Afghanistan, la vita dei giornalisti che sono rimasti a Kabul
di Francesco Bussoletti , di Francesco BussolettiIn meno di un mese, 135 media afghani hanno cessato di operare. La colpa è dei talebani, che hanno chiuso radio e giornali da Herat fino a Nangarhar. Lo denunciano le organizzazioni internazionali che supportano la stampa locale e lo ribadisce la Afghan Federation of Journalists. Formalmente l'Emirato islamico fa sapere che sta lavorando per "creare un ambiente sicuro affinché i media possano tornare a operare". In realtà, invece, è stata posta la censura più dura in tutta la nazione.
Alcuni giornalisti sono riusciti a fuggire: pochi fortunati sui voli di evacuazione internazionali e altri che hanno attraversato il confine con il Pakistan. La maggior parte di loro, però, è ancora bloccata in Afghanistan ed è senza lavoro. Molti di quelli rimasti temono per la loro vita, avendo preso negli anni posizioni in contrasto con i fondamentalisti, mentre quasi tutti non sanno cosa fare.
In meno di un mese, 135 media afghani hanno cessato di operare. La colpa è dei talebani, che hanno chiuso radio e giornali da Herat fino a Nangarhar. Lo denunciano le organizzazioni internazionali che supportano la stampa locale e lo ribadisce la Afghan Federation of Journalists. Formalmente l'Emirato islamico fa sapere che sta lavorando per "creare un ambiente sicuro affinché i media possano tornare a operare". In realtà, invece, è stata posta la censura più dura in tutta la nazione.
Alcuni giornalisti sono riusciti a fuggire: pochi fortunati sui voli di evacuazione internazionali e altri che hanno attraversato il confine con il Pakistan. La maggior parte di loro, però, è ancora bloccata in Afghanistan ed è senza lavoro. Molti di quelli rimasti temono per la loro vita, avendo preso negli anni posizioni in contrasto con i fondamentalisti, mentre quasi tutti non sanno cosa fare.
Sono giovani e conoscono solo il modo di lavorare alla "occidentale", come ci confessano due ragazzi che pensavano di aver esaudito il loro sogno: raccontare al mondo la bellezza del loro Paese. Erano abituati a essere liberi nel cercare e raccontare le notizie. Da alcune settimane non lo sono più. Devono riportare esclusivamente ciò che i loro nuovi capi, messi dall'Emirato Islamico alla direzione del pugno di testate locali ancora attive, vogliono che esca. E lo devono fare nel modo "previsto", altrimenti sono guai.
Per chi non rispetta le regole, nella migliore delle ipotesi c'è il licenziamento. Purtroppo, però, sono previste anche "segnalazioni" ai nuovi "editori", che si tramutano in minacce o punizioni. Sono i pestaggi apparsi sulla stampa internazionale, che possono anche portare anche a misteriose sparizioni del malcapitato, giustificate con "è partito e non si sa quando tornerà".
Non a caso, i due giornalisti hanno accettato di parlare con Repubblica solo a patto che non venissero fatti i loro nomi, neppure pseudonimi. Hanno troppa paura che in qualche modo si riesca ad arrivare a loro o alle famiglie. Ripetono una frase apparsa in un film famoso alcuni anni fa: "l'anonimato è come una calda coperta". Perciò niente nomi, in nessun caso.
Raccontano che un loro collega "è stato preso a schiaffi perché ha scritto il nome di un comandante talebano in modo errato. Il problema è che è stato picchiato dal suo responsabile, proprio colui che gli aveva consegnato il testo da copiare con l'errore". Questo è solo un caso. Ce ne sono tanti diversi, ma tutti sono accomunati da un unico elemento: la violenza. Che sia subita o solo temuta, è un motore inarrestabile.
"Diverse testate, pur se ancora non avevano destato l'interesse dell'Emirato Islamico hanno comunque deciso di chiudere lo stesso. Era troppa la paura di subire ritorsioni. Alcuni nostri amici, invece, se ne sono andati per vergogna. Non accettavano il fatto che il popolo afghano, dopo tutto quello che è successo, abbia permesso ai talebani di tornare senza combattere. Più di uno ci ha detto: una volta eravamo leoni, oggi siamo diventati pecore". A proposito i due colleghi ci hanno spiegato perché gli afghani in generale sono poco fiduciosi sulla famosa "resistenza" guidata da Massud.
"Da una parte considerano Ahmad troppo giovane e senza una adeguata esperienza. Il padre era una leggenda e un simbolo, lui deve ancora diventarlo. Inoltre, i talebani stanno facendo di tutto pur di screditare lui e tutto il movimento. Non è un caso che si siano appena trovati oltre sei milioni di dollari in casa dell'ex vice presidente, Amrullah Saleh. Ovviamente ce li hanno messi loro e poi hanno fatto circolare i video e le fotografie. Controllano tutte le banche e non è stato difficile reperire il denaro. Il trucco che hanno usato è quello di assimilare il suo nome a quello del presidente Ashraf Ghani, fuggito dal Paese con valigie di soldi. In questo modo hanno fatto risultare che entrambi erano corrotti.
Il passaparola e la radio, che a tutt'oggi rimangono il mezzo di informazione più diffuso, hanno amplificato il tutto. Soprattutto nelle regioni più lontane dal Panshir, quelle che conoscono meno le persone e i fatti e che quindi sono più impressionabili. Il risultato è stato un duro colpo al sogno della resistenza, anche se questa fortunatamente non è stata ancora sconfitta. Di certo c'è - concludono i due giornalisti - che la situazione è destinata a peggiorare. L'unica salvezza per noi e i nostri colleghi è data dall'attenzione internazionale sull'Afghanistan. Finché rimarrà alta, avremo speranze. Nel momento in cui verrà dimenticata, sarà la fine per tutti".
Non ha nemmeno senso fuggire in Pakistan: "Attraversare il confine non cambierebbe nulla, se non in peggio. Chi si trova dall'altra parte sono gli stessi che vediamo a Kabul oggi. Per di più, saremmo trattati come schiavi dietro alla minaccia di riportarci indietro e non avremmo più notizie vere e aggiornate su ciò che succede in Afghanistan. Perciò, se proprio dobbiamo morire, preferiamo farlo a casa nostra, alzando gli occhi e guardando il magnifico cielo stellato. L'unica cosa che i talebani non potranno mai toglierci".