✕

Afghanistan, le bombe dell’Isis a Jalalabad: “Resa dei conti con i talebani”

Il pick-up dei talebani colpito dall'Isis (Foto di Paolo Brera) 

Ascolta l'audio

Da quattro giorni la città è sotto attacco. I terroristi usano le stesse tecniche utilizzate prima dagli “studenti coranici”
3 minuti di lettura

JALALABAD - "Via, via, via! Ci attaccano di nuovo". Sono le 18.30 su una strada polverosa alla periferia di Jalalabad, in Afghanistan. Il centro della carreggiata è ostruito da un pick-up sforacchiato, un rivolo di sangue sul portellone posteriore. Due ore fa è esploso un ordigno al bordo della strada, la fiancata del pick-up è devastata, due talebani sono morti sul colpo, un terzo è stato portato via ferito.

È già buio, i talebani che hanno accettato di lasciarci arrivare fin qui sono armati fino ai denti, nervosi, preoccupati. Dopo lunghe trattative, uno di loro accetta di spiegarci cosa sia successo; ma dopo due parole arriva un commilitone e lo strattona via con forza, la tensione sale alle stelle, in un attimo sono una ventina e urlano gli uno contro gli altri, uno mette la mano sul fucile e lo alza, si mette male, ci guardiamo atterriti finché il comandante fa un passo verso di noi e urla: "Via subito da qui, l'…

JALALABAD - "Via, via, via! Ci attaccano di nuovo". Sono le 18.30 su una strada polverosa alla periferia di Jalalabad, in Afghanistan. Il centro della carreggiata è ostruito da un pick-up sforacchiato, un rivolo di sangue sul portellone posteriore. Due ore fa è esploso un ordigno al bordo della strada, la fiancata del pick-up è devastata, due talebani sono morti sul colpo, un terzo è stato portato via ferito.

È già buio, i talebani che hanno accettato di lasciarci arrivare fin qui sono armati fino ai denti, nervosi, preoccupati. Dopo lunghe trattative, uno di loro accetta di spiegarci cosa sia successo; ma dopo due parole arriva un commilitone e lo strattona via con forza, la tensione sale alle stelle, in un attimo sono una ventina e urlano gli uno contro gli altri, uno mette la mano sul fucile e lo alza, si mette male, ci guardiamo atterriti finché il comandante fa un passo verso di noi e urla: "Via subito da qui, l'Isis ci sta attaccando di nuovo". Corriamo via con il fiato in gola. Nel mondo capovolto di Jalalabad, a una settantina di chilometri dal confine pachistano, i talebani sono i buoni che ci proteggono dal male.

Foto di Paolo Brera 

Da quattro giorni Jalalabad è sotto attacco. È proprio qui che dopo la nascita del nuovo regime di Kabul i miliziani dell'Isis-K hanno ripreso a colpire i governativi talebani con ordigni artigianali controllati a distanza: è la stessa tecnica che i talebani utilizzavano quando il governo era appoggiato dalla coalizione internazionale, ma stavolta loro sono le vittime. Da quando hanno preso il potere, il 17 agosto, hanno liberato le strade dalle barriere di cemento e dai posti di blocco sostituendoli con check point leggeri, rivendicando la sicurezza ritrovata come un mantra di buon governo.

Ma ecco Jalalabad. Da quattro giorni, qui l'Isis attacca e uccide. Al centro di una strada a due corsie per carreggiata, un talebano con gli occhi verdi e lo sguardo da attore di Hollywood controlla il traffico con il kalashnikov a tracolla. A tre passi da lui c'è ancora il sangue del suo collega: un terrorista dell'Isis fermato a un controllo ha urlato "Allah Akbar" e ha aperto il fuoco, uccidendolo. Al bordo della strada, oggi, c'è una guarnigione delle brigate Badr 313, le forze speciali coi fucili automatici e le armi tattiche.

Jalalabad è un fortino blindato. Gli allarmi per attacchi dell'Isis si moltiplicano, solo ieri le forze speciali hanno disinnescato tre ordigni a controllo remoto prima che facessero altre stragi. Il quarto ha ucciso i due talebani a Farma Hada, nella sesta zona della città, accanto a un magazzino del World Food Programme nella prima periferia. "Abbiamo tutti la sensazione nitida che qui a Jalalabad sia iniziata la grande guerra tra l'Isis e i talebani", dice Atal Stanikzai, 27 anni, direttore di Radio Hamisha Bahr. "In questa provincia, in Nangarhar, abbiamo 21 gruppi terroristici attivi. Alcuni distretti non sono mai stati controllati dal governo centrale, sono terreno libero per gli insorgenti. La situazione in città è pessima, la gente è terrorizzata ed è convinta che l'Isis-K sia una forza di destabilizzazione finanziata dai Paesi confinanti, dall'Iran e dal Pakistan, dalla Cina e dall'Arabia".

La morsa sulla città è terribile. Parlare con le poche donne in strada è impossibile, farlo con gli uomini attira subito una folla di curiosi, e non tutti gli sguardi sono amichevoli. Chi parla, spesso minimizza e loda, al massimo si limita ad augurare la pace: "Nel 1991 ho combattuto sui monti per difendere Mohammad Najibullah (l'ultimo presidente della repubblica democratica, ndr) dai mujaheddin. Ci ho rimesso una gamba - dice Rouhull Amin, 63 anni - e ora penso solo ai miei figli, al loro futuro, alla pace. Non ne possiamo più, è trent'anni che vediamo scorrere il sangue".

Pontecorvo: "Afghanistan di nuovo santuario del terrorismo? In un certo senso lo è già"

 

Pochi hanno il coraggio di esporsi. Khaian Afghan, 27 anni, dice che è solo l'inizio: "Esercito e polizia non esistono, i talebani non sono in grado di garantire la sicurezza e ci saranno altre esplosioni. Non esistono neppure le uniformi, non siamo in grado di capire chi sia l'amico e chi il nemico, chi è talebano e chi dell'Isis. La situazione è confusa, e ogni giorno temiamo che inizi la battaglia". Shamshad, 32 anni, insegnante in un istituto tecnico, dice che talebani o Isis poco importa, "sono tutti e due pericolosi. Abbiamo tutti paura, non c'è libertà e non ci sono soldi. La gente non sa più come mangiare, la povertà è una miccia accesa. Io stesso, che ho moglie e quattro figlie, non so come mantenerle: come tutti i professori, non ricevo lo stipendio da quando i talebani hanno preso il potere".

La situazione si è rapidamente deteriorata, ma da quattro giorni l'inferno bussa alle porte. "È il caos. Isis e talebani si combattono da anni - dice il 32enne Farid Ahmad Asteqlal - ma ora l'Isis ha lanciato l'attacco diretto. Bombe, spari, ogni giorno è peggio: è evidente che è iniziata la guerra. Ma la gente non vuole gli uni né gli altri: vuole pace, lavoro e denaro per vivere".