Il limbo degli ambasciatori dell'Afghanistan pre-talebani: "Siamo in contatto con l'amministrazione legittima. Si lavora a un governo in esilio"
di Gabriella Colarusso , di Gabriella ColarussoFedeli alla Costituzione e a un governo che però non c’è più. Oppositori di un governo che non considerano legittimo ma c'è, ha preso il potere. La conquista di Kabul da parte dei talebani ha lasciato in un limbo politico i diplomatici afghani nel mondo: nessuno di loro finora ha riconosciuto l’esecutivo transitorio dei mullah, quasi nessuno lo farà. Non certo Khaled Ahmad Zekriya, che è arrivato a Roma all’inizio di quest’anno per rappresentare l’Afghanistan in Italia e si è trovato a dover fare i conti con il suo mondo capovolto.
“Come diplomatici della Repubblica islamica dell’Afghanistan siamo leali alla nostra Costituzione, al nostro Stato, alla nostra Repubblica e ai valori democratici che l’hanno fondata”, ci dice quando lo incontriamo nella palazzina liberty a pochi passi da Villa Torlonia, sede dell’ambasciata afghana a Roma. Per i diplomatici come Zekriya i…
Fedeli alla Costituzione e a un governo che però non c’è più. Oppositori di un governo che non considerano legittimo ma c'è, ha preso il potere. La conquista di Kabul da parte dei talebani ha lasciato in un limbo politico i diplomatici afghani nel mondo: nessuno di loro finora ha riconosciuto l’esecutivo transitorio dei mullah, quasi nessuno lo farà. Non certo Khaled Ahmad Zekriya, che è arrivato a Roma all’inizio di quest’anno per rappresentare l’Afghanistan in Italia e si è trovato a dover fare i conti con il suo mondo capovolto.
“Come diplomatici della Repubblica islamica dell’Afghanistan siamo leali alla nostra Costituzione, al nostro Stato, alla nostra Repubblica e ai valori democratici che l’hanno fondata”, ci dice quando lo incontriamo nella palazzina liberty a pochi passi da Villa Torlonia, sede dell’ambasciata afghana a Roma. Per i diplomatici come Zekriya il governo legittimo continua ad essere quello nato dalle elezioni del 2019: dopo la fuga del presidente Ashraf Ghani, secondo la Costituzione avrebbe dovuto subentrargli il vice presidente Amrullah Saleh che si è unito alla resistenza nel Panshir e si dice sia ora fuori dal Paese. “La catena di comando è intatta, siamo in contatto con l’amministrazione e con Saleh”, assicura l’ambasciatore. Personalità politiche e istituzionali del vecchio sistema insieme ai resistenti della valle di Massoud stanno cercano di organizzare l’opposizione ai talebani. Si parla dell’annuncio imminente di un nuovo governo, una sorta di governo “in esilio, dentro o fuori dall’Afghanistan”, racconta l’ambasciatore.
E’ da lì, sostiene Zekriya, che dovrebbe partire uno sforzo congiunto con la comunità internazionale per costringere i talebani a trattare, a “riaprire il processo di pace e a negoziare un governo inclusivo temporaneo che porti alla scrittura di una nuova Costituzione”. Inclusivo, “significa inclusivo non solo delle minoranze e delle donne, ma anche delle idee e delle posizioni politiche diverse”.
L’idea di un comitato internazionale che faccia da osservatore sul terreno in Afganistan, dentro una zona sicura, è una delle cose su cui l’opposizione riparata all’estero o nel Pasnhir ragiona in queste settimane per provare a riprendere iniziativa. I contatti sono frequenti, anche con gli europei.
“I fatti delle ultime settimane dicono che i talebani non cambieranno, che la loro militanza, la loro fede, la loro ideologia sono quelle. Hanno preso il potere con la forza e ora hanno accesso ad acqua, risorse, mezzi militari, ma la comunità internazionale può esercitare molte leve a cominciare da quella del riconoscimento”, ragione l’ambasciatore. Basta non farsi illusioni perché “tra i talebani e al Qaeda i rapporti non sono interrotti, c’è vicinanza ideologica e anche familiare, attraverso i matrimoni tra membri delle due organizzazioni”.
Da Kabul, il ministero degli Esteri talebano ha scritto una lettera all’ambasciata a Roma per avere i dati e i nomi di diplomatici e funzionari. Zekriya non ha riposto: “Non hanno giurisdizione su di noi. Ci hanno contattato anche per una videocall, ma ho declinato e come me altri ambasciatori”.
Una ventina di loro hanno creato un gruppo whatsapp per tenere i contatti dopo il 15 agosto. Le sedi diplomatiche afghane all’estero hanno tutte lo stesso problema: i soldi stanno per finire. Da Kabul non arrivano più fondi.
All’ambasciata in Italia la maggior parte dei dipendenti è stata messa in congedo indefinito. I pochi che restano lavorano part time. Ci sono soldi per pagare salari e affitti fino massimo a fine mese. “Dobbiamo affrontare delle sfide, ma continueremo a lavorare e a garantire i servizi consolari”, assicura l’ambasciatore. Alcuni dipendenti hanno chiesto l’asilo in Italia o all’estero, sta succedendo anche ad altre missioni diplomatiche afghane nel mondo. “Non posso dire quanti perché è una informazione personale. Ma io sosterrò chi vorrà chiedere l’asilo, sappiano solo che subito dopo non saranno più considerati diplomatici della Repubblica islamica dell’Afghanistan”.