Mi hanno riconosciuto subito. A me è occorso un po’ di tempo. Sono i kucì (nomadi) che venivano ogni volta in tre, indivisibili, fratelli o cugini non so più, per riparare le protesi o riceverne nuove. Sempre assieme. Trascorsa l’estate in montagna con mandrie e greggi, devono essere scesi per avviarsi a svernare in regioni calde. Faccio un rapido conto: non li vedo da più di quindici anni. Hanno i visi segnati, ma sono rimasti snelli e svelti. Però stavolta sono due soltanto.
I libri dicono che in tutto il Paese fino ai primi anni Novanta i nomadi fossero quasi due milioni. Ne rimangono duecentomila, forse meno. I più sono diventati stanziali. Guerra, mine, cambiamento climatico hanno reso la transumanza difficile. I kucì costituiscono un gruppo a sé tra i pashtun. Hanno usi e tradizioni fortissime, leggi alle quali non derogano mai e che nessuno, neppure le altre etnie, discute.
Mi hanno riconosciuto subito. A me è occorso un po’ di tempo. Sono i kucì (nomadi) che venivano ogni volta in tre, indivisibili, fratelli o cugini non so più, per riparare le protesi o riceverne nuove. Sempre assieme. Trascorsa l’estate in montagna con mandrie e greggi, devono essere scesi per avviarsi a svernare in regioni calde. Faccio un rapido conto: non li vedo da più di quindici anni. Hanno i visi segnati, ma sono rimasti snelli e svelti. Però stavolta sono due soltanto.
I libri dicono che in tutto il Paese fino ai primi anni Novanta i nomadi fossero quasi due milioni. Ne rimangono duecentomila, forse meno. I più sono diventati stanziali. Guerra, mine, cambiamento climatico hanno reso la transumanza difficile. I kucì costituiscono un gruppo a sé tra i pashtun. Hanno usi e tradizioni fortissime, leggi alle quali non derogano mai e che nessuno, neppure le altre etnie, discute.
Vivono di pastorizia, vendono animali e pelli. Le loro donne camminano spesso alla testa delle carovane a viso scoperto, solo un velo in capo e con costumi sgargianti. Quante volte le lunghe file di cammelli, mucche, asini, pecore scortate da cani molosso hanno costretto le nostre ambulanze a passo d’uomo. Nessun cenno a fare largo, la loro andatura imposta a tutti, padroni della strada. Distaccati e alteri, sembrano camminare attraverso il tempo, refrattari a mode e regimi. Mantengono buoni rapporti con gli abitanti delle zone dove trascorrono i mesi estivi ma senza mai mischiarsi. Rivalità e scontri non mancano. Qualche anno fa una vera guerra scoppiò con la comunità hazarà per acqua e pascoli. L’esercito dovette intervenire.
A gesti chiedo dov’è il terzo. A gesti rispondono è morto per una bomba. Com’è stato? Non spiegano. Osservano i talebani seduti sulle panche di fronte. Questi ricambiano. Fissare la gente non è scortesia qui. Sembrano fare a gara a chi distoglie lo sguardo per primo. Sanno di certo delle vicende politico-militari delle ultime settimane, ma non credo gli importi delle decisioni talebane, di chi li comanda. E neppure delle donne e ragazze escluse da lavoro e scuola. Pochissimi nomadi mandano a scuola i figli, mai le figlie, e le donne non lasciano l’accampamento. Un problema che non sentono.
Arrivano le protesi riparate. Sapendo quanto camminare sia importante per un kucì, usiamo un trattamento di favore. Le provano, sembrano soddisfatti. Fanno un cenno da lontano e se ne vanno. Mi ricordano gli zingari che arrivavano di tanto in tanto al mio paese quando ero ragazzo. Passavo ore a studiarli, sognando di scappare via con loro.