Afghanistan, il dilemma dell'Iran e degli sciiti locali: trattare o no con i talebani?
di Antonio Giustozzi , di Antonio GiustozziMolti sciiti dell’Afghanistan non si sono inizialmente fidati nei mesi scorsi dell’Iran, che consigliava loro di non opporsi ai talebani e di negoziare accordi. Tutti, comunque, pensano oggi di essere dei perdenti nella nuova situazione venutasi a creare, sia quelli che hanno accettato di astenersi dal combattere i talebani, che quelli che invece hanno provato a resistere. Gli iraniani, però, continuano a mediare con i talebani.
Il lobbismo delle Guardie della Rivoluzione
Delle quattro principali fazioni politiche sciite legate all’Iran (le fazioni di Mohaqqeq, Khalili e Akbari del Partito dell’Unità Islamica o Hizb-i Wahdat-i Islami, più la fazione di Jawed del Movimento Islamico o Harakat-i Islami), solamente i gruppi di Mohaqqeq e Jawed si sono opposti attivamente all’avanzata dei talebani. Anche Mohaqqeq, peraltro, ha negoziato con i talebani e ha mollato la resistenza poco prima che cadesse Kabul. Le Guardie della Rivoluzione s…
Molti sciiti dell’Afghanistan non si sono inizialmente fidati nei mesi scorsi dell’Iran, che consigliava loro di non opporsi ai talebani e di negoziare accordi. Tutti, comunque, pensano oggi di essere dei perdenti nella nuova situazione venutasi a creare, sia quelli che hanno accettato di astenersi dal combattere i talebani, che quelli che invece hanno provato a resistere. Gli iraniani, però, continuano a mediare con i talebani.
Il lobbismo delle Guardie della Rivoluzione
Delle quattro principali fazioni politiche sciite legate all’Iran (le fazioni di Mohaqqeq, Khalili e Akbari del Partito dell’Unità Islamica o Hizb-i Wahdat-i Islami, più la fazione di Jawed del Movimento Islamico o Harakat-i Islami), solamente i gruppi di Mohaqqeq e Jawed si sono opposti attivamente all’avanzata dei talebani. Anche Mohaqqeq, peraltro, ha negoziato con i talebani e ha mollato la resistenza poco prima che cadesse Kabul. Le Guardie della Rivoluzione si sono date attivamente al lobbismo a favore dei talebani, promettendo che i politici sciiti sarebbero poi stati parte attiva nella formazione di un nuovo governo.
L’imprevista cattura di Kabul da parte degli Haqqani ha scombinato le carte e il governo di coalizione di cui i politici sciiti avrebbero dovuto far parte non si è visto. La frustrazione tra i politici sciiti è andata aumentando. “Siamo gli unici a non essere rappresentati per niente nel nuovo governo”, dice uno dei capi fedeli a Mohaqqeq, che chiede di rimanere anonimo. Molti sono riusciti a rifugiarsi all’estero, per lo più Iran e Pakistan, alcuni anche in Turchia. Altri sono rimasti a Kabul, dove si sono dati da fare incontrando regolarmente i talebani e negoziando sia per una rappresentanza sciita all’interno del governo che per il riconoscimento del diritto della minoranza sciita ad avere il proprio sistema di corti islamiche di rito jafarita. I media dei talebani hanno riportato il “riconoscimento” dell’Emirato da parte del leader dell’Harakat-i Islami, Ali Jawed.
Jawed e Mohaqqeq
I talebani hanno sottolineato la cosa perché gli uomini di Jawed sono stati tra gli ultimi a mollare le armi. Gli uomini di Khalili, che era stato il primo a mettersi d’accordo con i talebani già in maggio, stanno anche loro negoziando con i talebani, insieme agli esperti di diritto Islamico (Ulema) fedeli ad Akbari, che aveva già cooperato con i talebani negli anni ’90.
Gli uomini di Mohaqqeq, invece, si sono tenuti alla larga dai talebani, soprattutto a causa della distruzione il 18 agosto della tomba del fondatore e leader storico del Wahdat, Ali Mazari, che tra l’altro fu ucciso proprio dai talebani nel 1995. La dissacrazione della tomba di Mazari ha comunque offeso tutti gli sciiti e illustra le difficoltà che i talebani hanno avuto nel controllare gli istinti settari e soprattutto etno-nazionalisti di molti dei loro uomini. Anche i poster di Mazari, che campeggiavano nelle zone di influenza del Wahdat sono stati fatti sparire dappertutto.
I talebani sono anche apparsi molto inflessibili riguardo alle corti di rito jafarita. Inoltre, mentre i leader dei talebani hanno trattato i leader e gli ulema sciiti con rispetto, lo stesso non può dirsi dei comandanti dei talebani, che si sono spesso comportanti in modo arrogante.
La rabbia degli sciiti stava crescendo proprio nei primi giorni della conflagrazione violenta in Panshir e stavano cominciando a mobilitarsi in quei giorni per rimettere in piedi i Fedeli di Mazari, un gruppo militante sciita che era stato attivo per un periodo a Kabul e aveva partecipato nei disordini violenti del novembre 2018 a favore del comandante Alipoor, una specie di Robin Hood Hazara fatto imprigionare dall’allora presidente Ashraf Ghani. I Fedeli furono poi dissolti dalla repressione governativa. I Guardiani della Rivoluzione, a cui poco sfugge che abbia luogo nella comunità sciita afghana, sono subito intervenuti per bloccare il movimento, sostenendo che i Guardiani e i diplomatici iraniani avevano bisogno di più tempo per ottenere concessioni da parte dei talebani.
Un segnale di apertura
“Se potessimo, scapperemmo tutti”, dice il summenzionato uomo di Mohaqqeq, e gli fa eco uno degli uomini di Jawed, che è già in Iran, ma rimane in contatto con i colleghi in Afghanistan. “Non c’è spazio per un accordo tra sciiti e talebani”, dice l’uomo di Jawed. I Guardiani e i diplomatici di Teheran, però, continuano a consigliare ai politici sciiti presenti a Kabul di rimanere lì e di continuare a negoziare pazientemente con i talebani, nonostante tutte le frustrazioni, e promettono che i talebani non intendono torcere loro un capello. Il 21 settembre il lobbismo iraniano ha ottenuto i primi risultati.
Oltre ad aver piazzato finalmente uno dei comandanti pashtun dei talebani più vicini alle Guardie, Ibrahim Sadar, al governo (quale vice ministro dell’Interno), sono anche riusciti a far nominare un dottore hazara (Mohammad Hassan Gheyasi) a vice ministro della Sanità. Vale la pena di notare che Gheyasi, oltre a essere un "tecnico", è anche membro di un piccolo gruppo sciita scissosi diversi anni fa da quello di Mohaqqeq e guidato da Jafar Mahdawi, che è molto vicino a Hamid Karzai. È ancora presto per dire se si tratti della proverbiale “rondine che non fa primavera”, o di un segnale di svolta reale. I capi sciiti restano scettici.