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Afghanistan, la spaccatura tra studenti coranici sulla scelta di disarmare Al Qaeda

(ansa)

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Kabul divisa: alcuni leader vorrebbero confinare i jihadisti in “riserve indiane”
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Da mesi si specula sulla “rigenerazione” di Al-Qaeda e dei gruppi ad essa alleati in Afghanistan. La lobby contro-jihadista, che trae benefici da una guerra eterna e ha tutto l’interesse a dipingere il quadro in termini manichei, ignora le complessità di una situazione che potrebbe evolvere in modi diversi.

I contro-jihadisti di professione indicano l’approvazione qaedista dell’accordo tra talebani e americani e la celebrazione del ritiro occidentale come prova dell’inseparabilità di fatto tra talebani e qaedisti. In realtà, dato che al momento dell’annuncio e del completamento del ritiro qaedisti ed alleati erano ospiti dei talebani, c’era ben poco d’altro che potevano fare se non buon viso a cattiva sorte e prepararsi ad affrontare le nuove sfide, soprattutto cercando in modo discreto di farlo fallire.

 

Da mesi si specula sulla “rigenerazione” di Al-Qaeda e dei gruppi ad essa alleati in Afghanistan. La lobby contro-jihadista, che trae benefici da una guerra eterna e ha tutto l’interesse a dipingere il quadro in termini manichei, ignora le complessità di una situazione che potrebbe evolvere in modi diversi.

I contro-jihadisti di professione indicano l’approvazione qaedista dell’accordo tra talebani e americani e la celebrazione del ritiro occidentale come prova dell’inseparabilità di fatto tra talebani e qaedisti. In realtà, dato che al momento dell’annuncio e del completamento del ritiro qaedisti ed alleati erano ospiti dei talebani, c’era ben poco d’altro che potevano fare se non buon viso a cattiva sorte e prepararsi ad affrontare le nuove sfide, soprattutto cercando in modo discreto di farlo fallire.

 

Già durante i negoziati fonti qaediste esprimevano sospetti sulle intenzioni dei talebani e sul loro ruolo nella morte di numerosi leader di Al Qaeda, a partire da Hamza bin Laden, figlio di Osama, passando per Asim Umar, capo della filiale sud asiatica. L’intensificazione delle attività qaediste in Afghanistan dopo l’accordo risultò in perdite pesanti per Al-Qaeda. Un osservatore attento potrebbe sospettare che il vero intento del rinnovato attivismo qaedista fosse, piuttosto che aiutare i talebani, di fornire spunti critici agli oppositori americani dell’accordo con loro, numerosi nell’apparto militare di Washington. I qaedisti avevano a questo punto tutto l’interesse a sbugiardare i talebani, che cercavano di minimizzare l’importanza del loro rapporto con Al Qaeda.

Nella primavera del 2020 i talebani cominciarono a discutere con qaedisti ed alleati i propri piani per portare il jihadismo internazionale sotto il proprio controllo e per de-globalizzarlo: ai jihadisti esteri, quasi tutti ricercati nei propri paesi d’origine, si offriva di venire censiti e concentrati in delle specie di “riserve indiane”, da cui avrebbero potuto muoversi solo previa autorizzazione dei talebani, in cambio del “diritto d’asilo” e di protezione.

Non sorprende che pochi tra i gruppi legati ad Al Qaeda abbiano accettato di firmare questi accordi e per lo più solo per mancanza di alternative. Il gruppo pachistano Lashkar-e Taiba, che non aveva nessun bisogno di essere in Afghanistan, interessato a combattere in India e Kashmir, fu l’unico che accettò di buon grado. Un altro gruppo pachistano, Lashkar-e Jhangvi accettò perché aveva rapporti più problematici con le autorità di Islamabad ed era desideroso di mantenere un rifugio afghano. Il terzo ed ultimo gruppo ad accettare fu quello che rimaneva del Movimento Islamico dell’Uzbekistan, che era dipendente dal benvolere dei talebani per via della sua collocazione nel mezzo delle basi talebane nel nord-ovest del Paese.

 

Gli altri, in primis Al Qaeda stessa e il più grosso dei gruppi jihadisti basati in Afghanistan, il Ttp (talebani pachistani), presero tempo. Dopo la crisi dell’estate 2020, quando Trump si rifiutò di confermare una data per il ritiro, i talebani sospesero i negoziati. Solo in maggio hanno ripreso a sollecitare qaedisti ed alleati. Fonti dei talebani dicono che i quaedisti hanno mostrato una maggiore flessibilità, ma molti all’interno della leadership politica talebana sospettano che Al Qaeda abbia in realtà utilizzato questi mesi per consolidare alleanze con leader e gruppi all’interno dei talebani. La costruzione di una lobby pro-jihadista, secondo i talebani “pragmatici” e moderati, si nasconderebbe dietro a una serie di incidenti di cui i jihadisti stranieri si sono resi responsabili da maggio in poi. come le decine di attacchi non autorizzati contro Ong e giornalisti.

 

Il risultato è fatto di sviluppi apparentemente contraddittori. Da un lato i qaedisti, lungi dal pensare di ridurre la propria presenza in Afghanistan, stanno muovendo uomini dal Waziristan alla provincia di afghana di Paktia. Osservatori della scena jihadista siriana dicono poi che tra i volontari stranieri si parla di spostarsi in Afghanistan. Dall’altro pochi giorni fa Qari Fasihuddin, massimo comandante tagico tra i talebani, ha inviato emissari nel distretto di Jurm, nel nord-est afghano, per far sapere ai jihadisti (per lo più centro-asiatici) che i talebani intendono procedere col loro censimento e che saranno quanto prima trasferiti nelle “riserve” loro assegnate. Gli emissari hanno anche ventilato la possibilità che i jihadisti stranieri vengano disarmati.

Queste contraddizioni mostrano come il futuro dello jihadismo globale in Afghanistan non sia già tracciato, ma dipenda dalle lotte intestine tra talebani e dal ruolo degli attori internazionali nel fornire incentivi sufficientemente forti a quegli studenti coranici che non sono chiaramente allineati né con la lobby pro-jihadisti né con i pragmatisti/moderati.

Antonio Giustozzi è visiting professor al King’s College di Londra