Il collasso totale del sistema elettrico nazionale è l’ultima puntata della discesa verso gli inferi del Libano, che dura ormai da due anni. La mancanza del carburante necessario per alimentare le due principali centrali, quelle di Daeir Ammar e Zahrani, ha portato ieri al drammatico annuncio del ministero dell’Energia all’agenzia Reuters: il Paese è senza elettricità e vi rimarrà come minimo fino a lunedì, quando sarà forse possibile far ripartire al minimo della produzione le turbine.
Da ieri sera dunque l’intero Paese è al buio: l’unica eccezione sono i generatori privati, fino a qualche anno fa un bene diffuso ma diventati appannaggio …
Il collasso totale del sistema elettrico nazionale è l’ultima puntata della discesa verso gli inferi del Libano, che dura ormai da due anni. La mancanza del carburante necessario per alimentare le due principali centrali, quelle di Daeir Ammar e Zahrani, ha portato ieri al drammatico annuncio del ministero dell’Energia all’agenzia Reuters: il Paese è senza elettricità e vi rimarrà come minimo fino a lunedì, quando sarà forse possibile far ripartire al minimo della produzione le turbine.
Da ieri sera dunque l’intero Paese è al buio: l’unica eccezione sono i generatori privati, fino a qualche anno fa un bene diffuso ma diventati appannaggio solo dei più ricchi in una nazione che ha in due anni ha visto la sua moneta, la lira libanese, perdere il 90% del suo valore rispetto al dollaro. Insieme alla luce, sono saltati servizi fondamentali che da mesi faticavano a stare in piedi: da tempo ormai, gli ospedali rimandano interventi su interventi – compresi quelli salva vita – per mancanza di medicine, di depositi refrigerati dove conservarle e di energia elettrica per garantire l’operatività delle sale operatorie. E si moltiplicano i casi di avvelenamento a causa dell’impossibilità di mantenere il cibo a temperature adeguate.
La crisi arriva proprio nel momento in cui il Libano sembrava intravedere una speranza. Dopo un anno senza governo – quello seguito all’esplosione al porto di Beirut che nell’agosto 2020 ha provocato la morte di più di 200 persone – la formazione di un nuovo esecutivo sotto la guida di Najib Mikati aveva messo la base per la ripresa dei negoziati con il Fondo monetario internazionale, l’unico in grado di garantire al Paese la liquidità necessaria per ripartire.
E una complessa trattativa fra i Paesi vicini – Iraq, Siria, Egitto e Giordania – e con protagonisti gli Stati Uniti, aveva garantito a Beirut la possibilità di rifornirsi di petrolio iracheno attraverso la Siria, bypassando – proprio con l’autorizzazione americana – le sanzioni internazionali imposte contro Damasco. Non è bastato.
Così come non è bastata la mossa di Hezbollah, il movimento sciita che è oggi la maggiore forza politica del Paese, che ha fatto arrivare nel Paese petroliere cariche di greggio iraniano. Anche in questo caso c’era un embargo internazionale: e anche in questo caso di fronte alla sua violazione sono stati chiusi gli occhi, proprio in considerazione della situazione disperata in cui si trovava il Libano.
Nulla di tutto ciò è servito: Beirut, la città dalle mille luci e dalla musica ovunque, è da ieri al buio. E con essa Sidone, Tripoli, Baalbeck e le tendopoli che ospitano più di un milione di rifugiati siriani. Impossibile capire quanto la popolazione possa ancora resistere: ieri a Tripoli ci sono stati i primi scontri, fomentati anche dalle notizie diffuse dai Pandora Papers sui conti all’estero accumulati negli ultimi anni, nonostante la crisi, dai principali politici libanesi. Il timore diffuso è che possano moltiplicarsi.