✕

L'ultimo appello di Patrick Zaky: "Ora basta, sono innocente". Ma l'accusa chiede cinque anni

Rinviata al 28 settembre la sentenza che deciderà la sorte dello studente dell’università di Bologna. In aula in manette per difendersi ancora
2 minuti di lettura

I capelli raccolti in una coda. Gli occhiali dorati e tondi, alla Harry Potter. Gli abiti bianchi riservati ai carcerati: le manette ai polsi e ai piedi le sue Converse, rigorosamente senza lacci. Dimagrito. Patrick Zaky riemerge così dall'oblio dell'ultimo anno e mezzo. Lo studente dell'università di Bologna ieri è apparso in pubblico nello stesso luogo dove, a febbraio 2020, i suoi amici avevano potuto vederlo per l'ultima volta: la piccola aula di tribunale della città di Mansoura, di dove è originaria la sua famiglia. Nella gabbia a destra dello scranno del giudice ha seguito l'udienza - la prima da quando è stato arrestato - in cui si è discusso del merito della sua detenzione e delle accuse di diffusione di notizie false che gli sono state mosse.

 

I capelli raccolti in una coda. Gli occhiali dorati e tondi, alla Harry Potter. Gli abiti bianchi riservati ai carcerati: le manette ai polsi e ai piedi le sue Converse, rigorosamente senza lacci. Dimagrito. Patrick Zaky riemerge così dall'oblio dell'ultimo anno e mezzo. Lo studente dell'università di Bologna ieri è apparso in pubblico nello stesso luogo dove, a febbraio 2020, i suoi amici avevano potuto vederlo per l'ultima volta: la piccola aula di tribunale della città di Mansoura, di dove è originaria la sua famiglia. Nella gabbia a destra dello scranno del giudice ha seguito l'udienza - la prima da quando è stato arrestato - in cui si è discusso del merito della sua detenzione e delle accuse di diffusione di notizie false che gli sono state mosse.

 


Nonostante l'attesa, non c'è stato nessun verdetto: l'udienza è stata rimandata al 28 settembre per dare alla difesa - che è venuta a conoscenza delle accuse ufficiali solo due giorni fa - il tempo di studiare le carte.


"E' davvero invecchiato", ha sussurrato con le lacrime agli occhi un'amica arrivata dal Cairo quando ha visto Patrick. Poi si è ricomposta e si è unita al coro dei saluti e degli applausi che lo hanno salutato: troppo caos per il giudice Mahmoud Atta, che ha rispedito Patrick fuori dall'aula prima di farlo tornare e concedergli la parola. "Sono innocente - ha detto - e sono in carcere da 19 mesi. Vi prego di mettere fine alla mia custodia cautelare". Parole simili a quelle che Patrick ha pronunciato a più riprese in questi mesi, ogni volta che si è trovato di fronte a un magistrato incaricato di prolungare i termini della sua custodia cautelare. Ma che questa volta hanno assunto un significato nuovo: da giovedì Patrick conosce con esattezza cosa lo inchioda secondo il pubblico ministero egiziano. Un articolo scritto nel 2019 per il sito egiziano Darraj, in cui elenca le discriminazioni di cui soffrono i cristiani in Egitto: "Non passa mese senza che vi siano episodi contro i copti in Egitto" è l'incipit.


Il procuratore generale ha a più riprese citato l'articolo e rinfacciato a Patrick la sua presunta insubordinazione e chiesto il massimo della pena, cinque anni di carcere. Hoda Nasrallah, l'avvocatessa dell'Eipr, ong con cui collaborava Patrick, ha risposto punto per punto, ribadendo la necessità di accedere gli atti. Ha vinto lei, ma potrebbe essere una vittoria di Pirro.


Nessuna delle persone in aula a Mansoura ieri si aspetta davvero che il 28 settembre l'incubo finisca: piuttosto spera che il suo caso possa diventare una delle pietre di scambio usate dal presidente Abdel Fatah Al Sisi per ripulirsi l'immagine.


Secondo indiscrezioni alla vigilia dell'arrivo del leader a New York per l'assemblea generale Onu, il Congresso Usa si prepara a bloccare parte dei 300 milioni di dollari di aiuti militari all'Egitto sotto il suo controllo. Evocando proprio le violazioni sui diritti umani. Troppo poco, dice la frangia progressista del partito democratico: ma è difficile pensare che riesca ad ottenere di più, visto il ruolo ricoperto da Al Sisi nella mediazione che ha messo fine alla guerra di Gaza la scorsa primavera.
(ha collaborato Merna Thomas da Mansoura)