I due nodi dell’udienza nel processo Regeni, tra imputati in assenza e prove a rischio
di Carlo Bonini , di Carlo BoniniSe è vero che portare la ricerca della verità sulle responsabilità dell'omicidio di Giulio Regeni sin qui, in un'aula di Corte di Assise, è stato complesso e, diciamolo, insperato, e se la notizia che la Presidenza del Consiglio dei ministri e la famiglia di Giulio saranno insieme parti civili nel processo è una premessa carica di un formidabile significato e peso politici, processuali, e simbolici, è altrettanto vero che la partita è tutt'altro che chiusa. O anche solo in discesa.
La strada che, da domani, il Procuratore aggiunto Sergio Colaiocco - e con lui le parti civili - cominceranno a percorrere è infatti una sfida a quella forza di …
Se è vero che portare la ricerca della verità sulle responsabilità dell'omicidio di Giulio Regeni sin qui, in un'aula di Corte di Assise, è stato complesso e, diciamolo, insperato, e se la notizia che la Presidenza del Consiglio dei ministri e la famiglia di Giulio saranno insieme parti civili nel processo è una premessa carica di un formidabile significato e peso politici, processuali, e simbolici, è altrettanto vero che la partita è tutt'altro che chiusa. O anche solo in discesa.
La strada che, da domani, il Procuratore aggiunto Sergio Colaiocco - e con lui le parti civili - cominceranno a percorrere è infatti una sfida a quella forza di gravità che, quando sono alla sbarra apparati dello Stato di un Paese straniero, vede normalmente collassare la ragione e il coraggio di Davide di fronte alla mole di Golia. E i precedenti della storia giudiziaria italiana ce lo ricordano (il Cermis, il processo Calipari). I princìpi dello stato di diritto, cui la nostra legge penale e processuale sono ispirati, prevedono infatti regole di garanzia che l'Egitto ha sin qui spregiudicatamente capovolto nei fini per trasformarli in altrettante occasioni utili a far deragliare prima le indagini e quindi l'udienza preliminare nei confronti degli imputati. È accaduto in questi cinque anni. Accadrà ancora. A partire da domani.
Il primo ostacolo si chiama "processo in assenza". Regola vuole che non si possa infatti giudicare in contumacia un imputato che ignori, o che comunque non sia stato messo nelle condizioni di conoscere l'esistenza a suo carico di un giudizio e degli elementi di accusa su cui si fonda. Dunque, di potersi difendere compiutamente. È il motivo per il quale l'Egitto ha sempre negato all'Italia la cosiddetta "elezione di domicilio" dei quattro ufficiali dei suoi servizi segreti chiamati alla sbarra. Convinto che l'escamotage (negare un luogo "legalmente" riconosciuto e raggiungibile in Italia per la notifica degli atti su cui il processo si fonda e del suo progredire) avrebbe consentito di depositare un baco potenzialmente in grado di annullare il processo.
Ebbene, l'escamotage, ritenuto tale dal giudice dell'udienza preliminare che ha mandato a processo i quattro ufficiali, dovrà ora essere nuovamente disinnescato dai giudici della terza sezione della Corte di Assise. Esattamente come il giudice che l'ha preceduta, la Corte dovrà cioè decidere se i quattro imputati siano o meno dei "finti inconsapevoli" del processo a loro carico. È una decisione non banale, che sarà oggetto della prima udienza, che la Corte dovrà giuridicamente motivare (non essendo sufficiente il buon senso e l'evidenza solare della risonanza che il caso ha avuto nel mondo), e da cui dipende il futuro del processo. La possibilità stessa che si celebri. Un "finto consapevole" può essere processato "in assenza". Ma, appunto, è necessario dimostrare che sia tale.
Il secondo ostacolo è, per certi aspetti, persino più complesso e potenzialmente esiziale del primo. L'impianto accusatorio a carico dei quattro imputati poggia infatti parte significativa delle sue fondamenta su sei testimoni oculari (la cui identità è stata sin qui protetta negli atti con lettere dell'alfabeto greco) che, in buona parte, risiedono in Egitto. Se il dibattimento comincerà, la regola del processo accusatorio vuole che saranno chiamati a deporre di fronte alla Corte per essere sottoposti all'esame incrociato della pubblica accusa, della difesa, delle parti civili (il cosiddetto "contraddittorio").
È il solo modo per trasformare in prove le loro dichiarazioni raccolte e verbalizzate durante le indagini dal pm. Per renderle utili al giudizio della Corte. Ebbene, cosa accadrà se l'Egitto dovesse acquisire l'identità di questi testimoni chiave, manipolarne la volontà, e comunque impedirgli di uscire dal Paese per deporre, rendendosi contestualmente indisponibile a farli esaminare a distanza in un processo di cui ha già dichiarato di non riconoscere la legittimità e fondatezza giuridica? La Corte potrebbe trovarsi di fronte all'alternativa del diavolo di dover rinunciare - nel rispetto delle regole del contraddittorio - a prove decisive per stabilire la responsabilità degli imputati o, al contrario, a forzare la procedura di raccolta di una prova (la testimonianza) non acquisibile con i normali strumenti, correndo il rischio di creare le premesse del futuro annullamento del processo. Non sarà semplice, no, la strada per la verità. Quanto ripida, cominceremo a capirlo da domani.