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Libia, Francia e Italia unite: "Non bisogna rinviare il voto”

Il presidente francese Emmanuel Macron al verice Ue di Brdo, in Slovenia (agf)
Nel corso di un bilaterale, Draghi e Macron hanno concordato di spingere perché venga rispettato l’appuntamento elettorale del 24 dicembre. Uno slittamento potrebbe aprire una nuova fase di violenza e conflitto
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PARIGI-ROMA - La Libia rimane uno dei temi principali nell’agenda di politica estera del premier Mario Draghi. Ieri ne ha discusso con Emmanuel Macron nel bilaterale a margine del vertice europeo in Slovenia. E sul tavolo c’era quella che sta diventando una minaccia sempre più concreta, ovvero che chi lavora a rinviare il voto in Libia previsto per il 24 dicembre alla fine possa riuscirci.

I due leader temono che uno slittamento potrebbe aprire una nuova fase di violenza e conflitto. Di fronte alla ritrovata incertezza nel percorso di stabilizzazione, Macron ha deciso di organizzare un nuovo summit sulla Libia previsto a Parigi il 12 novembre, ma almeno nella forma non ha ripetuto gli errori del passato quando aveva convocato i protagonisti della crisi libica senza consultare Roma. “C'è uno stretto coordinamento tra Italia, Francia e Germania per ottenere l'attuazione degli impegni presi a Berlino e che devono concretizzarsi a Parigi” ha …

PARIGI-ROMA - La Libia rimane uno dei temi principali nell’agenda di politica estera del premier Mario Draghi. Ieri ne ha discusso con Emmanuel Macron nel bilaterale a margine del vertice europeo in Slovenia. E sul tavolo c’era quella che sta diventando una minaccia sempre più concreta, ovvero che chi lavora a rinviare il voto in Libia previsto per il 24 dicembre alla fine possa riuscirci.

I due leader temono che uno slittamento potrebbe aprire una nuova fase di violenza e conflitto. Di fronte alla ritrovata incertezza nel percorso di stabilizzazione, Macron ha deciso di organizzare un nuovo summit sulla Libia previsto a Parigi il 12 novembre, ma almeno nella forma non ha ripetuto gli errori del passato quando aveva convocato i protagonisti della crisi libica senza consultare Roma. “C'è uno stretto coordinamento tra Italia, Francia e Germania per ottenere l'attuazione degli impegni presi a Berlino e che devono concretizzarsi a Parigi” ha commentato Palazzo Chigi a margine del bilaterale Draghi-Macron.

Il leader francese vuole insistere sul mantenimento del voto ad ogni costo, anche se dietro le quinte non si esclude di cambiare la data del 24 dicembre. “Crediamo che sia nell'interesse di tutti che i libici rispettino l'impegno a tenere le elezioni entro la fine dell'anno” spiega una fonte all'Eliseo, aggiungendo: “Se non entro la fine dell'anno, almeno in una data prevedibile e concordata”. Nell'entourage di Macron c'è il sospetto che Ankara stia cercando di sabotare l’appuntamento elettorale su cui tra l’altro si è posizionato il maresciallo Haftar, in passato protetto e aiutato dalla Francia. “Esigiamo che la Turchia eserciti tutta la sua influenza per raggiungere l’obiettivo del voto” dicono all'Eliseo. Anche sul ritiro dei mercenari stranieri in Libia, che dovrebbe avvenire prima del voto, il braccio di ferro è aperto. “I russi ci hanno detto che erano pronti a ritirare i miliziani di Wagner” confida un consigliere di Macron. “Speriamo che i turchi siano in grado di prendere lo stesso impegno ma c'è ancora molto lavoro da fare” aggiunge la stessa fonte ricordando che già a Berlino i turchi avevano messo un caveat sulla parte dell'accordo che riguardava il ritiro delle milizie.

Dalla parte italiana c’è invece chi osserva che una delle ragioni che potrebbe portare al rinvio del voto è l’interesse del primo ministro ad interim Abdelhamid Dbeibah a rimanere al suo posto, rinviando il più lontano possibile il giorno di una prova elettorale che porterebbe a scegliere il suo successore. Nei suoi incontri internazionali, anche con inviati di organizzazioni multilaterali, Dbeibah da giorni ha iniziato a chiedere con insistenza “ma cosa succede se non ce la facciamo a votare? Qual è il Piano B?”.

Gli avversari politici di Dbeibah, quelli che vogliono andare al voto per ritornare con forza nel gioco politico, stanno iniziando a denunciare il suo gioco. E la prima cosa che hanno fatto è bloccare il lancio di un vero bilancio per il governo, fondi che verrebbero usati da Dbeibah chiaramente per la sua “campagna elettorale”. Il generale Khalifa Haftar e il presidente del parlamento Agila Salah all’Est, l’ex vicepresidente Ahmed Maitig e l’ex ministro degli Interni Fathi Bashaga a Tripoli saranno tutti candidati: spingono per andare al voto, se non altro per contarsi e poi per contare.

Un elemento importante, che potrebbe essere decisivo a favore del voto, è la posizione del governo americano: ieri a Parigi il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato il segretario di Stato Antony Blinken. Gli americani vogliono andare avanti verso la normalizzazione politica del paese, vogliono che escano dalla Libia i mercenari russi e turchi (siriani) che hanno appoggiato i due campi contrapposti.

Una legge elettorale è stata approvata definitivamente dal Parlamento di Tobruk Prevede che il 24 dicembre si voti per il presidente e 30 giorni dopo per il nuovo parlamento. Non è detta l’ultima parola, ci sono molti gruppi che si oppongono al tipo di legge che è stata scelta. Per esempio, a Tripoli l’Alto Consiglio di stato dall’inizio ha remato contro questo tipo di formula. Come dice un alto dirigente della Farnesina “questo è il momento per spingere con forza, anche per contrastare chi vuole sabotare il voto: le elezioni non saranno la soluzione dei problemi della Libia, ma forse eviteranno nuovi scontri militari, che in Libia sono sempre possibili”.