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In una foto d'archivio risalente al 2018, Emmanuel Macron con l'allora premier australiano Malcolm Turnbull sul ponte del sottomarino HMAS Waller (afp)

Che cosa fa la Cina nei mari in cui navigheranno i nuovi sottomarini australiani

Dalle isole Senkaku-Diaoyu alle installazioni militari delle Spratly, Pechino allarga la sua area di influenza nelle acque orientali
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PECHINO - Il riscatto per provare a cancellare la disfatta afghana si chiama Aukus: un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per concentrarsi su quella che alla Casa Bianca e non solo è la nuova priorità: contenere l’avanzata cinese nell’Indo-Pacifico. Biden lo aveva annunciato e a questo è servito il viaggio della sua numero due Kamala Harris qualche settimana fa nella regione. Pechino già parla di “una mentalità da Guerra Fredda, viziata da pregiudizi ideologici”, come dice la portavoce dell’ambasciata cinese a Washington. Un accordo “estremamente irresponsabile”, fa eco il portavoce del ministero degli Esteri. 

La Cina entrata nella Nuova Era con Xi, teorico dell’Asia agli asiatici, da anni assicura di non voler una sfera di influenza nella regione eppure proprio in Asia e proprio nei mari questa influenza sta provando ad allargarla. Con rivendicazioni territoriali ricostruite ad hoc d…

PECHINO - Il riscatto per provare a cancellare la disfatta afghana si chiama Aukus: un patto tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia per concentrarsi su quella che alla Casa Bianca e non solo è la nuova priorità: contenere l’avanzata cinese nell’Indo-Pacifico. Biden lo aveva annunciato e a questo è servito il viaggio della sua numero due Kamala Harris qualche settimana fa nella regione. Pechino già parla di “una mentalità da Guerra Fredda, viziata da pregiudizi ideologici”, come dice la portavoce dell’ambasciata cinese a Washington. Un accordo “estremamente irresponsabile”, fa eco il portavoce del ministero degli Esteri. 

La Cina entrata nella Nuova Era con Xi, teorico dell’Asia agli asiatici, da anni assicura di non voler una sfera di influenza nella regione eppure proprio in Asia e proprio nei mari questa influenza sta provando ad allargarla. Con rivendicazioni territoriali ricostruite ad hoc dalla cartografia di Stato, scogli e isolotti militarizzati, esercitazioni sempre più frequenti, sentenze internazionali non rispettate, mancate autorizzazioni ad entrare nei porti - come hanno appena fatto con la fregata tedesca Bayern che chiedeva un approdo a Shanghai - e proteste dei Paesi confinanti alle quali risponde, sostanzialmente, tappandosi le orecchie. 

I fronti aperti: le isole contese nel Mar Cinese orientale

 

Le Senkaku-Diaoyu vedono scontrarsi da oltre un secolo Cina, Giappone e Taiwan. Nel ’72 in questo angolo di Oceano Pacifico gli americani si ritirarono e da allora Pechino, Tokyo e Taipei ne rivendicano l’appartenenza. Sono acque che fanno gola: per la loro pescosità e per le risorse naturali come gas e petrolio. In questi sette chilometri quadrati disabitati si stuzzicano la Marina militare cinese da una parte e la guardia costiera nipponica dall’altra. Tokyo puntualmente denuncia le incursioni nelle proprie acque territoriali, spaventata dalla rinnovata assertività cinese.

 

E le isole nel Mar cinese meridionale: la "linea dei nove punti"

 

La Cina rivendica il controllo sulla quasi totalità (l’80%) di questo tratto di mare ricco di pescato, giacimenti petroliferi (11 miliardi di barili di petrolio e 190 trilioni di piedi cubi di gas naturale, secondo le stime riportate dal Council on Foreign Relations) e soprattutto importante snodo dei flussi commerciali marittimi del Dragone: qui si muove un quinto dei traffici mondiali. Perciò continua a sostenere le proprie rivendicazioni all’interno della cosiddetta linea dei nove punti, che va dalle isole Spratly alle Paracelso, contendendosi questa parte di Mar cinese con Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam e Taiwan. Da quasi dieci anni costruisce dal nulla isole artificiali per scopi prevalentemente militari, non riconoscendo quella sentenza dell’Aja di ormai cinque anni fa che stabiliva, invece, come tale linea immaginaria costruita da Pechino fosse illegittima. 

 

La prima catena di isole e la breccia di Taiwan

 

Ad imprigionare il sogno di potenza cinese è la cosiddetta “prima catena di isole” sulla quale però si trovano Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan e Giappone: cioè tutti alleati - o comunque in buoni rapporti - di Washington. Ecco perché specialmente Taiwan è così importante per la leadership comunista: la riconquista della “provincia ribelle” darebbe a Pechino la possibilità di fare breccia in questa catena e da lì proiettare tutta la sua forza navale verso i grandi oceani. Verso l’America. Ieri l’ennesima incursione degli aerei militari dell’Esercito di liberazione nello spazio di difesa dell’isola - la 14esima dall’inizio dell’anno - proprio mentre sono in corso le annuali esercitazioni militari per simulare sul campo un possibile attacco cinese e mentre il governo di Tsai Ing-wen annuncia che spenderà nei prossimi 5 anni ulteriori 9 miliardi di dollari per l’acquisto di missili, attrezzature e navi militari.


I rapporti con l’Australia e la guerra commerciale

 

Oltre che con gli Stati Uniti, l’altro grande Paese con il quale Pechino da anni litiga è l’Australia. E la decisione di Canberra di potenziare il proprio arsenale militare rischia di mettere ancora più a dura prova le relazioni tra i due Paesi. Dopo l’annuncio del nuovo patto assieme a Usa e Regno Unito, il premier Scott Morrison si è subito affrettato a lanciare un “invito aperto” a Xi per discutere. Ma dall’aprile 2020 - da quando cioè il governo australiano ha chiesto con insistenza l’avvio di una inchiesta internazionale sulle origini del Covid - la Cina ha risposto. Già da novembre dello scorso anno ne hanno fatto le spese l’import di carbone, vino, aragoste, zucchero, orzo, carne.