Chi ha detto che gli uomini preistorici erano meglio delle donne?
di Laura Camacho , di Laura CamachoMarylène Patou-Mathis (Parigi, 66 anni), studiosa della preistoria, dice che è sempre stata interessata a conoscere le origini dell'uomo, cosa che considera essenziale per evitare di commettere gli stessi errori e poter così avanzare. È direttrice di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e conservatrice del reparto di preistoria al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, e ha scritto numerosi libri su questo periodo. È anche una delle più rispettate esperte dei Neanderthal. Nello studiare queste società, Patou-Mathis ha osservato che questa specie era considerata inferiore all'Homo sapiens, ma questa non era l'unica discriminazione che si faceva sulla società di quel periodo. Nella sua ultima opera ("L'uomo preistorico era anche una donna"), questa specialista denuncia gli stereotipi che relegano le donne preistoriche al secondo posto nella società, concedendo status…
Marylène Patou-Mathis (Parigi, 66 anni), studiosa della preistoria, dice che è sempre stata interessata a conoscere le origini dell'uomo, cosa che considera essenziale per evitare di commettere gli stessi errori e poter così avanzare. È direttrice di ricerca al Centre national de la recherche scientifique (CNRS) e conservatrice del reparto di preistoria al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, e ha scritto numerosi libri su questo periodo. È anche una delle più rispettate esperte dei Neanderthal. Nello studiare queste società, Patou-Mathis ha osservato che questa specie era considerata inferiore all'Homo sapiens, ma questa non era l'unica discriminazione che si faceva sulla società di quel periodo. Nella sua ultima opera ("L'uomo preistorico era anche una donna"), questa specialista denuncia gli stereotipi che relegano le donne preistoriche al secondo posto nella società, concedendo status e compiti di caccia solo agli uomini.
La preistoria come scienza è apparsa a metà del XIX secolo, un'epoca in cui c'erano molti pregiudizi sulle donne e queste erano addirittura considerate inferiori agli uomini. Come hanno influito questi pregiudizi sulla ricerca?
"La preistoria è apparsa come disciplina nell'Europa occidentale del XIX secolo, in una società patriarcale. I primi studiosi della preistoria erano solo uomini e pensavano che in quel periodo accadesse quello che accadeva nella loro società, cioè che le donne fossero inferiori agli uomini".
Non ci sono prove che nella preistoria gli uomini avessero uno status sociale più alto rispetto a quello delle donne.
"No, non c'è nessuna prova. Siamo sempre caduti nel pregiudizio, nell'idea preconcetta che ci fossero delle differenze, ma non c'è nessuna prova scientifica che la sostenga".
Nel suo ultimo libro lei parla del ruolo delle donne nelle grandi religioni. Pensa che il ruolo che avevano in queste religioni abbia influenzato gli studi sul loro status nella preistoria?
"Gli studiosi di preistoria del XIX secolo erano molto influenzati dalla religione. Fu difficile passare dal creazionismo all'evoluzionismo con la teoria di Charles Darwin, nel 1859. L’Ottocento vide lo sviluppo di questa scienza e soprattutto dell'antropologia, che ebbe a sua volta un ruolo nella sottovalutazione delle donne. I ricercatori scrissero che le donne erano inferiori agli uomini. Evidentemente, erano influenzati da due cose: la religione e la scienza. Anche i ricercatori atei si basavano sul discorso medico e sul discorso sociale, e dato che la loro società era patriarcale, anche la loro visione non si discostava da questa immagine".
Questa influenza continua ancora oggi?
"In alcune religioni mondiali vediamo che ci sono molte difficoltà... È molto difficile far passare l'idea dell'evoluzione e farla accettare in certi posti. Ancora oggi, i miei colleghi americani hanno dei problemi. L'influenza della religione è molto potente. Quindi in alcuni Paesi, la risposta è sì".
Già nell'antichità il ruolo e i diritti delle donne hanno attraversato fasi diverse, iin alcuni periodi hanno perso il loro spazio pubblico nella società. Accadde qualcosa di simile in quel lunghissimo periodo di tempo che definiamo preistoria?
"Sì, penso di sì. Non ovunque, ma in alcune società neolitiche c'era già un cambiamento riguardo al posto occupato dalle donne. In Occidente, e in Europa in particolare, si arriva alla visione dei greci e dei romani a causa proprio di questo cambiamento. Tuttavia, in altre società questo non è accaduto. Per i Celti, il ruolo delle donne era molto importante: partecipavano a tutte le attività. Avevano una posizione molto diversa da quella che avevano nella società greca o romana".
Dipende, quindi, dalle società?
"Bisogna rendersene conto: anche all'interno del periodo del Paleolitico e del Neolitico - due lunghi periodi - c'erano diverse società, diverse culture. Non si può fare l'errore di pensare che la vita fosse uguale ovunque".
È molto interessante notare come, contraddicendo l'idea che l'arte fosse più legata al mondo maschile, in moltissimi dipinti del Paleolitico la donna fosse protagonista o addirittura l’artista. Era un riflesso di quella società?
"In queste rappresentazioni, appaiono molto gli animali e raramente gli umani, comunque prevale l’elemento femminile, in silhouette, vulve, statuine. Per molto tempo si è creduto che le statuine fossero state fatte da uomini, ma non ci sono prove che lo dimostrino. Potevano essere fatte sia da uomini che da donne. L'arte riflette la cosmogonia e il simbolismo delle società preistoriche, e quando vediamo che le rappresentazioni femminili sono importanti, o perfino molto importanti, significa che anche le donne erano considerate rilevanti in quella società".
Che cosa significarono i cambiamenti economici e sociali del Neolitico per il rapporto tra uomini e donne?
"Ci sono diverse ipotesi. La più interessante per me è quella che suggerisce che nella società neolitica appaiano i beni, la produzione in eccesso. Prima, quando erano raccoglitori, cacciatori e nomadi, non si accumulava nulla e non c'erano beni da conservare. L'ipotesi proposta è che le donne fossero strettamente legate all'agricoltura, oltre a prendersi cura della prole. La protezione dei beni era compito degli uomini, un ruolo più legato alla forza e che dava prestigio. Questo prestigio li fece diventare proprietari di questi beni. È qui che nasce la questione della discendenza: le donne sapevano sempre di chi era il figlio, ma il padre non lo sapeva perché c'erano dei grandi clan. Quando cominciano ad esserci dei beni che devono essere conservati e che l'uomo vuole trasmettere solo ai suoi eredi, è a questo punto che l’uomo comincia a prendere possesso del corpo della donna per assicurarsi che il figlio sia suo. La conseguenza è che le donne finiscono confinate nelle attività domestiche e si comincia a subordinarle".
In che modo le nuove tecniche di identificazione dei corpi preistorici, come l'analisi delle proteine negli scheletri, possono migliorare il riconoscimento del ruolo delle donne?
"È molto importante perché si può dimostrare che certe differenze nelle attività ritenute maschili o femminili non sono realmente esistite, o che non sono sempre esistite, ma ci sono stati periodi in cui le donne cacciavano e combattevano".
Nel 2020, venne resa nota la scoperta del corpo, circondato da armi da caccia, di una giovane donna vissuta 8.000 anni fa. Fu uno shock per chi credeva che solo gli uomini preistorici cacciassero grandi animali.
"Questo studio è interessante perché non si tratta solo di una donna. Oltre a questo scheletro, furono trovati altri scheletri di donne sepolte con armi da caccia. È quindi possibile che, in certe società preistoriche, le donne andassero a caccia. Forse in altre non cacciavano, ma in alcune l'hanno fatto".
Pensa che questa scoperta sia utile al superamento dell'invisibilità delle donne?
"Sì, ma è troppo presto per saperlo. È molto difficile cambiare la mentalità delle persone e qui parliamo di una scoperta troppo recente".
Perché, nonostante studi recenti mettano in evidenza il loro ruolo di cacciatrici nella preistoria, le donne sono ancora associate a ruoli più secondari?
"Perché penso che ancora oggi, purtroppo, sia molto difficile cambiare la mentalità della gente. Stereotipi e archetipi esistono ancora, sono sempre lì. Si mantiene una visione nella quale è l'uomo a inventare le cose e a far progredire la civiltà, ma non ci sono prove che lo dimostrino".
Perché si dà più importanza alla caccia che alla raccolta?
"Non c'è nessun motivo. In molte società storiche l'economia è basata sulla raccolta. La caccia era qualcosa di complementare. Parliamo di armi come di una cosa molto maschile, molto virile, e sembra sempre che sia più importante, ma non è la realtà economica".
Ci sono molti stereotipi nella scienza?
"Certamente, perché la scienza è impregnata delle concezioni della società e in qualche modo la riflette. Lo studioso ha una sua storia, è immerso nella storia della società in cui vive. Non siamo soli su un'isola, tutti subiamo delle influenze e questo può anche farci riflettere. Tornando al tema della donna, penso che se in un dato momento comincio a chiedermi perché non parliamo mai delle donne, o perché nei film o nei libri i protagonisti sono sempre dei maschi, è perché se lo sta chiedendo la società che ho intorno".
(Copyright El País/Lena- Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)