"Aderiamo agli accordi di Abramo con Israele": lo strappo da Erbil di 312 leader iracheni. Immediata la repressione di Bagdad
di Sharon Nizza , di Sharon NizzaTEL AVIV – “Chiediamo di aderire agli Accordi di Abramo”. A un anno dall’instaurazione di rapporti diplomatici tra Israele e quattro Paese arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco), una voce significativa in sostegno della normalizzazione con lo Stato ebraico è arrivata venerdì dall’Iraq. In un evento senza precedenti, 312 leader iracheni, sunniti e sciiti, si sono radunati a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, invocando l’istituzione di “piene relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele, una nuova politica di normalizzazione fondata sulle relazioni tra le persone”, nelle parole di Wisam al-Hardan, leader del movimento iracheno Sahwa (“Risveglio”) appartenente all’influente tribù dei Dulaim, che nel 2005 aveva guidato le forze tribali sunnite allineate con gli Stati Uniti nella lotta ad Al Qaeda. Al-Hardan aveva espresso pubblicamente queste posizioni anche in u…
TEL AVIV – “Chiediamo di aderire agli Accordi di Abramo”. A un anno dall’instaurazione di rapporti diplomatici tra Israele e quattro Paese arabi (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco), una voce significativa in sostegno della normalizzazione con lo Stato ebraico è arrivata venerdì dall’Iraq. In un evento senza precedenti, 312 leader iracheni, sunniti e sciiti, si sono radunati a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, invocando l’istituzione di “piene relazioni diplomatiche con lo Stato d’Israele, una nuova politica di normalizzazione fondata sulle relazioni tra le persone”, nelle parole di Wisam al-Hardan, leader del movimento iracheno Sahwa (“Risveglio”) appartenente all’influente tribù dei Dulaim, che nel 2005 aveva guidato le forze tribali sunnite allineate con gli Stati Uniti nella lotta ad Al Qaeda. Al-Hardan aveva espresso pubblicamente queste posizioni anche in un editoriale pubblicato venerdì dal Wall Street Journal, a nome di “un'assemblea di sunniti e sciiti, di membri del movimento sunnita “Risveglio”, oltre a intellettuali, capi tribali e giovani attivisti delle proteste nate nel 2019”.
Il convegno ha visto la partecipazione straordinaria di Sahar Karim al-Ta’i, direttrice del dipartimento ricerca del ministero della Cultura del governo di Bagdad. “Israele oggi è un Paese forte e una parte inseparabile del mondo e delle Nazioni Unite. L'Iraq non può trascurare questo fatto e vivere isolato”, ha detto ai partecipanti al-Ta’i. “Possiamo vivere sotto la repressione o morire con coraggio”, ha proseguito, in parole che risuonavano come un avvertimento circa possibili ritorsioni per l’espressione pubblica di vicinanza a Israele, punibile secondo la legge irachena. Non si sono fatte infatti attendere le reazioni di condanna, che si sono trasformate presto in azioni concrete contro Hardan e Ta’i – licenziata già ieri dal suo incarico: contro i due personaggi, seppure entrambi appartenenti a potenti famiglie di dignitari arabi, sono stati emessi ordini di arresto. Le autorità di polizia a Bagdad hanno affermato che ulteriori arresti verranno effettuati non appena “verranno riconosciuti tutti i partecipanti”.
“Il concetto di normalizzazione è costituzionalmente, legalmente e politicamente respinto dallo Stato iracheno” si legge in una nota emanata sabato dall’ufficio del primo ministro iracheno. “Il governo ha espresso chiaramente la storica posizione dell'Iraq a sostegno della giusta causa palestinese, che ha diritto a uno Stato indipendente con Gerusalemme come capitale”. Il presidente iracheno ha definito l’evento “illegale”. Il video del convegno - organizzato con il patrocinio del Center for Peace Communication di stanza a New York, attivo da anni nell’avvicinamento tra politici e attivisti in Israele e nei Paesi arabi – era in un primo momento stato reso pubblico sulla rete ed è stato cancellato poco dopo. “Le dichiarazioni in favore della normalizzazione con Israele non mi hanno stupito” dice a Repubblica Linda Abdul Aziz Menuhin, opinionista israeliana che nel 1971 è scappata da Bagdad, intervenuta nel convengo di venerdì in una sessione online. “Shadow in Baghdad”, un documentario del 2013 che racconta la sua epopea e quella di decine di migliaia di ebrei iracheni che hanno abbandonato in massa l’Iraq a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, ha riscosso grande successo tra gli iracheni, e Menuhin intrattiene relazioni personali con molti ex connazionali che l’hanno contattata negli anni. “Gli iracheni si ricordano molto bene i 2,600 anni di presenza ebraica nella loro terra e moltissimi mi hanno espresso la volontà di stabilire relazioni con Israele. Quello che mi ha stupito del convegno è che queste persone coraggiose si siano esposte a viso aperto – continua Menuhin. Ora non sappiamo cosa potrà accadere, probabilmente ci sarà un dietrofront per via delle minacce. È sempre così: un passo in avanti e dieci indietro, è un circolo vizioso dal quale speriamo un giorno di poter uscire”.
Jacky Hugi, giornalista della radio israeliana Galei Tzahal, che pure ha preso parte nel panel virtuale, ricollega l’iniziativa alle imminenti elezioni parlamentari previste per il 10 ottobre. “I partecipanti intendevano presentarsi alle elezioni con una nuova formazione politica. Da anni conosciamo la volontà irachena di avvicinarsi a Israele, migliaia di iracheni hanno contatti con israeliani, in particolare grazie ai social media. Ma quanto accaduto ci dà la misura dell’influenza iraniana su Baghdad: sono riusciti immediatamente a smantellare l’iniziativa. Al-Hardan ha ritrattato, al-Ta’i è stata licenziata e ora sono a rischio di arresto”.
“E’ la prima volta che vediamo un evento di questo genere, in cui partecipano capi di diverse tribù arabe esprimendo pieno e pubblico sostegno alla normalizzazione con Israele. Ora non è chiaro cosa succederà, ricordiamoci il precedente di Mithal al-Alusi”, dice a Repubblica Tsionit Fattal Kuperwasser, ricercatrice israeliana di origini irachene che ha scritto un romanzo sulla storia degli ebrei iracheni, tradotto da una casa editrice irachena in arabo nel 2017. Al-Alusi, già parlamentare iracheno, sunnita, nel 2004 aveva visitato Israele pubblicamente. Nel 2005, due suoi figli e una sua guardia del corpo sono rimasti uccisi in un agguato contro la sua auto a Bagdad.
“Ora la situazione è estremante delicata: anche la leadership curda ha preso le distanze dall’evento, nonostante si sia svolto ad Erbil. Il messaggio che ricevo da molti dei miei contatti in Iraq e all’estero è che c’è molta paura che l’evento possa essere strumentalizzato dalle forze pro-iraniane per delegittimare i curdi”. Spiega Kuperwasser. “Qualsiasi azione dell’Iraq nei confronti d’Israele è direttamente legata all’influenza iraniana in quel Paese. Per anni il governo centrale ha chiuso un occhio sui contatti tra iracheni e israeliani sui social media. Le cose sono cominciate a cambiare nell’ottobre 2019, all’epoca delle grandi manifestazioni anti-iraniane in Iraq, Iran e Libano. Migliaia di persone sono state uccise o sono scomparse, senza che ciò suscitasse scalpore nella comunità internazionale. La gente si è sentita abbandonata. Da quel momento anche i controlli verso i contatti con gli israeliani sono diventati più intensivi. Il risultato delle prossime elezioni ci potrà fare capire se si creeranno equilibri diversi”. Gli occhi sono anche puntati alla possibilità che l’amministrazione Biden aderisca nuovamente al Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano, spiega Kuperwasser. “Bisogna essere realisti: fintato che Teheran continuerà a farla da padrone in Iraq, non vedremo nessun cambiamento concreto”.
“L’evento svoltosi in Iraq è fonte di speranza e ottimismo: Israele è sempre alla ricerca di modi per ampliare il cerchio della pace e stiamo lavorando con gli amici in tutto il mondo perché ciò accada”, ha commentato sabato il ministro degli Esteri israeliano, Yair Lapid. “Il popolo ebraico condivide un profondo legame storico con l'Iraq. Al popolo iracheno dico oggi: molto più ci unisce di quanto ci divide, e abbiamo molto più da guadagnare dalla pace che dai conflitti”.
"Lo Stato di Israele tende la mano in pace", ha commentato l’evento il premier israeliano Naftali Bennett, che è arrivato questa notte a New York dove domani rappresenterà per la prima volta lo Stato ebraico di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Questa sera a New York Bennett terrà anche il primo incontro ufficiale con il ministro degli Esteri del Bahrein e il sottosegretario agli Esteri degli Emirati Arabi Uniti.