Elezioni in Russia: anche Telegram, "la piattaforma più libera al mondo", si piega alla censura
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - Molti in Russia lo definiscono "un momento spartiacque". Dopo Google e Apple, anche Telegram e la piattaforma YouTube acquistata nel 2006 dal colosso di Mountain View hanno sospeso l'accesso alle raccomandazioni di voto anti-governativo diffuse dal team di Aleksej Navalyj in occasione delle parlamentari.
Le elezioni iniziate venerdì e che si chiuderanno oggi seguono la più estesa repressione nel ventennio al potere di Vladimir Putin. Nonostante il suo crollo nei sondaggi ai minimi storici, si attende una vittoria del partito al potere Russia Unita. Ma per tentare di scalfirne la futura maggioranza, alla vigilia del voto i collaboratori dell'opposito…
MOSCA - Molti in Russia lo definiscono "un momento spartiacque". Dopo Google e Apple, anche Telegram e la piattaforma YouTube acquistata nel 2006 dal colosso di Mountain View hanno sospeso l'accesso alle raccomandazioni di voto anti-governativo diffuse dal team di Aleksej Navalyj in occasione delle parlamentari.
Le elezioni iniziate venerdì e che si chiuderanno oggi seguono la più estesa repressione nel ventennio al potere di Vladimir Putin. Nonostante il suo crollo nei sondaggi ai minimi storici, si attende una vittoria del partito al potere Russia Unita. Ma per tentare di scalfirne la futura maggioranza, alla vigilia del voto i collaboratori dell'oppositore in carcere avevano lanciato la cosiddetta strategia del "Voto intelligente" che consiste nel suggerire grazie ad app, bot su Telegram, liste diffuse su Google Docs, quale aspirante deputato, indipendentemente dal suo orientamento politico, abbia più probabilità di battere il candidato del partito al potere Russia Unita circoscrizione per circoscrizione.
I primi colossi informatici a cedere a pressioni che hanno definito "senza precedenti" erano stati Google e Apple che venerdì avevano rimosso l'applicazione dai loro "store", negozi. In nottata è stata la volta dell'applicazione di messaggistica istantanea Telegram che ha annunciato che avrebbe bloccato tutti i servizi associati alla campagna elettorale, incluso il "Bot" del Voto intelligente: il canale automatizzato che raccomandava il nome da votare in base al seggio.
Ad annunciarlo è stato lo stesso fondatore russo Pavel Durov ricordando che Telegram resta "l'app più libera al mondo", ma affermando che stava solo seguendo Apple e Google, che "dettano le regole del gioco per sviluppatori come noi". Il loro blocco, ha scritto, "crea un precedente pericoloso che influenzerà la libertà di espressione in Russia e nel mondo intero".
Chi è Pavel Durov
Giustificazioni che non hanno convinto nessuno. Soprattutto perché il 36enne originario di San Pietroburgo che oggi vive in autoesilio in Europa è sempre stato considerato "l'enfant terrible" dell'Internet russo. Nel 2006 aveva creato VKontakte, il social network più popolare in Russia, ma su pressioni dei servizi segreti era stato costretto a venderlo.
Lasciata la Federazione, nel 2013 aveva lanciato insieme al fratello maggiore Nikolaj l'app Telegram che, più sicura rispetto a WhatsApp grazie a un sofisticato sistema di crittografia, è usata dagli oppositori di regime in tutto il mondo, dall'Iran a Hong Kong passando per la Bielorussia e non a caso oggi conta oltre mezzo miliardo di utenti in tutto il mondo.
Nel 2018 Durov si era anche lanciato in un estenuante braccio di ferro con le autorità russe. Dopo essersi rifiutato di consegnare all'authority russa per il controllo delle telecomunicazioni Roskomnadzor le chiavi di crittografia necessarie a decifrare i messaggi elettronici, le autorità avevano tentato di bloccare l'app nella Federazione. Ma grazie a Vpn (virtual private network, reti di telecomunicazioni private) e "server proxy", Telegram non aveva mai smesso di funzionare. Finché l'anno scorso le autorità hanno alzato bandiera bianca e revocato il divieto.
Perché il blocco minaccia la libertà su Internet
"È una vera vergogna quando la censura è imposta da società private che presumibilmente difendono le idee di libertà", ha scritto su Twitter la portavoce di Navalnyj, Kira Jarmish. Mentre Aleksej Kovaliov, redattore investigativo di Meduza, ha enunciato diverse ragioni per cui l'alibi di Durov suonava dubbio. Notando ad esempio che Apple e Google non hanno eliminato l'app Navalny dai loro negozi, ma solo disabilitato l'accesso degli utenti russi permettendo loro di aggirare il blocco semplicemente cambiando localizzazione nelle impostazioni o usando una rete Vpn. Mentre Telegram ha disabilitato il bot del Voto intelligente a livello globale.
Più tardi, il team di Navalny ha anche annunciato che YouTube - la piattaforma acquistata nel 2006 da Google - aveva rimosso uno dei video che conteneva i nomi di 225 candidati che sosteneva. Le raccomandazioni di voto sono ancora disponibili altrove sui social media, anche se non si sa ancora per quanto. Google Docs ha già ricevuto la richiesta di eliminare le liste.
Ma al di là degli effetti immediati, il blocco su più piattaforme è visto da osservatori e oppositori come una possibile pietra miliare nella repressione russa su Internet. Mosca ha gradualmente introdotto leggi più severe per regolamentare la Rete: richiede ai motori di ricerca di eliminare alcuni risultati, ai servizi di messaggistica istantanea di condividere le chiavi di crittografia con i servizi di sicurezza e alle piattaforme web di memorizzare i dati degli utenti sui server in Russia. E lo scorso dicembre la Duma ha approvato ulteriore ammende per i siti che non eliminano i contenuti vietati e restrizioni per quelli che "discriminano" i media russi. Ma finora il web era rimasto un porto franco, mentre le tv sono quasi tutte controllate dal governo e la stampa è stata progressivamente imbavagliata.
"Non mi aspettavo che i colossi informatici combattessero per democrazia e libere elezioni in Russia", ha commentato su Twitter Andrej Soldatov, autore di Red Web sulla "lotta tra i dittatori digitali russi e i nuovi rivoluzionari online". "Ma quello che abbiamo visto quest'anno è un ritiro progressivo. Incita il Cremlino a fare più pressioni. E non riguarda solo le elezioni. È un'offensiva contro la libertà online".