"Prove insufficienti sulle molestie", il tribunale dà torto alla paladina del #MeToo cinese. "Ma noi andiamo avanti"
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - “Prove insufficienti per dimostrare le molestie sessuali”. Con un comunicato di appena otto righe il Tribunale del popolo di Haidian ha seppellito le speranze di Zhou Xiaoxuan e condannato, probabilmente all’eterno silenzio, il timido #MeToo che faticosamente in Cina in questi anni ha provato a far sentire la propria voce.
Dopo dieci ore di udienza, uscendo dall’aula martedì notte in questo quartiere a nord-ovest di Pechino, con il codice civile dalla copertina rossa in mano, Zhou non ha saputo trattenere le lacrime davanti al piccolo gruppetto di sostenitori radunatisi all’uscita del tribunale, tenuti sott’occhio da poliziotti in divisa e in borghese. “Per noi hai già vinto”, le ha risposto la piccola folla. E allora tutta la forza di questa ragazza di 28 anni è tornata prepotente. “Faremo appello. E’ vero, abbiamo perso la causa e questo può sembrare un fallimento”, racconta a Re…
PECHINO - “Prove insufficienti per dimostrare le molestie sessuali”. Con un comunicato di appena otto righe il Tribunale del popolo di Haidian ha seppellito le speranze di Zhou Xiaoxuan e condannato, probabilmente all’eterno silenzio, il timido #MeToo che faticosamente in Cina in questi anni ha provato a far sentire la propria voce.
Dopo dieci ore di udienza, uscendo dall’aula martedì notte in questo quartiere a nord-ovest di Pechino, con il codice civile dalla copertina rossa in mano, Zhou non ha saputo trattenere le lacrime davanti al piccolo gruppetto di sostenitori radunatisi all’uscita del tribunale, tenuti sott’occhio da poliziotti in divisa e in borghese. “Per noi hai già vinto”, le ha risposto la piccola folla. E allora tutta la forza di questa ragazza di 28 anni è tornata prepotente. “Faremo appello. E’ vero, abbiamo perso la causa e questo può sembrare un fallimento”, racconta a Repubblica Zhou. “Ma senza i miei sostenitori non avremmo avuto la possibilità di far vedere a tutti questo fallimento. Penso che la mia, anzi la nostra, sia stata una battaglia gloriosa. Mi sento responsabile davanti alla Storia. E cercherò ogni possibile appiglio giudiziario per continuare”.
Zhou, nome d’arte Xianzi, è stata una delle prime nel 2018 ad intentare una causa civile per molestie sessuali in Cina. Un caso seguitissimo, visto anche il nome dell’imputato: Zhu Jun, il volto più popolare della tv, lo showman che per due decenni ha animato lo spettacolo di Capodanno, una serata in cui 700 milioni di cinesi ogni anno si incollano davanti alla Cctv. Nonché ex delegato della Conferenza del popolo, il massimo organo con funzioni consultive della Repubblica.
Tutto inizia nel 2014 quando Zhou è una giovane stagista negli studi televisivi del network di Stato. Una visita nel camerino del presentatore per un’intervista e poi, secondo il racconto della ragazza, lui che allunga le mani sotto la gonna, tenta di baciarla, lei che riesce a liberarsi e scappa. La sera stessa Zhou va a denunciare, ma la polizia e chi le stava intorno le fanno capire che è meglio lasciar perdere. Per quattro anni Zhou non ne parla più. Poi una sera, scossa dal racconto di un’amica che aveva subito molestie, decide di affidare il suo racconto ai social. In poche ore diventa il simbolo di un #MeToo che stava per nascere. Una speranza per molte donne che come lei per anni, per paura, sono state zitte. “Sono sicura che sempre più persone oneste saranno al nostro fianco. Nessun movimento ha percorsi facili, lineari. Al contrario. E anche se a volte ci sentiamo depresse per come vanno le cose, sempre più donne e ragazze troveranno il coraggio di farsi avanti e parlare”, racconta Zhou.
Anche se ora la Cina ha un codice civile che finalmente definisce cosa costituisca una molestia sessuale, il caso di Zhou ben dimostra che le donne che subiscono violenza in questo Paese devono ancora affrontare estenuanti battaglie legali.
Il processo non è stato facile, fin dall’inizio. Zhu ha denunciato la ragazza per diffamazione. E dopo la prima seduta alla fine dello scorso anno, la seconda udienza, che si doveva tenere a maggio, è stata rinviata senza spiegazione. Fino a martedì, però con un procedimento a porte chiuse. “Hanno rifiutato di ascoltare le mie richieste e quelle del mio avvocato. Non hanno nemmeno fatto parlare un testimone che era arrivato qui a Pechino apposta da Shanghai. Il giudice mi interrompeva continuamente. Alla fine sono scoppiata a piangere e mi sono stati concessi dieci minuti per esprimere le mie ragioni. Quella che è andata in scena in quell’aula è stata un’ingiustizia. Ma non posso arrendermi”.