Gli Usa potrebbero "promuovere" l'ufficio di Taipei a Washington. Ira della Cina
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - E’ la linea rossa da non superare, un affronto che Pechino non potrebbe proprio sopportare. Tanto più se la provocazione arriva dal suo principale avversario: Washington. Nonostante la telefonata tra Biden e Xi la settimana scorsa sia stata tutto sommato cordiale, lo scontro tra Stati Uniti e Cina potrebbe ritornare ad esplodere sulla questione di Taiwan. Nel weekend - appena poche ore dopo il colloquio tra i due presidenti - il Financial Times riportava la notizia che gli Usa stanno “seriamente considerando” l’idea di cambiare il nome dell’ufficio di rappresentanza dell’isola nella capitale statunitense - sorta di ambasciata de facto - da “Taipei Economic and Cultural Representative Office” a “Taiwan Representative Office”: usando dunque nel nome quella parola, Taiwan, che per Pechino è tabù.
PECHINO - E’ la linea rossa da non superare, un affronto che Pechino non potrebbe proprio sopportare. Tanto più se la provocazione arriva dal suo principale avversario: Washington. Nonostante la telefonata tra Biden e Xi la settimana scorsa sia stata tutto sommato cordiale, lo scontro tra Stati Uniti e Cina potrebbe ritornare ad esplodere sulla questione di Taiwan. Nel weekend - appena poche ore dopo il colloquio tra i due presidenti - il Financial Times riportava la notizia che gli Usa stanno “seriamente considerando” l’idea di cambiare il nome dell’ufficio di rappresentanza dell’isola nella capitale statunitense - sorta di ambasciata de facto - da “Taipei Economic and Cultural Representative Office” a “Taiwan Representative Office”: usando dunque nel nome quella parola, Taiwan, che per Pechino è tabù.
Secondo il principio dell’unica Cina, infatti, nei Paesi con i quali l’isola non ha relazioni diplomatiche formali (e al momento ce le ha solamente con 15 Paesi) il nome usato per questo tipo di uffici è appunto Taipei, capoluogo di quella “provincia ribelle” da riunificare a tutti i costi. Scrivere Taiwan - o, peggio ancora, Repubblica di Cina - sull’insegna di un ufficio all’estero darebbe una dignità di quasi Stato sovrano, un modo per dimostrare il proprio supporto alle spinte indipendentiste dell’isola.
Una richiesta partita a marzo da parte taiwanese e sulla quale una decisione finale ancora non c’è - serve un ordine esecutivo firmato dal presidente Biden - ma, secondo quanto scrive il quotidiano britannico, la mossa ha un ampio supporto all’interno del Consiglio di sicurezza nazionale. E la risposta cinese, come da copione, non si è fatta attendere. Pechino ha fatto sapere di aver presentato “solemn representation”, come si dice in gergo diplomatico. Tradotto: siamo molto infastiditi. Gli Usa “dovrebbero attenersi al principio dell’unica Cina”, è stato il messaggio del portavoce del ministero degli Esteri cinese. “Bisogna gestire la questione di Taiwan in modo prudente per non compromettere le relazioni tra Cina e Stati Uniti e la pace e la stabilità nello Stretto”.
I media di Stato già ci sguazzano nella polemica. Il direttore del Global Times, il tabloid in lingua inglese affiliato al Partito comunista, nel suo editoriale di ieri scriveva: “Se succede, Pechino richiamerà l’ambasciatore. E risponderà con azioni economiche e militari nei confronti dell’isola”. Poche settimane fa lo scontro, sempre sullo stesso argomento, era stato invece con la Lituania. E le minacce non sono state soltanto parole al vento. Risultato: ambasciatore richiamato e diplomatico lituano invitato a lasciare la Cina. Certo, il peso del piccolo Stato baltico e quello del gigante americano sono diversi. Ma quello che teme Pechino è proprio un effetto domino che possa “contagiare” anche le altri capitali del mondo con le quali Taiwan ha soltanto relazioni informali. Intanto il prossimo mese una delegazione taiwanese andrà in Slovacchia, Repubblica Ceca e Lituania per cercare di stabilire migliori rapporti economici e politici. E anche questo a Pechino non farà piacere.