Kosovo, dove la Nato non si ritira
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoLe ferite d'Europa sono lente a rimarginare. E la visita del presidente Sergio Mattarella al quartiere generale Nato di Napoli riaccende l'attenzione sulla missione atlantica più antica: la Kfor in Kosovo. Un'operazione iniziata nel 1999 dopo il conflitto che liberò la regione balcanica dalle truppe serbe e che da sempre ha avuto un ruolo leader dei militari italiani: l'attuale comandante è il generale Franco Federici.
La Kfor oggi è il contingente Nato più numeroso: ben 3700 donne e uomini in divisa - 620 dei quali italiani - che tutelano una pace ancora sospesa sulle storiche tensioni balcaniche. Le comunità serbe e la zona dei monasteri ortodossi all'interno del Kosovo, stato formalmente indipendente, continuano a rappresentare un fronte caldo nelle relazioni con Belgrado. E la presenza atlantica serve proprio a garantire la libertà di movimento e la tutela della sicurezza: deve accompagnare la crescita di "…
Le ferite d'Europa sono lente a rimarginare. E la visita del presidente Sergio Mattarella al quartiere generale Nato di Napoli riaccende l'attenzione sulla missione atlantica più antica: la Kfor in Kosovo. Un'operazione iniziata nel 1999 dopo il conflitto che liberò la regione balcanica dalle truppe serbe e che da sempre ha avuto un ruolo leader dei militari italiani: l'attuale comandante è il generale Franco Federici.
La Kfor oggi è il contingente Nato più numeroso: ben 3700 donne e uomini in divisa - 620 dei quali italiani - che tutelano una pace ancora sospesa sulle storiche tensioni balcaniche. Le comunità serbe e la zona dei monasteri ortodossi all'interno del Kosovo, stato formalmente indipendente, continuano a rappresentare un fronte caldo nelle relazioni con Belgrado. E la presenza atlantica serve proprio a garantire la libertà di movimento e la tutela della sicurezza: deve accompagnare la crescita di "un Kosovo stabile, democratico, multietnico e pacifico". Come dice il motto del generale Federici: "As one, we progress": andiamo avanti come una sola entità.
In questo contesto, la protezione del monastero di Visoki Decani è un aspetto strategico, perché rappresenta uno dei luoghi più sacri per la fede cristiana ortodossa. Ma si tratta dell'ultimo santuario sorvegliato dai militari, che prima ne presidiavano molti di più, incluso quello celebre di Granica. Adesso la scorta armata non è più ritenuta necessaria o in altri casi è stata affidata alla polizia kosovara: un importante segnale di miglioramento del clima tra la comunità serba e quella albanese.
Il contingente è articolato su due comandi regionali. Quello East è guidato dagli Stati Uniti, quello West dall'Italia. Ed è di gran lunga il più complesso, perché vede i nostri militari agire in quindici comunità municipali per cogliere i focolai di crisi sociali, politici ed economici. Lì il Covid ha reso più pesante un quadro già depresso: la disoccupazione tocca il 40%, arrivando al 65% tra i giovani. Qui la Nato infatti ha un compito di "costruzione di una nazione" che va molto oltre gli aspetti militari. Se all'indomani del conflitto, la spedizione atlantica contava ben 55 mila effettivi, adesso è scesa sotto i 4 mila. Ma la presenza di queste forze è ancora necessaria per evitare che le fratture si riaprano, allargandosi agli interi Balcani.
C'è un ultimo problema: la presenza di ordigni inesplosi. Bombe che sono frutto della campagna aerea occidentale; campi minati e depositi di munizioni lasciati invece dai serbi. Sono gli artificieri della Nato a intervenire nei casi più delicati e a coordinare le attività di bonifica. L'eredità di una guerra che tutti vogliono dimenticare.