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Filippine, il presidente Duterte si ritira e lascia il posto a sua figlia

Il presidente filippino Rodrigo Duterte,a destra,accompagna il senatore "Bong" a firmare le carte per la candidatura a vice presidente  (ansa)
A sorpresa il "Giustiziere" ha deciso di ritirarsi dalla politica alla fine del suo mandato nel 2022. Una decisione che sembra spianare la strada alla probabile candidatura della delfina Sara
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BANGKOK - Con un gesto a sorpresa di quelli che lo hanno reso celebre nel suo Paese e all'estero, l'attuale presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha annunciato il suo ritiro dalla politica, rinunciando a presentarsi per la poltrona di vicepresidente nel 2022, contrariamente a quanto aveva detto in agosto.

Ex avvocato ed ex sindaco della città di Davao passato alla storia come il "Giustiziere" per aver ucciso migliaia di veri e presunti spacciatori, Duterte ha dato l'annuncio ai giornalisti dopo essersi fatto accompagnare dal compagno di partito PDP-Laban, il fido senatore Christopher "Bong" Go, nell'ufficio dove era prevista la registrazione per la candidatura. Solo all'uscita ha fatto sapere che era stato "Bong" a firmare e non lui, lasciando intuire quale potrebbe essere la prossima mossa, ovvero il tentativo di dare inizio alla dinastia dei Duterte in politica nazionale.

Sua figlia Sara, avvocata come il padre e come i…

BANGKOK - Con un gesto a sorpresa di quelli che lo hanno reso celebre nel suo Paese e all'estero, l'attuale presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha annunciato il suo ritiro dalla politica, rinunciando a presentarsi per la poltrona di vicepresidente nel 2022, contrariamente a quanto aveva detto in agosto.

Ex avvocato ed ex sindaco della città di Davao passato alla storia come il "Giustiziere" per aver ucciso migliaia di veri e presunti spacciatori, Duterte ha dato l'annuncio ai giornalisti dopo essersi fatto accompagnare dal compagno di partito PDP-Laban, il fido senatore Christopher "Bong" Go, nell'ufficio dove era prevista la registrazione per la candidatura. Solo all'uscita ha fatto sapere che era stato "Bong" a firmare e non lui, lasciando intuire quale potrebbe essere la prossima mossa, ovvero il tentativo di dare inizio alla dinastia dei Duterte in politica nazionale.

Sua figlia Sara, avvocata come il padre e come il padre sindaca di Davao da diverse legislature, proprio oggi ha ripresentato la sua candidatura per la stessa carica alla guida della popolosa città meridionale. Ma molti, come il senatore e docente di diritto Antonio La Vina, sono certi che questa novità "consente a Sara Duterte di candidarsi" al posto che fu di papà Rodrigo nel palazzo presidenziale Malacañang di Manila, visto che è in testa a molti sondaggi di gradimento e un portavoce del governo aveva già ventilato questa ipotesi in una dichiarazione delle settimane scorse.

 

La Vina non se la sente di escludere un altro colpo di scena da qui a metà novembre, data ultima per sostituire la lista degli attuali candidati per la vicepresidenza, che è una carica eletta separatamente dal capo dell'esecutivo. Se davvero il Giustiziere riprenderà all'ultimo momento il posto del suo attuale sostituto e tornerà a fare politica attiva, Sara dovrà rinunciare al sogno della presidenza perché - come ebbe modo di dire lei stessa - non sarebbe opportuno vedere due Duterte ai massimi vertici dello Stato.

Ma veniamo ai fatti finora noti. Il mandato alla presidenza dell'arcipelago cattolico ha un tetto di 6 anni non rinnovabili previsto da una costituzione scritta per impedire che salissero al potere altri dittatori come Ferdinando Marcos. Anche per il posto di vice, però, esistono ostacoli a quanto pare insormontabili a voler applicare i principi della carta magna scritta nell'87 sull'onda di un vasto movimento popolare per la democrazia. "Il travolgente sentimento dei filippini - ha detto infatti Duterte annunciando il ritiro - è che non sono qualificato e sarebbe una violazione della costituzione eludere la legge, lo spirito della costituzione..."

Qualunque sia la decisione finale, il suo ruolo decisionista e autoritario è già stato dirompente sulla scena politica e nella società delle Filippine, come l'impatto del suo più pesante lascito, la guerra alla droga che lo vede indiziato dalla Corte Penale Internazionale dell'Aia per gravi violazioni dei diritti umani. Gli ultimi dati del suo stesso governo diffusi a giugno parlano di 6.117 sospetti spacciatori uccisi durante dall'inizio del mandato di Duterte nel 2016 all'aprile di quest'anno.

Ma le Nazioni Unite, organismo attaccato veementemente da Duterte per le accuse che gli ha mosso rinviandolo alla Corte, calcolano che già nel giugno 2020 i morti accertati sono stati 8.600 contro i 27-30 mila denunciati dai gruppi dei diritti umani, con esecuzioni sommarie di sospetti poi risultati innocenti, compresi 73 bambini, il più piccolo di soli cinque mesi. La stessa polizia filippina in un rapporto del 2017 segnalò 16.355 "casi di omicidio sotto inchiesta" come risultato della guerra alla droga.

Il titolo di Giustiziere o Castigatore come lo chiamò la rivista Time, Duterte se lo era conquistato già quando da sindaco di Davao dalla fine degli anni '80 al '98 e poi dal 2001 al 2016 aveva creato delle speciali squadre della morte, parallele o integrate nei ranghi della polizia. In una regione dove hanno operato per decenni bande di mafiosi, guerriglieri comunisti e islamici del famigerato gruppo Abu Sayyaf, la sua gente lo ha percepito come una sorta di salvatore. "Se Duterte esiste - ci disse la casalinga July Alonzo incontrata a Davao dopo la sua elezione a presidente nel giugno di sei anni fa - "è perché il Signore vuole liberarci dal crimine e dal terrorismo, come liberò Sodoma dai degenerati".

 

La religione di Duterte è un misto di cattolicesimo succhiato col latte della madre - che fu un'attivista dei diritti umani - e di cristianesimo eretico come quello del suo maestro e mentore che si riteneva "l'ultimo figlio designato personalmente da Dio". Ma col creatore il presidente ha vantato un rapporto diretto. "Posso parlarci di persona - disse - senza preti di mezzo (...)". Facile intuire perché fin dall'inizio il suo rapporto con Madre romana chiesa - che pure influenzo' molte presidenze post-dittatura - non fu dei migliori. Non solo definì più volte "figli di p." i vescovi dell'arcipelago, ma lo stesso epiteto lo rivolse a papa Francesco quando con la sua visita creò un ingorgo nelle già caotiche strade di Manila. In seguito si scusò col pontefice senza mai cedere però alle pressioni della base cattolica di porre fine alla sua sanguinosa campagna anti-droga.

Per giustificare la sua ostilità verso il clero raccontò di essere stato violentato da un prete quando era bambino e frequentava la parrocchia di sua madre. Fu lei, moglie di un ex governatore pro-Marcos con sangue misto di indigeni, musulmani e antenati cinesi, a lanciarlo in politica quando si era appena laureato in legge introducendolo alla sua amica Corazon Aquino. Ma invece di farsi sostenere da Cory, moglie del leader di opposizione Ninoy ucciso dal despota nel 1983, Duterte si appoggio' alle conoscenze del padre presso la famiglia di Marcos, prima di prendere una strada che lo porterà a instaurare prima a Davao e poi in tutto l'arcipelago una forma di regime ultra-autoritario modellato sulla sua personalità eclettica e rude.

Sposato a diverse donne con vari figli nati dopo Sara, Duterte non ha mai nascosto le sue prodezze sessuali e più volte ha indignato le femministe per le battute pesanti sulle vittime degli stupri e la proposta -  fino a un certo punto scherzosa - di candidare al Nobel l'inventore del Viagra. La sua prima moglie, ebrea di origine tedesca che gli diede Sara e Paolo (personalità ambigua nei guai con la droga e con la legge), ha vinto la causa di dissoluzione del matrimonio convincendo i giudici della "manifesta incapacità" di Duterte a "gestire la famiglia", soffrendo di una forma "incurabile e irreversibile" di "disordine da personalità narcisistica", altamente "impulsivo" con "aspetti aggressivi" e "insensibilità al dolore altrui" come è scritto nella perizia psichiatrica.

Da ex avvocato e magistrato di tribunale Duterte decise di fare il salto in politica usando il cavallo di battaglia della legge e dell'ordine che lo porterà con gli anni alla presidenza di un Paese stanco di corruzione e criminalità. Triadi cinesi, cartelli messicani, Yakuza giapponese, ribelli comunisti, bande di islamici che rapivano turisti e filippini nei resort del sud erano una spina nel fianco costante del regime democratico di Benigno III, ultimo della dinastia Aquino finita con la sua recente morte per cause naturali. Quando Duterte si presentò a sorpresa per la presidenza, a Manila c'era un sindaco considerato protettore del numero uno tra i signori della droga filippini, e fin dalla campagna elettorale minacciò di uccidere chiunque avesse a che fare in un modo o nell'altro con lo spaccio.

Aldilà di alcune posizioni liberali come il riconoscimento dei diritti degli Lgbt, la politica di Duterte è stata fin dall'inizio marchiata dalla dura repressione della piccola criminalità, una sostanziale impunità per i grandi trafficanti e leggi illiberali a favore di pochi gruppi di potere. Anche se nell'ultimo discorso da presidente ha vantato sotto il suo mandato l'aumento della produttività e del reddito prima che arrivasse il coronavirus a rovinargli tutto, l'economia è cresciuta di meno del 6 per cento rispetto al 7,1 della precedente presidenza Aquino.

 

Sul piano politico nazionale la sua linea dura e autoritaria si è estesa a tutta l'ala del dissenso parlamentare e alla stampa critica, come la rivista Rappler diretta dalla giornalista Maria Ressa più volte portata in corte, una forma di intimidazione estesa ad altre testate indipendenti. Una delle sue principali avversarie, la senatrice Leila de Lima, giace in carcere dal 2017 senza prove per aver favorito un trafficante di droga, reato che tentò di attribuire anche all'attuale vicepresidente Leni Robredo, altra nemica giurata da lui sospettata a un certo punto perfino di un complotto ai suoi danni, salvo poi scusarsi per entrambe le accuse risultate vere e proprie invenzioni.

Sulla scena internazionale la sua figura è stata poco più che caricaturale, come quando diede del "figlio di p." anche al presidente Usa Barak Obama che criticava i suoi metodi da Giustiziere e - davanti a un divertito Donald Trump in visita a Manila - apostrofò col termine di "spie" gli odiati giornalisti filippini. Quando le Nazioni Unite lo denunciarono per la campagna antidroga minacciò addirittura di ritirare il suo ambasciatore. "C'è qualcuno - disse con livore - in quello stupido organismo che si lamenta del puzzo di morte in Siria?" Solo con la Cina, il temuto vicino che occupa anche le acque filippine come parte del suo dominio nei mari del Sud, il Giustiziere ha tenuto a freno per motivi di opportunità la sua indole arrogante.

Pur ospitando nell'arcipelago una ventina di basi americane compresa quella di Zambales grande come l'isola di Singapore, il presidente non ha mai osato sfidare le ire di Pechino pur avendo ottenuto dal tribunale internazionale delle acque il diritto di pesca nella cosiddetta Secca di Scarborough, scogliere e rocce estese per una quarantina di km e considerate improriamente "giurisdizione della Repubblica popolare". "La Cina è troppo potente per permettermi di sfidarla", ammise candidamente in una delle sue estemporanee esternazioni.

Neanche la sua gestione della pandemia è stata delle più esemplari, tra lunghi lockdown e improvvise aperture seguite da nuove ondate che per fortuna oggi sembrano rallentare, con una media di 1.700 casi confermati al giorno nell'ultima settimana contro i quasi 4.300 della settimana precedente e i 2 milioni e mezzo totali. Con 38.000 decessi dal 2020, le Filippine sono il secondo Paese del sud-est asiatico per numero di infezioni e vittime dopo l'Indonesia.

 

Nonostante tutto la sua popolarità resta alta tra vaste fasce di popolazione che nei sondaggi sembrano disposte a sostenere anche sua figlia Sara, alla quale non più di pochi mesi fa papà Rodrigo consigliò pubblcamente di "risparmiarsi i capricci della politica". Comunque vada a finire questa saga familiare e dinastica, l'annunciato ritiro dalla politica di Duterte potrebbe essere l'inizio di una nuova fase che lo vedrà trasformarsi in "padrino" e Don della politica nazionale.

Tutto dipenderà dal supporto che in suo nome riceverà eventualmente la figlia, contro la quale si schiereranno tra gli altri il campione mondiale di pugilato Manny Pacquiao e la stessa battagliera attuale vicepresidente Leni Robredo. Dichiaratamente nemica delle "dinastie politiche" e dei "leader populisti", Robredo intende condurre la sua campagna smascherando il "trattamento speciale" riservato dal governo ai familiari del dittatore Marcos (le cui spoglie sono state trasportate tra molte proteste nel cimitero degli Eroi di Manila) e gli accordi segreti di Duterte con la Cina. Ma il Giustiziere non getterà la spugna tanto facilmente e da lui tutti si aspettano altre sorprese da qui al voto, certi che i suoi piani non sono quelli di mettersi in pantofole a fare il nonno.