Sahel, la difficile guerra della Francia ai jihadisti. Ora è braccio di ferro sui mercenari di Mosca
di Pietro Del Re , di Pietro Del ReL’ultimo soldato francese è stato ucciso venerdì mattina da una sventagliata di kalashnikov nella regione di Gossi, vicino al confine con il Burkina Faso. Si chiamava Maxime Blasco, aveva 34 anni ed è la cinquantaduesima vittima della guerra di Parigi nel Mali, iniziata nel 2013 quando l’allora presidente François Hollande inviò gli elicotteri da combattimento per respingere l’offensiva degli islamisti verso la capitale Bamako. Come la maggior parte dei suoi commilitoni morti in battaglia per mano dei jihadisti africani, anche Blasco faceva parte di una generazione di soldati che negli anni erano ormai diventati abili a combattere tra le sabbie del deserto, tanto che per la stampa d’Oltralpe gli uomini dell’operazione Barkhane sono i "figli del Sahel".
In Mali, la Francia ha dispiegato oltre cinquemila uomini che compiono attacchi quasi quotidiani con i droni e con i corpi speciale in un’area vasta…
L’ultimo soldato francese è stato ucciso venerdì mattina da una sventagliata di kalashnikov nella regione di Gossi, vicino al confine con il Burkina Faso. Si chiamava Maxime Blasco, aveva 34 anni ed è la cinquantaduesima vittima della guerra di Parigi nel Mali, iniziata nel 2013 quando l’allora presidente François Hollande inviò gli elicotteri da combattimento per respingere l’offensiva degli islamisti verso la capitale Bamako. Come la maggior parte dei suoi commilitoni morti in battaglia per mano dei jihadisti africani, anche Blasco faceva parte di una generazione di soldati che negli anni erano ormai diventati abili a combattere tra le sabbie del deserto, tanto che per la stampa d’Oltralpe gli uomini dell’operazione Barkhane sono i "figli del Sahel".
In Mali, la Francia ha dispiegato oltre cinquemila uomini che compiono attacchi quasi quotidiani con i droni e con i corpi speciale in un’area vasta come l’Europa, perché costretti a operare anche nei Paesi limitrofi. Ma per decisione del presidente francese Emmanuel Macron entro dicembre i militari dovranno abbandonare le basi di Kidal, Tessalit e Timbuctu, nel nord del Mali, ed entro il 2023 il numero dei francesi operanti nella regione dovrà ridursi di duemila uomini. Per Macron, la Francia ha già fatto la sua parte, e chiede l’intervento di altri eserciti europei per controllare un Paese dove in gran parte del territorio non c’è né esercito né polizia e per migliaia di chilometri nessuno vigila le frontiere con la Mauritania, l’Algeria, il Niger e il Burkina Faso.
Dall’anno scorso, inoltre, i gruppi jihadisti del Mali, liberi di muoversi indisturbati perché lo Stato è totalmente assente, hanno cominciato a soffiare sul fuoco dei conflitti inter-etnici, esacerbando le antiche faide tra agricoltori e allevatori, tra Peul e Dogon.
Parigi ha dunque deciso di riorganizzare la sua presenza militare sul terreno grazie a un dispositivo più ristretto e più connesso agli eserciti locali, che lancia soprattutto attacchi mirati contro i capi della jihad. Una nuova strategia ha già dato i suoi frutti: il 16 settembre scorso, i militari francesi hanno ucciso Adnan Abu Walid al-Sahrawi, loro "nemico prioritario" nel Sahel e fondatore dello Stato Islamico nel Grande Sahara. Dal 2011, Al-Sahrawi è stato il responsabile della maggior parte delle offensive più cruente in Mali, Niger e Burkina Faso. La sua fine è anche la dimostrazione che, sia pure riducendo le sue truppe, Parigi non è intenzionata a lasciare il Mali né tantomeno a disertare la guerra contro il terrorismo nella regione. Tanto più che nel Paese africano è ormai operativa anche la missione EUTM Mali, composta da 700 soldati di 25 Paesi europei.
Non la pensa così il primo ministro di Bamako, Choguel Maiga, che ieri alla tribuna delle Nazioni Unite ha criticato Parigi per aver "lasciato cadere nel vuoto il suo Paese". Maiga ha anche dichiarato di essere costretto a colmare il vuoto che lascerà Parigi con il ritiro di buona parte delle sue truppe. A ciò s’aggiunge la nuova protesta di migliaia di manifestanti che ogni settimana nella capitale ribadiscono il loro sostegno alle autorità di transizione e chiedono legami più stretti con la Russia. Sullo sfondo, ci sono le polemiche suscitate dai colloqui che le autorità maliane avrebbero avviato con la società privata di sicurezza russa Wagner per concludere un contratto di collaborazione militare. E’ infatti circolata la notizia, secondo cui il governo di Bamako sarebbe vicino al raggiungimento di un accordo con la Wagner per l’invio di un migliaio di mercenari russi, in un contratto del valore di oltre 10 milioni di dollari al mese. Stando alle stesse fonti, l’accordo potrebbe garantire al gruppo Wagner anche l’accesso a tre giacimenti minerari, due d’oro e uno di magnesio.
Contro la compagnia paramilitare Wagner, vicina al Cremlino e già massicciamente presente in Libia e nella Repubblica del Centrafricana, è insorta la ministra della Difesa francese, Florence Parly: "Non possiamo essere presenti in Mali insieme a dei mercenari". Ma un eventuale intervento della compagnia paramilitare russa spaventa anche il resto dell’Unione europea. Come ha detto l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, la presenza dei contractors russi "comprometterebbe la cooperazione dell’Ue e avrebbe conseguenze immediate sul governo di Bamako".