnalazioni di conoscenti o parenti che non sono riusciti a lasciare il Paese: sosafghanistan@repubblica.it.